Quando le donne suonavano i tamburi

Quando le donne suonavano i tamburi

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Appena pubblicato dalla collana “Le Civette” delle edizioni Venexia un classico sul Sacro Femminile, Quando le donne suonavano i tamburi di Layne Redmond. Un libro che chi studia e ama queste tematiche attendeva da tempo. Una storia spirituale del ritmo, come lo definisce la stessa autrice nel sottotitolo.

Ed è una storia tutta al femminile, sconosciuta ai più come tutto ciò che non stato narrato in quella ufficiale, maschile e patriarcale. La bella storia di un mondo in cui il Divino si esprimeva attraverso le donne e il loro corpo sessuato sacro, specchio e forma di una natura essa stessa femminile. Un mondo che arriverà fino all’avvento del Cristianesimo per poi riemergere dopo duemila anni.

E’ la storia del “tamburo a cornice”, uno dei più antichi strumenti musicali conosciuti, tuttora diffuso in quello che resta di una koinè mediterranea che dalla Penisola Iberica arrivava fino all’India. Uno strumento molto simile a quello ancora usato dallo sciamanesimo siberiano per indurre la trance estatica nei riti di guarigione. E’ la storia di un aspetto rimosso e dimenticato del patrimonio spirituale delle donne, le prime suonatrici di tamburo, le uniche ad averlo suonato per millenni, dalle caverne sacre dell’Europa antica fino ai culti misterici di epoca greco-romana. La proibizione successiva dell’uso del tamburo nel mondo religioso, soprattutto se suonato da mani e danzato da corpi di donne, segna uno spartiacque del processo di negazione dell’autorità femminile nel mondo occidentale.

Il mondo è ritmo, la Natura è ritmo, il ritmo è nelle cose, nella vita, che nasce e si evolve con il ritmo, e il corpo delle donne, con il suo mestruo mensile e le sue gravidanze è specchio di un ordine, non solo della luna, ma anche del sole e degli astri in generale.

Il libro introduce alla storia del Sacro Femminile e al culto della Dea con un excursus chiaro, lineare e un ricco apparato iconografico. Ci racconta di questa Dea dai mille nomi, Hathor, Iside, Astarte, Inanna, Afrodite, e poi Cibele, Artemide, Arianna, tutte dee storiche discendenti da una sola Grande Dea mediterranea, un archetipo risalente al Paleolitico che univa Europa e Asia nell’adorazione di una Madre Divina. E i rituali a questa Madre di Tutto erano celebrati soprattutto da donne che suonavano il tamburo rinnovando il legame fra le comunità umane e la Terra genitrice.

Il ritmo è giorno e notte, lavoro e riposo, stagioni, vita e morte, decomposizione e rinascita, e l’umanità è sopravvissuta grazie alla comprensione di questi cicli, di queste alternanze. Il mondo antico, giunto fino a noi attraverso il mondo contadino, ha una visione magica di ciò che lo circonda e che parla attraverso simboli, per noi ormai privi di significato ma che hanno attraversato la storia, e molti di questi simboli si riferiscono ad archetipi femminili che l’autrice vuole farci recuperare. Il battito profondo del tamburo è un’eco del battito del cuore umano che si sincronizza con il resto del cosmo.

Questo potente strumento, sacro in mano alle donne e solo a loro, ha la forma e le dimensioni di un setaccio per i cereali, e la Dea è Demetra, ed è tondo come la Luna e come il ventre gravido o come il seno, e la Dea è Hathor e Iside, ed è spesso rosso, colore del sangue, o verde, il colore della vegetazione, perché la Dea protegge anche le piante (Potnia phitòn) e con esse cura i mali del corpo e dello spirito. E sono dee coloro che hanno insegnato agli uomini a parlare e a fare musica, Inanna tra i Sumeri, le nove Muse in Grecia.

E’ un tamburo a cornice, nelle diverse culture mediterranee, a vibrare per risvegliare la vita nei semi del grano che si trovano nella terra, a risvegliare la sessualità femminile che allora era sacra, ad accompagnare i riti della nascita e del parto facendo contrarre l’utero. E sempre il tamburo suonato da donne caccia gli spiriti maligni creando uno spazio purificato, aiuta a dare il tempo al lavoro e alla fatica umana, unisce e tiene coeso il gruppo (perché nelle culture arcaiche l’individuo non esiste).

