Quel che è certo, Imane Khelif NON è una donna.
Nessuno può affermare con sicurezza che sia un uomo, anche se il cariotipo è XY. In mancanza di esami ormonali e altri accertamenti non si può dire nemmeno che è un DSD -intersex- ipotesi da sempre ritenuta la più probabile essendo Khelif registrata come femmina alla nascita: al riguardo va detto che in caso di incertezza sui genitali esterni, nella stragrande maggioranza dei casi i bambini vengono registrati come femmine perché in un eventuale intervento chirurgico “correttivo” ricostruire genitali esterni femminili è molto più semplice che ricostruirne di maschili, anche se spesso questi bambini sono geneticamente XY, quindi maschi.
Ma di sicuro Khelif non è una donna.
Che Khelif potesse essere un intersex è sempre stata l’ipotesi più accreditata non solo tra supposti “omofobi” -benché qui l’orientamento sessuale non c’entri nulla- ma perfino da personalità molto vicine al mondo Lgbtq+ come Monica Cirinnà e da testate come Gay.it. Quindi che Khelif non fosse una donna, e fosse invece maschio a tutti gli effetti o intersex, lo pensavano praticamente tutti. Prova indiretta della sua condizione erano anche i livelli di intimità fisica tra l’atleta, il suo staff e il suo coach, assolutamente impensabili nella cultura islamica tra uomini e donne che non siano parenti stretti.
Non è chiaro se in vista delle Olimpiadi e di altre competizioni internazionali Khelif accetti di sottoporsi a nuovi test che ne accertino il cariotipo, come recentemente disposto da World Boxing. Ma resta una domanda: come mai sostanzialmente tutto il mondo dello sport, a cominciare dal giornalismo -in massima parte maschile- ha tenacemente sostenuto che Khelif è una donna, con l’appoggio esterno del mondo della moda che all’atleta ha dedicato copertine, ha riservato passerelle e così via? Perché un conto è la solidarietà con Khelif, anche in sprezzo delle sue avversarie, essendo l’intersessualità una condizione umana alquanto difficile. Altro conto è affermare che Khelif è una donna.
Mentre continuano i tentativi di smontare le evidenze fattuali e di sottoporle a improbabili debunking, non si può non chiedersi come mai il mondo dello sport, così maschile, abbia sostenuto la femminilità di Khelif in assenza di prove certe, e anzi in presenza di prove che -benché non ancora rese pubbliche- smentivano il suo essere donna.
Qualche ipotesi:
- Il mondo dello sport, tradizionalmente machista, ha voluto mostrarsi moderno e aperto a una possibile “fluidity”-anche se la fluidità con la condizione di intersex non c’entra nulla, ma la confusione è grande sotto questo cielo-. Insomma il woke ha picchiato duro anche qui, insieme alla paura di sembrare vecchi maschi patriarcali eventualmente un po’ fascisti e pure razzisti.
- Sempre in questa chiave, il giornalismo sportivo ha voluto compiacere il pubblico più giovane mostrandosi aperto verso l'”identità di genere” che, ripetiamo, non ha nulla a che vedere con la condizione di intersex
- Ultima ipotesi: il mondo dello sport e del giornalismo sportivo è talmente machista da compiacersi del fatto di umiliare le donne -valga per tutti il trattamento riservato ad Angela Carini, nella foto sopra insieme a Khelif, che si è rifiutata di combattere semplicemente perché sapeva bene che sarebbe uscita a pezzi dall’incontro- e di non riconoscere agli sport femminili nemmeno il minimo sindacale della lealtà sportiva. Insomma: altro che maschi moderni. La misoginia che circola in quel mondo è così forte e radicata che non si vede l’ora di cogliere l’occasione per poter dire che chiunque è titolato a dirsi donna, fino a diventare incapaci di ammettere -salvo rare eccezioni come Sir Sebastian Coe, presidente di World’s Athletic- quando una competizione è clamorosamente unfair. Stesso atteggiamento, peraltro, nei confronti degli atleti trans MtF -da maschio a femmina- come Lia Thomas nel nuoto, Lauren Hubbard nel lancio del peso e Valentina Petrillo negli sport paralimpici: e in questi casi non c’era nemmeno bisogno di testare i cromosomi perché le loro storie erano alla luce del sole. Ma anche qui silenzio assoluto promuovendo un’inclusione a spese delle donne (ricordiamo l’ovvio: non ci sono atleti FtM che vogliono gareggiare negli sport maschili)
Probabilmente tutte queste ragioni messe insieme spiegano la difesa di Khelif da parte del mondo dello sport, anche se verosimilmente la chiave della misoginia è la più convincente. E del resto non sono sempre le donne le principali vittime di odio online? Nulla di nuovo sotto il sole.
Ora vedremo se dopo la pubblicazione dei test che accertano il cariotipo XY di Khelif qualcuno tornerà sui suoi passi e ammetterà che qualcosa è andato storto, scusandosi con le boxeur, con le donne e più in generale con il pubblico.
Al momento prevale un assordante silenzio.
ELENA BANDIERA
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