Il male che fa la pornografia<br /><span class='post-summary'>Paper Unicef minimizza gli effetti negativi della pornografia sui minori. Ma molti studi dimostrano l'impatto nocivo del porno sulla persona e sulla sua vita relazionale e sessuale. Per non parlare dell'orribile condizione delle porno-attrici</span>

Il male che fa la pornografia
Paper Unicef minimizza gli effetti negativi della pornografia sui minori. Ma molti studi dimostrano l'impatto nocivo del porno sulla persona e sulla sua vita relazionale e sessuale. Per non parlare dell'orribile condizione delle porno-attrici

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In un paper Unicef su minori e pornografia, Digital Age Assurance Tools and Children’s Rights Online across the Globe si può leggere questo passaggio sconcertante:

“Le evidenze giustificano limiti di età? -per quanto riguarda la visione di contenuti pornografici online, ndr- Come discusso in precedenza, queste evidenze sono incoerenti e attualmente non esiste un accordo universale sulla natura e l’entità del danno causato ai bambini dalla visualizzazione di contenuti classificati come pornografici… La maggior parte dei bambini che hanno visto immagini pornografiche non erano né turbati né felici”.

La verità è che l’impatto della pornografia diffusa e accessibile è una questione molto seria, già oggetto di studi e ricerche: come è pensabile che si possa minimizzare il suo impatto su bambine e bambini? E, a maggior ragione, che lo faccia proprio Unicef?

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Il porno è entrato a fare parte dell’ordinarietà di moltissimi. Capita spesso di imbattersi in reels (brevi video) di ragazzine che vantano la propria fruizione del porno tanto quanto i ragazzi e che “sbeffeggiano” chi non ne fa il loro stesso uso.

Qual è l’impatto che la pornografia può avere su chi guarda? Si tratta davvero di semplice intrattenimento e fantasie per agevolare ed “arricchire” la masturbazione, così come viene definita da un numero crescente di uomini, donne e teenager?

La risposta è no. Studi scientifici, ricerche e statistiche comprovano gli effetti negativi molteplici e allarmanti che la pornografia ha sulla psiche, sulla vita sessuale, sentimentale e sulla vita in generale di chi ne fa uso.

Jennings Bryant e Dolf Zillman, università dell’Alabama, hanno studiato gli effetti della pornografia per ben trent’anni, e hanno riscontrato che tutte le ricerche serie ed attendibili sulla pornografia non mostrano alcun possibile beneficio conseguente al consumo di porno. Al contrario, studi e ricerche dimostrano che l’utilizzo del porno ha effetti negativi non solo in chi ne fa uso, ma anche sulle persone vicine ai consumatori, specialmente i partner.

Uno studio condotto nel 2012 da Amanda Maddox e dal suo team ha concluso che gli individui che non si servivano di materiale sessualmente esplicito hanno riportato una qualità di relazione migliore rispetto a chi ne faceva uso.

Una chiara idea di come il porno abbia un impatto negativo sul cervello di chi ne usufruisce ce la dà Gary Wilson con il suo libro Your brain on porn, dove spiega nel dettaglio come l’utilizzo della pornografia porti i fruitori a essere desensibilizzati verso stimoli reali e verso i partner reali. In poche parole, più si utilizza la pornografia e meno si sarà interessati a fare del sesso con il/la proprio/a partner di vita reale. Quindi, guardare porno equivale a fare meno sesso.

Non a caso un numero crescente studi dimostra una correlazione tra uso di pornografia e disfunzione erettile, fenomeno raro tra teenager e giovani prima dell’avvento della pornografia su internet. Si veda il sito www.yourbrainonporn.com. Negli ultimi anni si sta diffondendo una maggiore consapevolezza dei danni causati dall’utilizzo di pornografia -in Italia le rare critiche al porno sono in genere legate a posizioni religiose, com’è nel caso di Pornotossina, movimento ideato da Antonio Morra.

Molto interessante il lavoro di Fight the New Drug -vedere qui– movimento nato in America che adesso conta più di 4 milioni di aderenti in tutto il mondo. No-profit, slegato dalla religione, il movimento si basa su testimonianze e studi di natura scientifica che provano danni cerebrali, alle relazioni e  alla vita di chi fa uso di pornografia.

