La forza di Gisèle Pélicot, la donna al centro dei “viols de Mazan”, oscenamente tradita dal marito che l’ha messa sessualmente a disposizione di una cinquantina di uomini liberi di stuprarla almeno duecento volte mentre era totalmente incosciente -il godimento stava proprio nella pratica necrofila di abusare del suo corpo quasi esanime, di vedere annientati la sua volontà e il suo desiderio- è stata quella di non essersi lasciata tentare neppure per un momento dall’assumere la posizione della vittima.
Gisèle ha accusato, si è scrollata di dosso ogni possibile stigma (“Non sono io a dovermi vergognare, ma i miei stupratori”, “La vergogna cambia lato”), ha voluto un processo a porte aperte -la sentenza è attesa per il prossimo 20 dicembre-, ha preso parte alle udienze a testa alta, omaggiata dai fiori e dagli applausi delle molte sorelle che l’hanno voluta accogliere fuori dal tribunale.
L’insegnamento di Gisèle è stato proprio qui, nel suo essersi saputa liberare dalla trappola del vittimismo, di avere indicato con chiarezza dove stava il male e da che parte si doveva guardare: non al suo corpo violato ma ai corpi insani di uomini di ogni età e condizione che per godere sessualmente hanno bisogno di sperimentare il dominio estremo e di vedere annullata la coscienza di colei della quale abusano come di una cosa.
I morti sono loro, non lei. “Sono stata sacrificata sull’altare del vizio”, ha detto davanti alla Corte d’Assise del Vaucluse ad Avignone.
Una prova di forza e di pienezza del senso di sé a beneficio nelle tante, troppe donne violate che non riescono a spostarsi dalla “scena del delitto”, costrette a indugiarvi, a vivere e rivivere il trauma fino a consumarlo con il rischio di consumare anche se stesse.
Senza voler banalizzare l’orrore e il dolore, il modello Gisèle può essere di grande aiuto, il suo coraggio e la sua espressione quieta un riferimento per chiunque nella propria vita -e siamo in tante, quasi tutte- abbia conosciuto l’orrore e l’insensatezza della violenza maschile.
Perché, come ha dichiarato, «le donne dicano: “se ce l’ha fatta la signora Pélicot, posso farlo anche io”».
MARINA TERRAGNI
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Dopo 11 settimane di udienze è imminente il verdetto di uno dei più grandi processi di stupro del nostro tempo, quello che i Francesi chiamano “Les viols de Mazan”, gli stupri di Mazan. 51 gli accusati, tutti uomini tra 30 e 74 anni accusati di stupro aggravato nei confronti di una donna, Gisèle Pélicot, il cui marito ha organizzato centinaia di abusi invitando uomini su internet poi ripresi in altrettanti video dove Gisèle, drogata, era stata resa totalmente incosciente e incapace di ricordare.
Gisèle Pélicot ha deciso di rendere pubblico il processo , di rimuovere il tabù dello stupro sulla vittima. E processo che ha raggiunto un’eco mondiale con ben 175 media dei quali 76 stranieri. Ogni mattina per 11 settimane Gisèle era accolta da una folla di donne che l’incoraggiavano e le regalavano fiori.
Perché tutto questo? Mostruosità o normalità?
Solo uno degli stupratori, insieme al marito Dominique Pélicot, si è dichiarato colpevole. Per tutti gli altri, appartenenti a tutti i ceti sociali, si era trattato solo di un “gioco libertino” per il quale un marito aveva dato il suo consenso. Tanti – buoni- padri di famiglia, tanti -buoni- mariti, tanti – buoni- figli che non hanno “l’aspetto” di un violentatore, che si ritengono a loro volta “vittime”. Si, perché sono l’ampiezza, le proporzioni della violenza a essere eccezionali, insieme alle prove documentate dagli innumerevoli video. Perché per il resto uno stupro è sempre uno stupro e nella nostra società lo stupro è strutturale, tollerato, banalizzato.
Che cos’è uno stupro? La nostra società non lo sa definire con precisione, e nemmeno le donne: gli stupri sono raramente denunciati, quelli coniugali ancora meno.
Proprio in seguito al processo Pélicot in Francia alcuni progetti di legge stanno cercando di definire meglio lo stupro a partire dal concetto di consenso.
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Nel frattempo, sempre in Francia, sta dilagando il fenomeno del dono illegale di sperma via internet.
La domanda di sperma in Francia è molto cresciuta negli ultimi tempi. Con la fine dell’anonimato del donatore il numero degli uomini disponibili è diminuito del 33 per cento, mentre la domanda è in aumento anche perché alle donne sole e alle coppie di lesbiche è consentito per legge accedere alla PMA.
Difficile quantificare il numero dei donatori illegali. La legge limita il numero delle “donazioni” per evitare consanguineità, inoltre c’è un controllo sulla qualità dello sperma e sull’età del donatore. Diversamente tanti donatori illegali sono donatori “seriali” che vantano centinaia di doni.
Per la difficoltà a trovare donne disposte a testimoniare, una giornalista della trasmissione “Envoyé spécial”, andata in onda il 28 novembre scorso, si è fatta passare per potenziale interessata rispondendo all’offerta di un uomo. I metodi proposti sono tre: naturale (rapporto sessuale), semi-naturale (penetrazione prima dell’eiaculazione) e artigianale (sperma messo in un barattolo poi auto-introdotto dalla donna tramite siringa). Il metodo preferito dal “donatore” è quello “naturale” (“è più sicuro”, “viene meglio”, “non riesco senza…” ). Un rapporto sessuale vero e proprio dove la manipolazione è sempre presente e il rischio di stupro non può essere escluso.
Che si tratti di giochi libertini senza consenso o di doni di sperma, il corpo delle donne è sempre in gioco e paga un prezzo molto alto.
LAURA DE BARBIERI -SE NON ORA QUANDO SISTERS
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