20 Gennaio 2021

Che cos'è il genere?

"Se l'identità di genere è uno spettro, allora siamo tutti 'non-binary' poiché nessuno di noi rientra nei punti rappresentati dagli estremi di quello spettro. Ognuno di noi esisterà in un punto unico dello spettro". Rebecca Reilly-Cooper, filosofa e docente all'Università di Warwick rivela la fallacia del concetto di genere come spettro
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"Che cos'è il genere?" È una domanda che va al cuore della teoria e della pratica femminista, rivelandosi fondamentale nei dibattiti attuali dell'attivismo su temi di giustizia sociale riguardanti classe, identità e privilegio. Nelle conversazioni di tutti i giorni la parola “genere” è un sinonimo di ciò che più precisamente verrebbe chiamato "sesso". Forse a causa di una vaga schizzinosità nel pronunciare una parola che descrive anche il rapporto sessuale, la parola genere è eufemisticamente usata per riferirsi al dato biologico per cui una persona è di sesso femminile o di sesso maschile, risparmiando a tutti noi il lieve imbarazzo di dover invocare gli organi e i processi corporei che questa biforcazione comporta, pur quanto indirettamente.

La parola genere originariamente aveva un significato esclusivamente grammaticale in quelle lingue che classificano i loro nomi come maschile, femminile o neutro. Eppure, almeno dagli anni Sessanta, la parola ha assunto un altro significato, permettendoci di fare una distinzione tra sesso e genere. Per le femministe questa distinzione è stata importante poiché ha permesso di riconoscere che alcune delle differenze fra donne e uomini siano riconducibili alla biologia mentre altre affondino le loro radici nell'ambiente, nella cultura e nell'educazione - ciò che nella teoria femminista viene definito come "socializzazione di genere"; almeno, questo è il ruolo che la parola genere ha svolto tradizionalmente nella teoria femminista. Era un'idea femminista di base che mentre il sesso si riferisce a ciò che è biologico - e quindi in un qualche modo "naturale" - il genere si riferisce a ciò che è socialmente costruito. Da questo punto di vista, che per semplicità possiamo chiamare la visione femminista “radicale”, il genere si riferisce dunque all'insieme di norme imposte dall'esterno che prescrivono e proscrivono comportamenti desiderabili agli individui secondo caratteristiche moralmente arbitrarie. Queste norme non solo sono esterne all'individuo e imposte in maniera coercitiva, ma rappresentano anche un sistema, o una gerarchia, di caste binarie, cioè un sistema di valori con due posizioni: il maschile sul femminile, l’uomo superiore alla donna, la mascolinità al di sopra della femminilità.

Gli individui nascono con la potenzialità di svolgere uno dei due ruoli riproduttivi determinati alla nascita dai genitali esterni che possiede il neonato. Da quel momento in poi saranno inseriti in una delle due classi di questa gerarchia: la classe superiore se i genitali sono convessi, quella inferiore se i genitali sono concavi. A partire dal momento della nascita e dell'identificazione dell'appartenenza alla classe sessuale, la maggior parte delle persone di sesso femminile viene educata ad essere passiva, sottomessa, debole e nutrice, mentre la maggior parte degli uomini viene educata ad essere attiva, dominante, forte e aggressiva. Questo sistema di valori e questo processo di socializzazione e di acculturazione degli individui è ciò che nel femminismo radicale si intende con la parola "genere".

Intendendolo in questo modo, non è difficile capire cosa ci sia di discutibile e di oppressivo nel genere, poiché esso limita il potenziale delle persone sia di sesso maschile sia di sesso femminile affermando la superiorità degli uomini sulle donne. Quindi l'obiettivo del femminismo radicale è di abolire del tutto il genere: smettere di mettere le persone in scatole rosa e blu e permettere lo sviluppo della personalità e delle preferenze degli individui senza promuovere socialmente l'influenza coercitiva di questo sistema di valori.

