UK: abrogare il GRA, legge che consente il “cambio di sesso”. La proposta radicale di Women’s Declaration International
Troppo gravi le conseguenze del Gender Recognition Act -molto simile alla nostra legge 164/82- per la salute, la sicurezza e i diritti di donne, bambine e bambini: dopo anni di dibattito all'interno del femminismo gender critical - o meglio, reality based- la rete globale WDI sceglie la linea dura contro la "falsificazione del sesso". Scrive al primo ministro Starmer chiedendo che si smetta di sostituire "sex" con "gender identity" negli atti pubblici. E che la norma del 2004 venga cancellata

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Abrogare il Gender Recognition Act, la legge del 2004 che consente il “cambio di sesso” in UK.
Women Declaration International UK (WDI UK) ha scelto la linea dura e ha annunciato una campagna “per ripristinare la tutela di donne e bambini ponendo fine alla falsificazione del sesso nella legge, nelle politiche e nelle pratiche del Regno Unito”. Come? Cancellando la legge del 2004 che riconosce le persone in possesso di un certificato, il GRC, come del sesso opposto ai fini legali.
Azzardare una mossa così radicale era una discussione che circolava da un po’ di tempo nelle conversazioni di alcune femministe “gender critical”, ma WDI l’ha messa nero su bianco.
WDI UK ha scritto una lettera, firmata dalla dirigente Maureen O’Hara, al primo ministro Keir Starmer e agli altri chiedendo che si ponga fine all’incorporazione dell’”identità di genere” e della “riassegnazione del genere” nelle leggi usando invece la categoria del “sesso”. E che si cancelli il GRA. Il sesso è reale, materiale, immutabile. Nessun compromesso.
Il GRA è molto simile alla nostra legge 164/82, legge che -appunto dal 1982: l’Italia è stata tra i primi paesi a dotarsi di una legislazione ad hoc- consente il “cambio di sesso” all’anagrafe con sentenza del tribunale in seguito a diagnosi di disforia e relative perizie e testimonianze.
Nel tempo la legge è stata molto cambiata da successive sentenze, oggi il “cambio di sesso” è consentito anche senza intervento chirurgico sui genitali e assunzione di terapia ormonale cosiddetta cross-sex. In poche parole a un uomo viene concesso di nominarsi donna -ed essere nominato tale in tutti gli atti pubblici- anche se mantiene perfettamente intatto il suo corpo maschile.
Non si tratta di vero e proprio self-id, come nella Ley Trans spagnola o nella legge trans tedesca, perché il self-id non richiede il passaggio in tribunale -basta una semplice autodichiarazione- ma si muove in quella direzione. Il mainstream è questo.
Un altro importante cambiamento riguarda la platea delle persone interessate: al tempo di quelle prime leggi si trattava di congegnare norme “compassionevoli” per venire incontro alla richiesta di rarissimi transessuali MtF, quasi sempre già operati e prevalentemente in prostituzione -tra queste mosche bianche, le donne FtM erano mosche bianchissime, a dire tanto un caso ogni 100-. Lo spiega bene Robert Wintemute, tra gli estensori dei principi di Yogyakarta, 2006, che da allora ispirano le politiche trans in tutto il mondo: “Le conseguenze del rifiuto dell’intervento chirurgico e dell’auto-identificazione non si erano ancora manifestate nel 2006. Nessuno pensava a maschi con i genitali intatti che potessero accedere agli spazi delle donne”. Nonostante il fatto che il Principio 3 rifiutasse specificamente i requisiti per il trattamento medico prima della transizione legale, Wintemute dice di aver dato per scontato che la maggior parte delle donne trans avrebbe voluto sottoporsi alla chirurgia”.
