Nel cuore della Siria meridionale, la città di Sweida, abitata in prevalenza da drusi, è teatro di brutali ondate di violenza. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR), oltre 1300 persone sono state uccise in una settimana nell’attacco delle forze governative e ausiliari alla comunità drusa. Di queste la maggioranza sono drusi, tra cui circa 200 civili, compresi anziani, donne e bambini, giustiziati sommariamente, anche se ci sono vittime tra le forze di Damasco che si sono scontrate con la milizia drusa. Le immagini che emergono sono quelle di corpi abbandonati per strada, ospedali devastati, negozi saccheggiati e case bruciate.
La violenza è esplosa il 13 luglio, ma ha raggiunto il suo apice il 16 notte, quando le forze del regime siriano hanno lanciato un’offensiva brutale, nonostante un cessate il fuoco fosse stato annunciato. Testimoni parlano di esecuzioni sommarie, stupri, incendi dolosi e saccheggi sistematici. Il giorno dopo, le strade di Sweida erano deserte, impregnate di un odore di morte, mentre i sopravvissuti cercavano i corpi dei propri cari tra le macerie.
Il 15 luglio, l’aviazione israeliana aveva condotto attacchi mirati contro forze di sicurezza e veicoli nella zona, con il doppio obiettivo di fermare l’attacco ai drusi e di assicurare la smilitarizzazione dell’area a sud di Damasco. Il giorno successivo, il 16 luglio, l’operazione è stata estesa con bombardamenti contro il Ministero della Difesa e il quartier generale dell’esercito siriano a Damasco.
Il Ministero della Difesa siriano ha proclamato un “cessate il fuoco” dopo un accordo con leader della comunità locale, ma tensioni e scontri non sono finiti.
I drusi sono una minoranza religiosa mediorientale con origini nell’Islam ismailita, ma la loro dottrina si è sviluppata in modo autonomo a partire dall’XI secolo. La loro fede è monoteista ed esoterica, e incorpora elementi filosofici neoplatonici, gnostici e influenze abramitiche. I drusi credono nella reincarnazione, nella conoscenza come via alla salvezza e in una stretta interpretazione allegorica dei testi sacri.
La religione drusa non prevede la conversione né in entrata né in uscita: si nasce drusi e si resta tali. Questo aspetto, unito alla segretezza dottrinale e alla forte coesione interna, ha spesso alimentato sospetti e discriminazioni da parte di altre comunità religiose. I drusi non si considerano musulmani, ma sono spesso percepiti come tali da gruppi estremisti sunniti, che li accusano di eresia.
In Siria, i drusi sono concentrati principalmente nella provincia meridionale di Sweida, dove hanno mantenuto una relativa autonomia anche durante la guerra civile. Tuttavia, la loro posizione geografica strategica e la loro neutralità politica li hanno resi vulnerabili. I gruppi jihadisti li considerano bersagli legittimi, e le forze governative siriane li hanno accusati di collaborare con l’opposizione. Questo ha portato a episodi ricorrenti di persecuzione, violenza e isolamento.
In Israele vive una minoranza drusa, che gode di cittadinanza e partecipa attivamente alla vita pubblica. La comunità mantiene forti legami con i drusi residenti in Siria, Libano e Giordania.
In un’intervista rilasciata a 103FM, Sheikh Muwafaq Tarif, guida spirituale dei drusi israeliani, ha denunciato con parole durissime le atrocità commesse contro la sua comunità in Siria.
«Abbiamo già visto questo film con Hamas», ha detto. «Sono le stesse persone. Non facciamoci illusioni».
Tarif ha raccontato episodi agghiaccianti: una bambina di cinque anni stuprata, donne bruciate vive in un luogo sacro dove si erano rifugiate, infermiere violentate e uccise negli ospedali insieme ai feriti.
«È stato un massacro, una pulizia etnica. Solo perché sono drusi e non credono come loro», ha dichiarato. «I corpi erano per strada, le ambulanze non potevano passare. È tutto documentato in video».
Il leader spirituale ha paragonato le atrocità viste a Sweida all’Olocausto:
«Abbiamo visto cose che i nazisti facevano ai rabbini ebrei. Umiliazione, tortura, esecuzioni. Hanno rasato i baffi a uno sceicco di 80 anni e poi l’hanno ucciso».
Il leader ha anche smentito che si tratti di un conflitto locale tra beduini e drusi, come affermato dal governo siriano per giustificare il proprio intervento, affermando che si è trattato di un’operazione militare organizzata, con l’uso di carri armati, veicoli blindati e cecchini.
«Hanno preso villaggio dopo villaggio, casa dopo casa. Hanno saccheggiato, rubato, non hanno lasciato nulla», ha detto.
Quanto accaduto a Sweida rappresenta una tragedia umanitaria di proporzioni gravissime. Le testimonianze raccolte e le immagini diffuse descrivono atti di violenza estrema contro civili, inclusi bambini e donne, in un contesto di persecuzione religiosa e collasso delle strutture di protezione.
In ogni conflitto, le donne diventano bersagli privilegiati: non perché combattono, ma perché rappresentano la vita, la continuità di un popolo. La violenza sessuale in guerra non è un effetto collaterale: è una strategia deliberata di distruzione, come già applicata agli Yazidi, comunità di lingua curda dell’Iraq del nord annientata dall’ISIS, le cui donne e bambine sono state rapite e vendute come schiave e di cui, a distanza di 10 anni, ancora 3000 mancano all’appello, senza che nessuno sappia che fine abbiano fatto o dove si trovino.
Auspichiamo che la comunità internazionale intervenga per porre fine a tali atrocità e che le condizioni di sicurezza e tutela dei diritti delle donne in Medio Oriente, così come in tutto il mondo, possano migliorare sensibilmente.
Anna Zanotti
Questo articolo è prodotto grazie a lavoro volontario.
Gran parte delle notizie che leggi qui non le troverai su nessun altro media.
Se pensi che nostro lavoro sia utile, grazie se potrai sostenerci.
Anche il più piccolo contributo è prezioso!