Un altro tema su cui Fight the New Drug lavora è lo sfruttamento delle attrici porno, raramente davvero consenzienti e spesso costrette a girare scene non pattuite in precedenza sotto ricatto e minacce da parte di registi e produttori. Tantissime ex-pornostar hanno parlato di come la loro vita, all’interno dell’industria pornografica, sia stata segnata da costrizioni, ricatti, violenze e abusi.

Una testimonianza importante quella fornita dall’ex pornostar Shelley Lubben: “Esatto, a nessuna di noi bionde appena tinte (riferendosi alle altre attrici porno), piace fare porno. Anzi, lo odiamo. Odiamo essere toccate da sconosciuti ai quali non importa nulla di noi, odiamo essere degradate con i loro cattivi odori e corpi sudati, alcune pornostar lo odiano così tanto che le senti vomitare in bagno tra una scena e l’altra”. Questa e altre dichiarazioni della Lubben contro il mondo della pornografia nel suo libro The truth behind the fantasy of porn: The greatest illusion on earth (La verità sul mondo del porno: la più grande illusione sulla terra).

Shelley Lubben nel 2008 ha fondato la Pink Cross foundation, associazione che si occupava di sensibilizzare le persone sugli aspetti pericolosi dell’industria pornografica e di offrire supporto ad attrici e attori porno per uscire dal settore. Grazie alla Pink Cross Foundation molte attrici riuscirono a lasciare. Lubben ha parlato delle conseguenze del porno in forum pubblici, spiegandone gli effetti negativi fisici, mentali ed emotivi. Raccontò anche di come che lei stessa e tutte le attrici e gli attori porno venissero inviati in una finta-clinica fraudolenta, dove una “dottoressa” senza alcun titolo falsificava le analisi d’obbligo per nascondere eventuali malattie sessualmeente trasmissibili, endemiche nell’industria pornografica americana. A farne le spese fu la stessa Lubben: a causa della mancanza di tutela all’interno dell’industria pornografica contrasse l’herpes che le causò vere e proprie deformazioni su tutto il corpo ed il viso, e l’HPV, che generò un cancro al collo dell’utero per il quale dovette sottoporsi a un intervento chirurgico delicato e invasivo.

Purtroppo Lubben non riuscì davvero a lasciarsi alle spalle i demoni del passato, come i traumi degli stupri che subì da bambina e la dipendenza dalle droghe: forse fu proprio questa dipendenza a ucciderla il 9 Febbraio del 2019. Nonostante ciò il suo impegno contro l’industria del porno, le sue testimonianze e la sua organizzazione hanno aiutato attrici ed attori porno a uscire da questa terribile industria. Le cause della sua morte non sono mai state del tutto chiarite, tre anni prima aveva dichiarato al quotidiano della California, il Porterville Recorder: “Sono la donna più odiata d’America dall’industria pornografica, è sorprendente che io sia ancora viva e che non mi abbiano ancora uccisa. Ho fatto di tutto per calpestare quest’industria”. Che l’industria pornografica abbia davvero a che fare con la sua morte? Certo è che molti hanno tentato di mettere in cattiva luce il suo attivismo contro il porno facendo leva sulle sue fragilità e sulla dipendenza da droghe.

Un’altra importante testimonianza è quella di Jessie Rogers, adescata da un agente che inizialmente le aveva detto di essere alla ricerca di modelle e solo in un secondo tempo le aveva rivelato che il lavoro consisteva nel porno. La Rogers all’epoca dei fatti non aveva compiuto diciotto anni, era entrata nell’industria pornografica alla fine del 2011 per uscirvi nel 2012, dopo aver subito innumerevoli violenze. Dopo aver comunicato ufficialmente il suo ritiro dalle scene pornografiche all’inizio del 2013 fece parte di organizzazioni anti-porno cominciando a raccontare nel dettaglio l’esperienza negativa vissuta in quell’ambiente.