Questa visione del genere è in contrasto con la visione di coloro che vivono il genere come qualcosa di interno e innato, piuttosto che come interamente costruito socialmente e imposto esternamente. Queste persone non solo contestano il fatto che il genere sia interamente costruito, ma rifiutano anche l'analisi femminista radicale per cui il genere è intrinsecamente gerarchico. Secondo questa visione, che per facilità chiamerò la visione femminista “queer” del genere, ciò che rende oppressiva la natura del genere non è che questo sia socialmente costruito e imposto coercitivamente; piuttosto, il problema è la prevalenza della convinzione che ci siano solo due generi. Gli esseri umani di entrambi i sessi si libererebbero se venisse riconosciuto che se il genere è effettivamente un aspetto interno, innato ed essenziale delle nostre identità allora ci possano essere più generi tra cui scegliere oltre a "donna" o "uomo". Il passo successivo nella strada della liberazione diventa quindi il riconoscimento di una nuova gamma di identità di genere: così, ora, ci sono persone che si riferiscono a se stesse come "genderqueer", "non-binary", "pangender", "polygender", "agender", "demiboy", "demigirl", "neutrois", "aporagender", "lunagender", "quantumgender" ...eccetera. Un mantra spesso ripetuto tra i sostenitori di questa visione è che "il genere non è binario, è uno spettro". Ciò che consegue a questa visione non è la necessità di distruggere le scatole rosa e azzurre; si deve piuttosto semplicemente riconoscere che ci sono molte più scatole di quella rosa e azzurre.

A prima vista potrebbe sembrare un'idea allettante, ma ci sono innumerevoli problemi che rendono questa teoria internamente incoerente e politicamente poco conveniente. Molti sostenitori della visione queer del genere descrivono la propria identità di genere come "non binaria", e la presentano in opposizione alla stragrande maggioranza delle persone la cui identità di genere si presume sia binaria. A prima vista sembra esserci una tensione immediata tra l'affermazione che il genere non è binario, bensì uno spettro, e l'affermazione che solo una piccola parte degli individui può essere descritta come avente un'identità di genere non binaria. Se il genere è davvero uno spettro questo non significa forse che ogni individuo è, per definizione, non binario? Se così fosse allora l'etichetta "non-binario" per descrivere una specifica identità di genere diventerebbe ridondante poiché non riconoscerebbe una specifica categoria di persone. Per evitare ciò, il sostenitore del modello dello spettro deve infatti partire dal presupposto che il genere sia allo stesso tempo binario e spettro.

È del tutto possibile che una proprietà venga descritta sia in modo continuativo sia in modo binario. Per esempio, l'altezza: chiaramente l'altezza è un continuum e gli individui possono cadere ovunque lungo quel continuum; ma abbiamo anche le etichette binarie "alto" e "basso". È possibile che il genere operi in modo simile? La cosa da notare del binario alto/basso è che quando questi concetti sono utilizzati per riferirsi alle persone, si tratta di descrizioni relative o comparative. Poiché l'altezza è uno spettro, o un continuum, nessun individuo è assolutamente alto o assolutamente basso; siamo tutti più alti di alcune persone e più bassi di altri. Quando ci riferiamo a persone alte, ciò che intendiamo è che sono più alte della persona media di un gruppo di cui ci interessa esaminare l'altezza. Un ragazzo potrebbe essere allo stesso tempo alto per un bambino di sei anni eppure basso rispetto a tutte le persone di sesso maschile. Dunque le attribuzioni delle etichette binarie alto e basso devono essere comparate e fare riferimento alla media. Potrebbe darsi che quegli individui che si raggruppano intorno a questa media reclamino la possibilità di riferirsi a se stessi come "altezza non binaria". Tuttavia, sembra improbabile che questa interpretazione del modello dello spettro soddisfi coloro che si descrivono come di genere non binario. Se il genere, come l'altezza, va inteso come comparativo o relativo, ciò sarebbe in contrasto con l'insistenza sul fatto che gli individui siano i soli arbitri del proprio genere. Il genere sarebbe definito in riferimento alla distribuzione delle identità di genere presenti nel gruppo in cui vi ritrovate, e non dalla vostra autodeterminazione individuale. Pertanto la decisione di non essere binario non sarebbe personale, bensì verrebbe determinata solo confrontando la propria identità di genere con la diffusione di quella degli altri e capendo in quale si ricade. E sebbene io in quanto individuo possa pensare a me come ad una donna, qualcun altro potrebbe essere più in là nella scala della femminilità rispetto a me, e quindi "più donna" di me.