Fino all’avvento del Patriarcato le donne sono state le guide spirituali delle comunità, e le dee e le sacerdotesse di epoca storica sono spesso raffigurate proprio con in mano un tamburo a cornice per sincronizzare mente e corpo. Le nostre antenate sono consapevoli della potenza del loro corpo e in grado di sincronizzare fra di loro i cicli mensili e le gravidanze. Le donne conoscono il ritmo e il tempo, lo vedono sui propri corpi, e imparano i ritmi dei cereali, che crescono anche essi in un grembo oscuro. E il tempo non è come il nostro, lineare, con un inizio e una direzione, ma è ciclico anche esso, torna sempre da capo, come il serpente che si morde la coda, altro simbolo femminile. Sono sempre le donne ad impastare la farina, a farla gonfiare con il lievito per creare pani anche loro rotondi, da cuocere in forni che ricordano l’utero della Dea e che sono localizzati all’interno di templi religiosi. E rotondi, come i tamburi, sono i vasi di ceramica, che sempre le donne hanno inventato, e questa forma è tonda come l’uovo, universalmente segno di vita e di rinascita. I nostri antenati e le nostre antenate osservano, ascoltano, confrontano con occhi ammirati e timorosi la realtà che li circonda, e forse proprio ascoltando il canto degli uccelli sempre le donne inventarono la musica.

Dalla luna i popoli arcaici credevano provenisse il miele, e spesso un altro dei simboli della Dea è l’ape regina: in epoca storica le melissae erano le sacerdotesse di Demetra, Rea e Cibele. Ciascun attributo della Dea rappresenta un mezzo per comprendere la realtà e il modo in cui essa si struttura in questo mondo.

Molto interessante la parte dedicata allo yoga, che l’Autrice lega come origine a questo contesto sacrale e culturale: la ricerca di armonia fra corpo, mente e spirito, e tra la dimensione individuale e quella universale è la stessa che guida i mantra e il più famoso di essi, l’OM, simile al ronzio delle api (animali di grande valore nella simbologia indù).

L’excursus dei diversi simboli nel corso delle diverse civiltà storica è avvincente e si conclude con l’avvento del Cristianesimo, in cui il tamburo a cornice viene espulso dalla cornice sacrale per entrare in quella profana (e solo nel tardo medioevo) dei balli e dei canti d’amore. I culti diventano per voce sola, preferibilmente maschile, troppo conturbante una voce e un corpo femminile che ondeggia al ritmo di un tamburo, le cui vibrazioni rinviano ad una potenza temibile.

Ma la Dea è troppo potente nel mondo mediterraneo per soccombere a un Dio Padre e Figlio al tempo stesso, e si fa spazio con dolcezza e forza al tempo stesso: i suoi simboli verranno risignificati nel modo a noi più noto. La colomba di Afrodite, le corna lunari di Hathor-Iside-Artemide, il serpente, la rosa diventano altro, a lei passano definizioni rituali come “Regina del Cielo” già di Inanna. Le litanie di Iside diventano mariane, da intonare sgranando il rosario, altro oggetto rituale di forma circolare sopravvissuto nei rituali indù.

La forza del tamburo, la capacità di eccitare i cuori diventano pertinenza del mondo militare, stimola alla guerra e accompagna i condannati a morte. Sopravvive nel mondo popolare sulle sponde del Mediterraneo, che ne ha sempre mantenuto il carattere vitale e di guarigione: pensiamo al fenomeno del Tarantismo studiato dal grande Ernesto De Martino.

Nell’ultima parte l’autrice propone nuovi riti di rinascita di una spiritualità basata su parole, pensieri, sentimenti declinati al femminile per riconciliarci con la potenza del nostro corpo, che è bello, buono, capace di dare vita, amore e armonia. Un corpo che ha un ritmo e che sa comunicarlo, attraverso il suono del tamburo a cornice, alla propria comunità. Che sa nutrire, curare.

E’ un corpo bello perché la Natura è bella, armonico perché lei stessa armonica, un corpo potente che il patriarcato cercherà in ogni modo di frenare, limitare, dominare, annientare. Ritrovare il suono del tamburo è ritrovare una parte di noi stesse, assopita da troppo tempo. L’autrice dedica questo libro a tutte noi, ricordandoci che riusciremo a sopravvivere come genere umano solo se sapremo riconnetterci a valori femminili di compassione e guarigione, di cura, di protezione, di nutrimento, di considerazione per la sacralità di ogni forma di vita.

Anna Perenna

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