La diretta Zan-Fedez

Lettera di una giovane femminista a Zan e al Pd

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Con ogni mezzo (social, email) abbiamo cercato di interloquire con Alessandro Zan, primo firmatario del ddl sull'omobitransfobia, misoginia e abilismo già approvato alla Camera e in attesa di esame al Senato. Lo abbiamo invitato a partecipare a un confronto Zoom per esporgli le nostre ragioni e ascoltare le sue. Gli abbiamo proposto interviste da pubblicare sulla stampa quotidiana. Zan non ha mai dato il minimo cenno di riscontro e questo è piuttosto grave per un parlamentare eletto che per legiferare correttamente sarebbe tenuto a verificare i suoi convincimenti su una questione tanto importante, ascoltando ciò che ne hanno da dire le sue concittadine: ignorare le donne, non dare importanza a quello che hanno da dire è il primo sprezzo misogino, ed è preoccupante che questo sprezzo venga manifestato proprio da chi -unilateralmente- ha deciso che la "sua" legge costituisca un presidio anche contro la misoginia. Zan ha scelto di confrontarsi solo con chi gli assicuri a priori di non contrastarlo, organizzando un grand tour con influencer, cantanti, sex-columnist di PlayBoy e personaggi dello showbitz che, come abbiamo potuto constatare, non conoscono davvero il testo del ddl.

Nessun riscontro fin qui nemmeno dal Partito Democratico e in particolare dalle donne di quel partito, ripetutamente e prioritariamente interpellate, nonostante il nuovo segretario Enrico Letta abbia indicato nell'apertura e nell'ascolto un tratto imprescindibile del "suo" Pd. Questa è la lettera che una giovane femminista radicale ha voluto indirizzare ad Alessandro Zan e al Partito Democratico.

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Vorrei fare un appello a chi in questo momento sta supportando il #ddlZan organizzando dirette e petizioni sui social. Soprattutto vorrei lanciare questo messaggio ad Alessandro Zan del Partito Democratico, relatore del ddl.

Ho seguito la sua diretta con Fedez e ho riscontrato molta disonestà da parte sua perchè nonostante lei abbia ragione a sottolineare l’importanza di questo ddl e abbia ragione a dire che ci sono moltissime fake news che circolano, ha trascurato di citare il fatto che non tutte le critiche che sono arrivate a questo ddl vengano dalla destra sovranista Italiana o da esponenti di partiti politici omofobi. Lei ha detto, e cito, chi non vuole questa legge pensa ancora che le persone omosessuali e transessuali siano persone sbagliate e da correggere”. Ma questo non è vero e lei lo sa bene.

C’è una parte di Italia che sta chiedendo da mesi di essere ascoltata, una parte di Italia fatta prevalentemente di donne, di femministe, che chiedono ad Alessandro Zan e, più in generale, al Partito Democratico di essere ascoltate e di poter condividere un dibattito circa le critiche e le modifiche che, in quanto donne, vorremmo apportare al ddl. A detta vostra questa è una legge che dovrebbe tutelare anche le donne, perciò mi sembra il minimo accettare di intavolare una discussione anche con noi. Eppure quando - insieme a Marina Terragni- abbiamo chiesto di essere ascoltate, richiedendo la possibilità di confrontarci tramite dibattito pubblico con Alessandro Zan, siamo state ignorate.

Io faccio parte di RadFem Italia, un’associazione di donne femministe che si occupa di femminismo radicale e che combatte contro l’oppressione del patriarcato e per distruggere la misoginia, che in Italia è incredibilmente normalizzata - basti pensare ai numeri di femminicidi quotidiani. Ma mi ritrovo anche negli ideali di tante altre associazioni femministe italiane come ad esempio ArciLesbica o l'UDI - Unione Donne in Italia. Ho conosciuto tantissime donne che in questo momento si sentono minacciate da ciò che potrebbe accadere se il ddl Zan venisse approvato così com’è.

Noi non siamo la destra sovranista e omofoba italiana, noi non siamo Giorgia Meloni, Simone Pillon o Matteo Salvini. Siamo donne che quotidianamente combattono per altre donne, per chi non ha voce, e pretendiamo che venga dato ascolto anche a noi, o che almeno si provi a creare un dibattito civile. Ci sono diversi punti che riteniamo vadano modificati nel ddl ma, principalmente, ci preoccupa il concetto di identità di genere. Da mesi continuiamo a ribadire che il concetto alla base dell’ideologia dell’identità di genere sia incredibilmente nocivo per le donne, eppure continuiamo ad essere ignorate.

Nel ddl Zan l’identità di genere è definita come «l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione». Questo presuppone che l’essere donna non dipenda dall’appartenenza ad un sesso bensì sia relegato ad una sensazione, al “sentirsi donna”. Ma asserire che la donna sia una concezione diversa dalla sua contingenza biologica minimizza i miliardi di donne vittime di maschilismo, misoginia e patriarcato nel mondo: siamo nel 2021 e, ad oggi, esistono ancora aborti selettivi ai danni di bambine, escissione della clitoride, prostituzione, sessualizzazione e oggettificazione del corpo femminile, stupro correttivo, spose bambine, discriminazioni sul lavoro per via della maternità eccetera.

Nessuno sa in quale “identità di genere” si identificassero queste donne o bambine stuprate, violate, infibulate, abortite e uccise; l'unico loro peccato è stato quello di essere nate con l’organo genitale femminile. È su questa base puramente biologica che, per millenni, le donne sono state e sono ancora ritenute inferiori. La donna non è colei che si sente donna perché performa gli stereotipi creati dalla società - stereotipi dannosi specialmente per noi donne in una società patriarcale come quella Italiana. Non è donna chi si mette il rossetto, chi indossa una gonna, chi gioca con le Barbie o chi si sente donna perché ha piacere a fare queste cose. Questi sono stereotipi sessisti, stereotipi di genere.

All’interno di queste dinamiche di stereotipi di genere, la donna è soggiogata dal ruolo che le è stato imposto. Il sesso biologico non ci impone obblighi né ruoli: quei ruoli vengono dipinti intorno al sesso e per liberarsene bisogna riconoscerli per gli strumenti patriarcali che sono. Non esiste cervello, hobby, passione, colore, orientamento sessuale, tratto caratteriale che sia intrinsecamente femminile o maschile. Questi sono costrutti che vengono tramandati dalla nascita, sono taciti accordi sociali. Dunque inserire la validità legale di un termine come “identità di genere” crea un precedente ed è dannoso per le donne poiché il genere - a differenza del sesso - è un concetto socio-culturale, un costrutto che si riferisce all'insieme di norme imposte dall'esterno, da stereotipi appunto.

In una società priva di stereotipi di genere e di caselle culturali dati al sesso di appartenenza non ci sarebbe la necessità di identificarsi in un altro sesso o in un’ipotetica identità di genere perché la società sarebbe paritaria nei confronti di donne e uomini senza attribuire stereotipi di genere a nessun sesso. Chiediamo che queste considerazioni, e molte altre, vengano tenute in considerazione e che ci venga dato spazio per un dibattito costruttivo che tenga conto di quello che le donne hanno da dire su questo ddl, senza voler minare i sacrosanti diritti che questo ddl si pone di tutelare, ovvero combattere omofobia, transfobia, abilismo e misoginia. Per favore, ascoltateci.

Angela Tacchini


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