Oggi le cose sono drasticamente cambiate: non si parla più di transessuali ma di transgender, la disforia di genere è stata depatologizzata, è passato il principio del sesso come libera scelta aperta a tutt* e il numero delle donne che vogliono “cambiare sesso” è enormemente cresciuto -tra i minori le ragazze prevalgono nettamente sui ragazzi, siamo a 8 su 10-.
L’intervento chirurgico è sempre più raro tra gli MtF -che sono tornati a essere a tutti gli effetti dei travestiti ma possono pretendere il cambio di sesso legale- mentre crescono gli interventi di top-surgery (doppia mastectomia) sulle giovani FtM.
Leggi come il GRA e la 164/82 -e successive modifiche- sono molto invecchiate, incontrano una realtà drammaticamente mutata e rivelano tutta la loro inadeguatezza.
Fino a qualche mese fa una mossa del genere -abrogare il GRA- era impensabile, il timore di essere asfaltate dal transattivismo e un clima politico ostile aveva tappato la bocca a molte attiviste, ma la causa di For Women Scotland davanti alla Corte Suprema del Regno Unito, che ha messo davanti ai giudici l’interazione assurda tra l’Equality Act, una legge antidiscriminatoria, e il GRC, tutta ai danni delle donne e dei bambini, ha cambiato il clima, come anche i grossi limiti della “medicina di genere” sui minori denunciati dalla Cass Review.
Al momento in Italia nessuno ha richiesto l’abolizione -né una modifica- della legge 164/82. 
In quali aree WDI ritiene che questa finzione legale del GRC sia dannosa per donne, bambini e gruppi vulnerabili?
La prima è la salute. Assegnare gli uomini con GRC ai reparti femminili degli ospedali crea dei rischi per la sicurezza. I bloccanti della pubertà sono pericolosi per la salute dei bambini.
La seconda è l’istruzione. Molte scuole insegnano ai bambini che possono cambiare sesso e transizionare socialmente all’insaputa dei parenti. Inoltre si permette agli studenti maschi di entrare negli spazi delle femmine. Si richiede alle ragazze di riconoscere i maschi come femmine sopprimendo i loro istinti di autoprotezione.
La terza riguarda i reati. I dati mostrano che il sesso è il fattore più significativo nell’analizzare i pattern della criminalità, soprattutto per i reati sessuali. Questo legame viene oscurato quando i colpevoli sono registrati come femmine. 
Il documento suggerisce anche come le persone che attualmente hanno la caratteristica protetta della “riassegnazione di genere” possano mantenere una protezione legale contro discriminazione e molestie.
Secondo la studiosa di Diritto internazionale Alessandra Asteriti, autrice di “Gender Identity in International Law. A Certain Incovenience” (Cambridge Scholars Publishing), le persone con “disforia di genere” potrebbero essere protette secondo la caratteristica della disabilità e quelle con “identità di genere” sulla base del credo (esattamente come succede alla fede religiosa o al pensiero “gender critical”).
La posizione di WDI è appoggiata dall’”ala ultras” del femminismo “gender critical” o forse sarebbe meglio dire “reality based”: dalla stessa Alessandra Asteriti (https://thecritic.co.uk/the-case-for-repealing-the-gra/), a Kellie-Jay Keen, l’attivista di Let Women Speak. Ma ci sono anche quelle e quelli che pensano che abolire il GRA sia legalmente impossibile, in contrasto con la legislazione europea, o infattibile in tempi brevi come Michael Foran, docente di diritto pubblico, e Sex Matters, che vorrebbero emendare il GRA. Ci sono naturalmente anche quelle e quelli a cui della questione non importa nulla.
Il dibattito tra le fazioni è infuocato.
«Era politicamente possibile il voto per le donne nel 1890? Avreste detto alle suffragette che era legalmente impossibile per loro ottenere il voto per nascondere la vostra mancanza di interesse nel sostenere l’argomentazione legale? Perché è questo che state dicendo alle donne che sostengono l’abrogazione», ha commentato Asteriti su X.
Nina Wess e Marina Terragni

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