Inoltre quando osserviamo l'analogia con l'altezza possiamo vedere che, osservando l'intera popolazione, solo una piccola minoranza di persone verrebbe accuratamente descritta come alta o bassa. Dato che l'altezza è in realtà uno spettro, e le etichette binarie sono attribuite in modo comparativo, solo una manciata di persone ai due estremi dello spettro può essere significativamente etichettata come alta o bassa. Il resto di noi, ricadendo lungo tutti i punti in mezzo, sono persone di altezza non binaria e rappresentano lo standard. In realtà, sono le persone (binarie) alte e basse che sono rare e insolite; se estendiamo questa analogia al genere, vediamo che essere non binari di genere è in realtà la norma, non l'eccezione. Se il genere è uno spettro, significa che è un continuum tra due estremi, e tutti si trovano da qualche parte lungo quel continuum.

Presumiamo che i due estremi dello spettro siano la mascolinità e la femminilità. O potrebbero essere qualcos’altro? Se consideriamo che mascolinità e femminilità siano i due estremi, diventa immediatamente chiaro che tutti quanti sono non binari, perché assolutamente nessuno è totalmente mascolino o totalmente femminile. Naturalmente alcune persone saranno più vicine ad un estremo dello spettro mentre altre saranno più ambigue e fluttueranno intorno al centro. Ma anche la persona più convenzionalmente femminile dimostrerà alcune caratteristiche che noi associamo alla mascolinità e viceversa. Sono lieta di questa implicazione perché, pur possedendo la biologia femminile e definendomi donna, io non mi considero uno stereotipo di genere. Non sono una manifestazione ideale dell'essenza della femminilità e quindi non sono binaria. Proprio come tutte le altre persone. Tuttavia, è improbabile che chi si definisce non-binario si accontenti di questa conclusione poiché la sua identità di "persona non-binaria" dipende dall'esistenza di un gruppo molto più ampio di persone cosiddette "cisgender" binarie, persone incapaci di essere al di fuori dell'arbitrario genere maschile/femminile dettato dalla società. Qui abbiamo l'ironia di alcune persone che insistono sul fatto che loro e una manciata dei loro rivoluzionari compagni di genere non sono binari: così facendo, creano una falsa binarietà tra coloro che si conformano alle norme di genere associate al loro sesso e quelli che non lo fanno.

In realtà, tutti sono non-binari. Noi tutti partecipiamo attivamente ad alcune norme di genere, acconsentiamo passivamente ad altre e ne critichiamo fermamente altre ancora. Quindi definirsi non-binario in realtà significa creare un nuovo falso binario. Porsi sul lato più complesso di quel binario potrebbe permettere all’individuo non-binario di affermare di essere sia frainteso sia politicamente oppresso dalla persona cisgender binaria. Se ci si identifica come "pangender" la pretesa è quella di essere rappresentati da ogni possibile punto dello spettro? Dunque da tutto lo spettro allo stesso tempo? Come potrebbe essere possibile, dato che gli estremi rappresentano necessariamente degli opposti incompatibili tra di loro? La femminilità pura è passività, debolezza e sottomissione, mentre la mascolinità pura è aggressività, forza e dominio. È semplicemente impossibile essere tutte queste cose allo stesso tempo. Se non ci si trova d'accordo con queste definizioni di mascolinità e femminilità e non si accetta che la mascolinità debba essere definita in termini di dominanza mentre la femminilità deve essere descritta in termini di sottomissione, siete invitati a proporre altre definizioni. Ma qualsiasi cosa vi venga in mente, esse rappresenteranno comunque l'uno l'opposto dell'altro.

