La trans-atleta Petrillo vince tutto. E -ovviamente- pensa alla politica
Fabrizio-Valentina Petrillo continua a sbaragliare le avversarie. Ultimo podio i campionati master indoor sui 200m di Ancona. Dice che lo sport diviso per sessi è violenza. E proclama il suo motto-manifesto:«Ognuno deve avere la possibilità di determinare da solo chi è». A cominciare dal genere

Condividi questo articolo

Tra Olimpiadi e DDL Zan l’anno scorso le testate sportive hanno dedicato parecchio spazio allo “sport inclusivo” e a Valentina nata Fabrizio Petrillo, presentata come “prima atleta transgender a indossare la maglia della nazionale italiana in una competizione internazionale”.

Petrillo, che gareggia sia in gare paralimpiche per ipovedenti che nei campionati master per atlete over 35 (qui la voce delle atlete battute dal suo corpo maschile), ha sperato fino all’ultimo di partecipare nella categoria femminile ai Giochi Paralimpici di Tokyo. La qualifica però non è arrivata, non è chiaro se perché risultava uomo sui documenti o per inadeguatezza dei risultati -classe 1973, quasi cinquantenne si trovava a competere contro atlete ventenni.

Dall’estate a oggi che cosa ha fatto «Valentina» : ovviamente ha continuato a vincere.

A settembre 2021, ai campionati master di Rieti ha raggiunto il primo posto in tre gare: 100m200m e 400m.

Ha deciso anche di entrare in politica, candidandosi alle elezioni comunali a Bologna nella lista del partito socialista PSI-VOLT come « Fabrizio Petrillo detto Valentina », prendendo 12 voti sui 1335 ottenuti dalla lista (vedere qui).

La settimana scorsa ha nuovamente vinto i campionati master indoor sui 200m tenutisi ad Ancona (qui).

Per tornare alla politica, questi i propositi di Petrillo (dicembre 2021, intervista a Luce!, qui): « Il mio motto e manifesto politico è l’autodeterminazione del genere, ognuno deve avere la possibilità di determinare da solo chi è » (self-id).

Il giornalista chiede: « Che cosa significa non poter autodeterminare il proprio genere? » Petrillo risponde : «Sui documenti sono ancora uomo contro la mia volontà. Per cambiare un documento devo andare da un giudice. Questa è una legge dell’82, all’epoca era pionieristica, mentre oggi è completamente inadeguata. Quando andrò in Tribunale lo dirò: ‘Io mi sento violentata’ perché l’arbitrio del giudice è molto pesante».

Quindi Petrillo vorrebbe il self-id, cambiare il sesso anagrafico senza rivolgersi a un giudice e a medici che documentino «un percorso di transizione», come previsto attualmente dalla legge 164/1982, che peraltro in base a successive sentenze consente il cambio senza interventi sui genitali.

Aggiunge Petrillo: «Si pensa che tutti faranno il cambio di sesso, ma non è così. Non ci svegliamo la mattina con quest’idea, è una cosa che scopri in un percorso». L’obiettivo è « autodeterminarsi »  a piacimento, anche entrando nelle categorie sportive -e negli spazi- delle “donne” mantenendo intatti il corpo e i genitali maschili (ovviamente trans FtM, da donna a uomo, che vogliano gareggiare nelle categorie maschili non ce n’è). Ragionamento chiave del transgenderismo,egocentrico e maschile che dà priorità ai sentimenti dell’individuo «trans» senza tenere minimamente conto delle conseguenze che ricadono sugli altri (si veda anche il problema degli MtF nelle carceri femminili, qui).

Petrillo dice anche: «Una divisione di genere è essa stessa una violenza di genere». Ancora una volta, il trucco di sostituire la parola «sesso» con «genere», già tentata nel DDL Zan e nelle legislazioni simili in tutto il mondo. Il fine ultimo del transgenderismo non è concedere a una minoranza di cambiare il sesso sui documenti affinché si possano «sentire meglio». A dominare sono gli interessi di un grande business, quello della trans industry sanitaria e non solo, che in nome del gender fluid interviene sui corpi demolendoli e medicalizzandoli a vita (vedere qui).

Petrillo gioisce per le nuove regole del Comitato olimpico internazionale, che «elimina il concetto di controllo dei livelli di testosterone, lasciando spazio alle federazioni per disciplinare ogni situazione (…) Il Cio si sposta verso un’idea di persona, più che di genere (…) Ci sono sport dove si adotta la classificazione per peso. Significa che un domani potremmo andare verso parametri diversi dal genere [sesso]. È quel che penso anche io e ne sono piacevolmente colpita». 

E’ chiaro dunque che lo sport «inclusivo» non riguarda i diritti e non è una moda innocua: si tratta di un veicolo potente per introdurre e rendere accettabile l’abolizione della differenza sessuale, cancellando ancora una volta il corpo delle donne e sostituendolo con quello maschile delle “atlete transgender”.

p.s: sul caso Petrillo abbiamo tentato di intervistare la FIDAL, Federazione Italiana di Atletica Leggera. In ossequio al potente dogma del no-debate (vedere qui) anche stavolta non abbiamo ricevuto risposte. Del resto avrebbero poco da dire.

Intanto proprio oggi, 19 febbraio, a Madrid si svolgerà la prima Conferenza Internazionale in Difesa delle Categorie sportive Femminili, vedere qui

Maria Celeste


Condividi questo articolo
Torna in alto