L’Austria introduce di soppiatto il self-id: ora la parità si basa sull’identità di genere
La legge sulle pari opportunità è stata modificata sostituendo il concetto di sesso con il genere autopercepito. Il tutto in silenzio e senza alcun dibattito pubblico. A favore anche il partito conservatore che dice di essersi sbagliato e ora annuncia di voler rimediare all'errore

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Dopo la Germania anche l’Austria scivola verso il self-id (l’autoidentificazione in un sesso o nell’altro a prescindere dal proprio sesso biologico) , ma introducendolo dalla porta di servizio. Il 18 settembre scorso, nell’ultima sessione del parlamento austriaco prima delle elezioni del 29 settembre, i delegati dell’ÖVP, partito conservatore, insieme ai parlamentari dei socialdemocratici e dei verdi, hanno votato una modifica alla legge federale sul Federal Equal Treatment Act: la clausola che imponeva la “parità tra donne e uomini” è stata sostituita con un requisito di “parità basata sul genere”. Nello specifico si tratta dell’articolo 11 della Legge federale sulla parità in cui è stato inserito un paragrafo che amplia la definizione di genere – cioè le dimensioni biologiche e sociali – da oggi definito secondo quattro categorie diverse: 1. caratteristiche sessuali (o meglio aspetti del sesso cromosomico, gonadico, anatomico e ormonale che si riferiscono a uomini, donne e intersex, cioè DSD) 2. identità di genere 3. espressione di genere 4. ruoli di genere (!).

Un vero e proprio cambio di paradigma che allontana sempre di più le definizioni dei sessi dalla biologia e dalla scienza inginocchiandosi al credo woke. Non c’è chiarezza né sul numero dei generi che sono protetti dalle discriminazioni, né sulla definizione dei termini. Il rischio di ambiguità e di conflitto di interessi è enorme e reale. 

A lanciare l’allarme è stata la parlamentare verde Faika El-Nagashi, che si è astenuta dalla votazione, e ha scritto in un lungo thread su X che «l’idea del Self Id è stata inserita nella legge austriaca all’insaputa della maggioranza dei parlamentari». L’emendamento è stato introdotto infatti con la strategia ideata dal famoso studio legale Dentons, vale a dire evitando ogni dibattito pubblico e inserendo l’identità di genere in modo indiretto in una legge sacrosanta nata per favorire le donne, rendendola di fatto inefficace. El-Nagashi ha fatto notare infatti che non era possibile votare contro le singole parti della legge che «non è sul self-id nello stato civile ma sulla ridefinizione del genere come self-id nella legge sulla parità di trattamento». 

È importante notare che tutto è avvenuto quasi all’insaputa della cittadinanza e che sia i Verdi che i Socialdemocratici (SPO) hanno votato a favore, e stranamente persino i conservatori (ÖVP), allontanandosi dai valori tradizionali del partito. Il Partito della Libertà di destra (FPO) è rimasto critico. L’Övp, che nel suo programma elettorale parla di “rifiuto dell’eccessiva insistenza sul genere”, ha spiegato di aver votato a favore della modifica per errore e ha promesso che correrà ai ripari per disfare ciò che è stato fatto alla prima riunione del nuovo Parlamento.

Le conseguenze sono facili da immaginare: ambiguità sulla interpretazione giuridica e sociali dei sessi, diluizione delle pari opportunità e invasione di spazi femminili in tutti gli ambiti.

“Ci stiamo allontanando dal concetto biologico di sesso – ha scritto El-Nagashi – e da un riferimento oggettivo agli uomini e alle donne – in una legge sul trattamento equo  – per andare verso una identità soggettiva e autopercepita che non può essere verificata esternamente e include tutte le possibili forme di espressione. La legge non si riferisce più alle donne ma a un numero indefinito di generi». Ha poi aggiunto: «Biologicamente ci sono solo due sessi: uomini e donne”.

MARA ACCETTURA E ELENA BANDIERA

 

 

 


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