29 Maggio 2021

Come Stonewall sta sacrificando i diritti dei gay. Per fare affari

Perché Stonewall, la più grande organizzazione per i diritti di gay e lesbiche, si è fatta colonizzare dalla lobby transgender, arrivando a perseguitare quelle-i per cui era nata? Perché è un ottimo business. Follow the money!
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Tumultuoso cambio di vento in UK, culla dell'arcobaleno Lgbtq+. Dopo il duro attacco a Stonewall da parte di uno dei suoi fondatori, Matthew Parris, un'altra voce fortemente critica, quella del giornalista e saggista gay Douglas Murray. Che denuncia la campagna persecutoria della storica associazione proprio contro i gay e le lesbiche, per tutelare i cui diritti era nata nel 1989. Oggi, dice Murray, Stonewall è un comitato d'affari al servizio della lobby trans per intercettare fiumi di soldi e giustificare la propria esistenza. Stonewall, secondo Murray, non dovrebbe più ricevere finanziamenti pubblici.

C'è una legge di natura che vale per i gruppi e gli enti di beneficenza che conducono campagne, secondo la quale un'organizzazione nata per affrontare un particolare problema troverà sempre un modo per esistere anche dopo che il problema è stato risolto.

Il motivo è semplice: quando un problema è stato risolto, o quasi, il business è al suo apice. Sono in gioco gli stipendi e le pensioni dei dipendenti, la reputazione è stata costruita e l'influenza assicurata. Ed è così che la grande intuizione di Eric Hoffer si realizza: ogni grande causa inizia come un movimento, diventa un business e alla fine degenera in un racket.

Pochissime cause sono degenerate in un racket assoluto come l'ex-gruppo per i diritti dei gay noto come Stonewall. Quando è stata fondata nel 1989 i diritti dei gay in Gran Bretagna, come in tutta Europa, avevano una strada da percorrere per raggiungere l'uguaglianza. A quel tempo c'era una diversa età del consenso per omosessuali ed eterosessuali, gli omosessuali non avevano il diritto di sposarsi o di far riconoscere legalmente le loro unioni e, cosa più importante, il governo conservatore impediva ai giovani gay di essere informati nelle scuole sulla loro sessualità.

La strada da percorrere era sicuramente lunga e Ian McKellen, Matthew Parris, Simon Fanshawe e il resto dei fondatori del gruppo hanno affrontato una dura battaglia per molti anni. Ma la battaglia è stata vinta.

Una volta che la maggior parte dei suoi obiettivi erano stati raggiunti, però, cosa avrebbe dovuto fare Stonewall? C'erano diverse opzioni. La più ovvia sarebbe stata ridimensionarsi e restare in carica per affrontare i problemi che rimanevano, come l'omofobia nelle scuole e in altre aree della società.

Invece Stonewall ha preso un'altra strada ha deciso di incassare la sua vittoria. Questo, ovviamente, non sorprende. Perché è nel momento in cui vinci che sei più popolare, e quelli che una volta non erano al tuo fianco diventano rapidamente tuoi alleati.

Così è stato con il mondo aziendale e la macchina del governo. Sia il settore privato sia quello pubblico hanno improvvisamente fornito a Stonewall grandi riserve di denaro per mantenere piene le casse dell'organizzazione. Entrambi erano interessati a invitare Stonewall per avere consulenze.

Ad esempio, Stonewall ha prodotto per alcuni anni un elenco dei migliori datori di lavoro per le persone gay nel Regno Unito. Anche se la battaglia per l'uguaglianza era quasi finita negli anni di Blair e Cameron, le grandi compagnie decisero che volevano disperatamente essere sulla lista; avere il timbro di approvazione gay di Stonewall divenne essenziale. Con il tempo, è diventata una procedura standard per un'azienda invitare Stonewall a valutare le proprie operazioni commerciali. Così è nato un rapporto che è stato compromissorio fin dall'inizio e pieno di interessi acquisiti.

Nel frattempo, il governo è stato sempre più ossessionato dal fatto di ottenere la stella d'oro da Stonewall, chiedendo al gruppo di istruire i dipartimenti su cosa fare nei propri luoghi di lavoro, nonché sulle proprie politiche nel resto del mondo.