A un pugno di individui è apparentemente permesso di scegliere di essere fuori dallo spettro dichiarandosi "agender", dicendo che non si sentono né maschili, né femminili, e che non hanno alcuna esperienza interiore di genere. Non ci viene data alcuna spiegazione sul perché alcune persone possano rifiutarsi di definire la loro personalità in termini di genere mentre altre non possano farlo, ma riguardo a questa auto-denominazione di "agender" una cosa è chiara: non possiamo farlo tutti, per le stesse ragioni per cui non possiamo definirci tutti non-binari. Se tutti noi negassimo di avere un'identità di genere innata ed essenziale, allora l'etichetta di "agender" diventerebbe ridondante, perché la mancanza di genere sarebbe un tratto universale. L'agender può essere definito solo in base al genere. Chi definisce se stesso e la propria identità in base alla mancanza di genere deve quindi essere convinto che la maggior parte delle persone abbia un genere innato ed essenziale, ma che, per qualche ragione, allo stesso tempo non ce l’abbia.

Una volta affermato che il problema del genere è che attualmente ne riconosciamo solo due, la domanda ovvia da porsi è: quanti generi dovremmo riconoscere per non essere oppressivi? Quante sono le possibili identità di genere? L'unica risposta possibile e coerente a questa domanda è: 7 miliardi, più o meno. Ci sono tante possibili identità di genere quanti sono gli esseri umani sul pianeta. Secondo Nonbinary.org, uno dei principali siti di riferimento su internet per informazioni sui generi non binari, il vostro genere può essere il gelo, il sole, la musica, il mare, Giove o l'oscurità pura. Il vostro genere può essere la pizza. Ma se così fosse, non è chiaro come possa avere senso, o come possa ampliare la nostra comprensione, chiamare qualsiasi di queste cose "genere", in contrapposizione alla sola "personalità umana" o a "cose che mi piacciono". La parola genere non è solo una parola di fantasia per la vostra personalità o per i vostri gusti o le vostre preferenze. Non è solo un'etichetta da adottare in modo da avere un modo unico per descrivere quanto siete grandi, molteplici ed interessanti. Il genere è il sistema di valori che lega comportamenti e caratteristiche desiderabili (e a volte indesiderabili?) alla funzione riproduttiva. Una volta dissociati quei comportamenti e quelle caratteristiche dalla funzione riproduttiva - cosa che dovremmo fare - e una volta respinta l'idea che ci sono solo due tipi di personalità e che una è superiore all'altra - cosa che dovremmo fare - cosa può significare continuare a chiamare questa roba "genere"? Che significato ha qui la parola "genere", che la parola "personalità" non può racchiudere?

Su Nonbinary.org, il vostro genere può essere anche "(nome)genere": "Un genere che è meglio descritto con il proprio nome, utile per coloro che non sono ancora sicuri di ciò che identificano ma sanno sicuramente che non sono cis […] può essere visto come un termine onnicomprensivo o come un identificatore specifico, ad esempio, johngender, janegender, (il tuo nome)gender, ecc.". L'esempio del "(nome)genere" dimostra perfettamente come funzionano le identità di genere non binarie, e la funzione che svolgono. Sono per persone che non sanno con certezza in che cosa si identificano, ma sanno di non essere cisgender. Presumibilmente perché sono troppo interessanti, rivoluzionarie e trasgressive per qualcosa di così ordinario e convenzionale come ‘cis’. Questo desiderio di non essere cis è razionale e ha perfettamente senso, soprattutto se si è al femminile. Anche io credo che i miei pensieri, i miei sentimenti, le mie attitudini e le mie disposizioni siano troppo interessanti, completi e complessi per essere semplicemente una "donna cis". Anche io vorrei trascendere gli stereotipi socialmente costruiti sul mio corpo femminile e le supposizioni che vengono automaticamente fatte da altri. Anch'io vorrei essere vista come qualcosa di più di una semplice madre/serva domestica/oggetto di gratificazione sessuale. Anch'io vorrei essere vista come un essere umano, una persona con una vita interiore ricca e profonda e con le potenzialità per essere qualcosa di più di ciò che la nostra società vede attualmente come possibile per le donne. La soluzione a ciò, tuttavia, non è quella di definirmi agender, di cercare di scivolare attraverso le sbarre della gabbia lasciando intatto il resto della gabbia e il resto della donna intrappolata al suo interno. Soprattutto perché non si può scivolare attraverso le sbarre. Chiamarmi "agender" non impedirà al mondo di vedermi come donna e di trattarmi di conseguenza. Posso presentarmi come agender e insistere sulla mia serie di neo-pronomi quando mi candido per un lavoro, ma questo non impedirà all'intervistatore di vedere una potenziale procreatrice ‘sforna-bambini’ e di dare quindi il posto al meno qualificato, ma meno-gravato-dalla-riproduzione, candidato uomo.

