
Ha i capelli lunghi biondi che cadono sulle spalle, indossa un pullover rosa confetto, un paio di calzettoni a coste grigio chiaro e delle mutande aderenti di raso bianche che mostrano “the bulge”, il rigonfiamento. Identificato come non binary e di una magrezza impressionante Hunter Schafer, 26 anni, è ambassador di Prada e perfetta icona della generazione Z. E non è il solo. Da Alex Consani, Model of the Year ai British Fashion Awards a Valentina Sampaio con lingerie di Victoria’s Secret a Geena Rocero, Andreja Pejic e Munroe Bergdorf sembra che la prostata – o il pene – sia l’accessorio di cui non si può più fare a meno per sfondare come “modella”. Già, quando ragazzi bellini – ma non indimenticabili – esibiscono la patente transgender fotografi e maison di moda cadono ai loro piedi come se fossero Madonne apparse in terra. Lo sa benissimo la stupenda Anok Yai che avendo perso contro Alex Consani ha chiesto al Fashion Council per cortesia di non nominarla più.


Di quelli nominati il trans identificato Hunter Schafer (ultimamente incavolato con Trump che gli ha fatto cambiare il sesso sul passaporto) è sicuramente quello che ha fatto più strada. Studente di arte scoperto dall’agenzia Elite a soli 18 anni, è già apparso sulle cover di Teen Vogue, W, Vogue Italia, AnOther Magazine, ha sfilato per MiuMiu, Versace, Dior, Gucci, Schiaparelli, House of Holland, Marc Jacobs, Helmut Lang, ha recitato in Hunger Games e Euphoria ed è uno dei volti del nuovo calendario Pirelli.

Nato in New Jersey in una famiglia di quattro figli e cresciuto nella Bible Belt, Schafer racconta che “ha sempre avuto questo bisogno persistente di esprimere la femminilità” e che all’asilo ogni giorno si vestiva da principessa. Era magico e supplicava sempre sua madre, moglie di un ministro presbiteriano, di dipingere le unghie come quelle delle sue sorelle” (wunc.org).

Molti bambini sono non conformi al genere. Peccato che oggi laccarsi le unghie e vestirsi “da femmina” vengano presi come criteri per la disforia di genere, diagnosi puntualmente avvenuta all’insorgere della pubertà. «Ho iniziato a vedere una lanugine sul labbro superiore… ero preoccupato di sviluppare queste caratteristiche sessuali secondarie – soprattutto i peli sulla faccia mi terrorizzavano». Con la diagnosi di disforia sono arrivati i bloccanti «che hanno messo in pausa la pubertà e mi hanno dato più tempo per pensare alla mia identità». Intanto quel corpo androgino “congelato” in un eterno 14enne piace molto alla moda. Naturalmente waifish, ostentatamente queer non deve combattere la cellulite né la sindrome premestruale. Essere il prescelto è un sogno. «Date le mie circostanze e le mie origini non pensavo che sfilare sarebbe stato possibile nella mia vita», dice. Ai bloccanti seguono (come nel 96% dei casi) gli ormoni cross sex. E contratti redditizi a cui è molto difficile rinunciare.

In un articolo del New York Times (https://www.nytimes.com/2018/05/30/style/hunter-schafer-transgender-activist-model.html) si sottolineava che nel 2018 Schafer era arrivato a un giro di boa: decidere se assumere lo spironolactone, un potente antiandrogeno, assieme agli estrogeni, per mantenere un corpo femminile. “Se decidesse di tornare a un corpo più convenzionalmente maschile le sue misure cambierebbero e sarebbe più difficile essere scelta come modella”, concludeva l’articolo. È plausibile che Schafer sia andato avanti con la medicalizzazione. In un’industria dominata da uomini gay il suo corpo skinny da 50 chili su un metro e 78, con curve appena accennate e “the bulge”, è perturbante, carico di sensualità e perfetto da vestire.
Il mondo della moda così come quello del cinema e dei media ha un’enorme responsabilità nel promuovere la glamourizzazione delle identità trans. Se i minori trans sono percepiti come identità cool, libere dal binarismo, modelli da imitare, e non come pazienti vulnerabili e medicalizzati a vita – con conseguenze a lungo termine tutte da definire – lo dobbiamo proprio a un continuo offuscamento della realtà. «Avere una figlia transgender mi ha reso molto più interessante», dice l’attrice Annette Bening. Ed è una delle tante. Da Jamie Lee Curtis a Charlize Theron, Ben Affleck, Cynthia Nixon, Megan Fox, Jennifer Lopez, Sigourney Weaver, Naomi Watts non passa giorno che qualche celeb, con figlio trans sotto braccio, stile ultima Gucci bag, non si definisca alleata della causa. E che causa! Virtuosa, progressista, inclusiva.

C’è poi un lato di cui si parla poco. L’imbarazzante misoginia dietro questo fenomeno. E le donne, comprese molte femministe, fanno così fatica a riconoscerla da essere ironicamente in prima linea nel promuovere la propria degradazione e cancellazione. Non inventiamo nulla, sono gli stessi trans ad ammetterlo. Lo scrittore trans Andrea Long Chu, vincitore di un Pulitzer, ha dichiarato che “la pornografia è l’espressione quintessenziale della femminilità”. “Al centro del sissy porn c’è il buco del culo, una specie di vagina universale attraverso la quale si può sempre accedere alla femminilità. Essere scopata ti rende femmina perché essere scopata è ciò che è una femmina”. https://newdiscourses.com/tftw-universal-vagina/

“Penso che gli uomini gay là fuori sono gay come premio di consolazione perché non hanno potuto essere donne”, dice l’autore trans identificato Juno Dawson. “Questo è stato certamente vero per me”. E un altro autore trans, Grace Lavery: “C’è qualcosa nell’essere trattata come una merda dagli uomini che sembra un’affermazione, un grido di gioia che proviene dalla cavità più profonda del petto… Essere vittima di un sessismo onesto e non mascherato possiede una vitalità esaltante”. https://thecritic.co.uk/a-heartbreaking-work-of-staggering-narcissism/

E Hunter Schafer? Una foto in bianco e nero che circola in queste settimane lo ritrae con Hannah, la sorella più piccola. È simile ma molto più bella di lui, sembra il suo gemello. In un gioco di specchi sembra che lui la indossi come un vestito.
Tranquilli, Hannah non ha il pene, è una donna “old fashioned”, con l’utero, “un fottuto dinosauro” per dirla alla Ricky Gervais. La sua strada è tutta in salita. E quella non sarebbe un’immagine inquietante se in un post su Instagram del 2018 oggi cancellato (ma ripreso dalla giornalista Genevieve Gluck su X e mai smentito) Schafer avesse messo in dubbio la sua disforia e scritto che “il mio orientamento sessuale non era gay. Nemmeno pan. Era un’attrazione, è sempre un’attrazione per la misoginia. Perché voglio/ ho bisogno di essere una donna. Il mio genere era così influenzato dal bisogno di essere usato dagli uomini”.

Non sappiamo se in passato Schafer sia stato vittima di abusi, né cosa sarebbe successo se fosse cresciuto naturalmente, affrontando l’adolescenza con tutte le sue difficoltà. Ma il suo corpo femminilizzato è oggi ostaggio di un’industria. Dispiace che un brand come Prada che ha sempre promosso un’immagine di donna indipendente e non certo un oggetto, partecipi a questa propaganda con entusiasmo.
Nina Wess
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