In particolare, uno dei programmi più influenti per fare soldi di Stonewall degli ultimi anni è stato il suo "Diversity Champions scheme", in cui i membri sono invitati a pagare una quota a Stonewall per consentire al gruppo di controllare le loro politiche interne. Tra gli 850 gruppi che si sono iscritti ci sono GCHQ, MI5, Ministero della Difesa, Gabinetto, Dipartimento dell'Istruzione e Ministero della Giustizia.

Eppure la degenerazione di Stonewall è evidente da anni; anzi, puoi vederlo nel calibro delle persone coinvolte al vertice. Quando Stonewall iniziò, i suoi leader erano prominenti nei media britannici e nella vita pubblica. Erano conosciuti da persone eterosessuali, e certamente conosciuti dai gay.

Si può dire lo stesso oggi? Ne dubito. In effetti, sospetto che se dovessi visitare tutti i locali gay, scopriresti che meno di una persona su cento sarebbe in grado di nominare Nancy Kelley come l'attuale capo di Stonewall. Non saprebbero chi è o cosa fa. Questo perché Stonewall non è né in prima linea né in nessuna barricata. È piuttosto un'azienda che funziona in gran parte per il comfort dei suoi dipendenti.

Sarebbe sbagliato, tuttavia, presumere che Stonewall sia semplicemente ricca. Perché è proprio in questo momento, quando le casse sono piene e i beneficiari sono contenti, che un'organizzazione può prendere una svolta sbagliata. Ed è quello che Stonewall ha fatto negli ultimi anni. Sostiene che il suo compito è difendere i diritti LGBTQ +, ma in realtà le prime tre lettere di quell'acronimo sono sfuggite al radar di Stonewall almeno sei anni fa. Fu allora che Stonewall decise di sostenere con slancio una nuova campagna. Nessun gay sarà libero finché tuttI i T e Q + -trans, queer e +- non avranno gli stessi diritti di tutti gli altri.

Qui nascono molti problemi. In primo luogo, non è chiaro se i diritti transessuali abbiano alcuna intersezione (per prendere in prestito un termine popolare) con i diritti dei gay. In effetti è decisamente l'opposto. Ad esempio è perfettamente possibile che ragazzi e ragazze che non si conformano agli stereotipi di genere possano crescere felicemente eterosessuali o gay.

Un gruppo che protegge le persone gay non dovrebbe riconoscere la necessità di sfumature? Di sicuro non salterebbe su quel carro sempre più dogmatico che afferma - contro tutti i progressi compiuti dal movimento per i diritti degli omosessuali - che quei bambini sono molto probabilmente del sesso opposto.

Quel che è peggio, invece di aprirsi a una discussione con i gay che la vedono diversamente, Stonewall ha deciso di indebolirli, e in alcuni casi addirittura perseguitarli.

Il recente caso di Allison Bailey è istruttivo. Bailey è un'avvocata penalista, una femminista e una lesbica che, in risposta al " programma trans " di Stonewall , ha contribuito a creare l'Alleanza LGB. Stonewall, di conseguenza, ha tentato di creare a Bailey gravi problemi sul lavoro, contribuendo a farla mettere sotto inchiesta a causa delle sue opinioni su sesso e genere. Questo e molto altro rivela le spregevoli tattiche di bullismo utilizzate da Stonewall. Per dirla semplicemente, è diventata un'organizzazione che perseguita gay e lesbiche che osino non essere d'accordo.

Questa settimana l'associazione celebra il suo 32° anniversario, appuntamento che nessuno, tranne i suoi dipendenti, avrebbe ragione di festeggiare. Eppure loro stessi probabilmente lo faranno con un senso di profondo disagio; nei giorni scorsi uno dei suoi fondatori, Matthew Parris, ha pubblicamente esortato Stonewall a rimanere fuori dalle guerre trans -vedere qui- mentre la Commissione per l'uguaglianza e i diritti umani ha annunciato che non rinnoverà la convenzione.

E' giusto. Nessuna entità finanziata dai contribuenti dovrebbe sostenere finanziariamente Stonewall. E le aziende private che continuano a farlo dovrebbero essere informate che stanno sostenendo un gruppo che ha smesso di prendersi cura degli omosessuali e ha iniziato invece a perseguitarli nei loro luoghi di lavoro.

Felice 32 ° compleanno, Stonewall. E, senza offesa, spero che tu non arrivi a 33 anni.

Douglas Murray, giornalista, saggista, gay.

traduzione di Marina Terragni, articolo originale qui

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