Qui si arriva alla tensione cruciale che sta alla base della politica dell'identità di genere e che la maggior parte dei suoi sostenitori non ha considerato o sceglie di ignorare perché può essere risolta solo rifiutando alcuni dei principi chiave della dottrina. Molte persone giustamente ritengono che la parola "transgender” sia sinonimo di "transessuale" e significhi qualcosa come: avere disforia e provare angoscia per il proprio corpo sessuato, e avere il desiderio di alterare quel corpo per renderlo più simile al corpo del sesso opposto. Ma secondo l'attuale terminologia delle politiche di identità di genere, essere transgender non ha nulla a che fare con il desiderio di cambiare il proprio corpo sessuato. Essere transgender significa che la vostra identità di genere innata non corrisponde al genere che vi è stato assegnato alla nascita. Potrebbe essere così anche se siete perfettamente felici e soddisfatti del corpo che possedete; siete transgender semplicemente se vi identificate come un genere, ma socialmente siete stati percepiti come un altro. È un principio chiave della dottrina che la stragrande maggioranza delle persone può essere descritta come "cisgender", il che significa che la nostra identità di genere innata corrisponde a quella che ci è stata assegnata alla nascita. Ma come abbiamo visto, se l'identità di genere è uno spettro, allora siamo tutti non-binari, perché nessuno di noi rientra nei punti rappresentati dagli estremi di quello spettro. Ognuno di noi esisterà in un punto unico di quello spettro, determinato dalla natura individuale e idiosincratica della propria particolare identità e della propria esperienza soggettiva del genere. Dunque non è chiaro come qualcuno possa essere cisgender; a nessuno di noi è stata assegnata la corretta identità di genere alla nascita, e come sarebbe potuto accadere? Al momento della nascita come si sarebbe potuto sapere che in seguito avremmo scoperto che la nostra identità di genere è “frostgender”, un genere apparentemente "molto freddo e nevoso“? Una volta riconosciuto che il numero di identità di genere è potenzialmente infinito, siamo costretti a riconoscere che in fondo nessuno è cisgender, perché a nessuno viene assegnata la corretta identità di genere alla nascita. In realtà, a nessuno di noi è stata assegnata un'identità di genere alla nascita. Siamo stati posti in una delle due classi di sesso in base alla nostra potenziale funzione riproduttiva determinata dai nostri genitali esterni. Dopodiché siamo stati cresciuti secondo le norme di genere socialmente prescritte per le persone di quel sesso. Siamo tutti istruiti e collocati in uno dei due ruoli molto prima di essere in grado di esprimere le nostre convinzioni sulla nostra innata identità di genere o di determinare il punto preciso in cui ricadiamo nel continuum di genere. Quindi definire le persone transgender come coloro ai quali alla nascita non è stato assegnato il posto corretto nello spettro del genere, implica che ognuno di noi sia transgender e che non ci siano in realtà persone cisgender.

La conclusione logica di tutto questo è: se il genere è uno spettro, non un binario, allora tutti sono trans. Oppure, in alternativa, non ci sono persone trans. In entrambi i casi, questa è una conclusione profondamente insoddisfacente che oscura la realtà dell'oppressione femminile e invalida e cancella le esperienze delle persone trans. Il modo per evitare questa conclusione è di rendersi conto che il genere non è uno spettro. Non è uno spettro, perché non è un'essenza o una proprietà innata, interna. Il genere non è un dato di fatto che dobbiamo tenere in considerazione come fondamentale ed essenziale e poi costruire le nostre istituzioni sociali intorno a questo fatto. Il genere è costruito socialmente in toto, è una gerarchia imposta dall'esterno, con due classi che occupano due posizioni di valore: il maschile sul femminile, l’uomo superiore alla donna, la mascolinità al di sopra della femminilità. La verità dell'analogia dello spettro consiste nel fatto che la conformità al proprio posto nella gerarchia, e ai ruoli che essa assegna alle persone, varia da persona a persona. Alcune persone troveranno relativamente più facile e indolore conformarsi alle norme di genere associate al loro sesso, mentre altre trovano i ruoli di genere associati al loro sesso così opprimenti e limitanti da non poter vivere in modo tollerabile, e scelgono quindi di vivere secondo il ruolo di genere opposto. Per fortuna la personalità umana è uno spettro in tutta la sua varietà e complessità - in realtà, non è nemmeno un unico spettro perché non è semplicemente un continuum tra due estremi.

Il genere è il sistema di valori che dice che ci sono due tipi di personalità, determinati dagli organi riproduttivi con cui sei nato. Uno dei primi passi per liberare le persone da quella gabbia che è il genere è sfidare le norme di genere stabilite e giocare ed esplorare la vostra espressione e presentazione di genere. Nessuno, e certamente nessuna femminista radicale, vuole impedire a qualcuno di esprimere la propria personalità o di definirsi in modi che abbiano un senso per la persona. Quindi, se volete definirvi femministe di genere demigirls, fate pure. Esprimete quella identità come vi pare. Divertitevi. Il problema, però, emerge nel momento in cui si iniziano a fare affermazioni politiche sulla base di quell'etichetta - quando si inizia a chiedere che gli altri si definiscano cisgender, perché si richiede per definirsi che ci sia un gruppo di persone binarie convenzionali cis contro di voi; e quando si insiste che queste persone cis abbiano un vantaggio strutturale e un privilegio politico su di voi, perché sono socialmente viste come "persone binarie conformiste", mentre nessuno capisce veramente quanto sia complessa e luminosa e sfaccettata e unica la vostra identità di genere. Chiamarsi non-binari o genderfluid quando si pretende che gli altri si chiamino cisgender è insistere sul fatto che la stragrande maggioranza degli esseri umani deve rimanere nelle proprie scatole, perché voi vi identificate come senza scatola.

La soluzione non è quella di reificare il genere insistendo su sempre più categorie di genere che definiscono la complessità della personalità umana in modo rigido e prettamente essenzialista. La soluzione è abolire del tutto il genere. Non abbiamo bisogno del genere. Staremmo meglio senza. Il genere come una gerarchia con due posizioni opera per naturalizzare e perpetuare la subordinazione delle persone di sesso femminile a quelle di sesso maschile limitando lo sviluppo degli individui di entrambi i sessi. Immaginare il genere come uno spettro identitario non porta ad un miglioramento. Non è necessario avere un'esperienza profonda, interna, essenziale del genere per essere liberi di vestirci come ci piace, di comportarci come crediamo, di fare il lavoro che vogliamo, di amare ciò che preferiamo. Non è necessario dimostrare che la vostra personalità sia femminile perché sia accettabile per voi usare cosmetici, cucinare e fare artigianato. Non c'è bisogno di essere genderqueer per essere contro al genere. La soluzione a un sistema oppressivo che mette le persone in scatole azzurre e rosa non è creare sempre più scatole di qualunque colore tranne che l'azzurro o il rosa. La soluzione è abbattere e abolire completamente le scatole."

Rebecca Reilly-Cooper, filosofa e docente all'Università di Warwick, UK

L'articolo originale qui (traduzione di Angela Tacchini)


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