Sono stata molestata dal pastore della mia chiesa a dodici anni e stuprata da un uomo più grande di me a quindici anni. Le storie di tutte le pornostar che ho conosciuto erano tutte simili: passati difficili e esperienze negative. Tutte le pornostar e non solo, persino attori uomini e agenti parlavano e fantasticavano di lasciare questo mondo e di cambiare vita. In particolare, io e la mia compagna di stanza, anche lei nell’industria del porno, parlavamo continuamente di voler lasciare il porno, era un nostro argomento fisso quando uscivamo, adesso pure lei si è ritirata, è fidanzata e sta per avere un bambino. Tutte le pornostar durante le scene si fanno di qualcosa. Che sia erba, antidolorifici, ecstasy, cocaina, qualsiasi cosa. Ecco perché, quando le persone guardano i video, pensano che le attrici se la stiano spassando durante le scene, in realtà sono dissociate dalla realtà, non vogliono essere lì. Quando girai la mia ultima scena avevo già detto al mio agente che volevo lasciare il porno e gli chiesi di non commissionarmi altre scene ma che avrei finito quelle già programmate. Così feci questa scena che era già stata programmata. Durante quest’ultima scena ho lavorato con un’altra donna, anche lei piuttosto conosciuta nel settore, in questa scena lei doveva penetrarmi con un suo sex-toy che era di vetro, ruvido e davvero enorme, pensavo sarebbe stata attenta, invece lo usò contro di me con tutta la sua forza e violenza. Non ho permesso che la cosa andasse avanti a lungo perché era estremamente doloroso, così ho urlato, mi sono voltata e il letto era completamente ricoperto di sangue. Così ho cominciato a urlare, a dare di matto e sono andata di corsa in bagno a pulirmi, mentre continuavo a sanguinare e ho sanguinato per giorni in realtà. Qualche giorno dopo ricevetti un messaggio da parte del mio agente che mi chiedeva di finire la scena, io ero sconvolta dato che stavo ancora sanguinando e mi ci sarebbero volute almeno due settimane per guarire. In quel momento ho davvero realizzato che ai produttori non importa nulla delle attrici e che non ci vedono nemmeno come esseri umani e questo è davvero assurdo”.

Nell’estate del 2019 l’ex attrice pornografica Mia Khalifa fece delle rivelazioni molto simili che spiazzarono tutti. Dichiarò di essere stata adescata da un agente che fingeva di cercare modelle. Mia Khalifa dichiarò che entrare nel mondo del porno non è mai stata una scelta consapevole e che la maggior parte delle attrici vengono adescate e indotte ad entrare in quest’industria quando si trovano in momenti di estrema vulnerabilità. L’ex attrice ha concluso dicendo apertamente di aver sempre odiato fare porno e che durante le scene entrava in uno stato di blackout.

Queste testimonianze sono soltanto alcune di una lunga serie, non basterebbero centinaia di pagine per citarle tutte e sono sempre tutte maledettamente uguali. Donne che parlano di passati difficili, di abusi che le hanno rese più vulnerabili e manipolabili da produttori e agenti pornografici senza scrupoli; che parlano di minacce continue finalizzate alla realizzazione di scene che non avrebbero voluto girare; che, con la promessa di avere un lavoro da modelle, si ritrovano incastrate in contratti non voluti con le solite frasi: “non ti rimborsiamo i soldi del viaggio se non fai questa scena”.

Non si tratta di consenso. In queste condizioni non si può parlare di libera scelta.

Basta dare uno sguardo ai programmi TV serali e preserali per realizzare come la pornografia abbia un’influenza notevole in tutti i settori della società. Programmi come “Avanti un altro”, “Ciao Darwin” e tanti altri, che usano tristemente le donne come oggetti sessuali e come esche per fare audience, danno la prova di come la cosiddetta pornified culture sia una triste realtà.

Non bisogna mai pensare che un semplice click su siti porno sia un gesto innocuo, perché “tutti lo fanno”, “nessuno mi vede mentre guardo porno”. Queste sono giustificazioni che usiamo con gli altri e con noi stessi nel tentativo di sentirci meno colpevoli per un’abitudine che ha conseguenze negative sui consumatori e contribuisce indirettamente al traffico, allo sfruttamento, al maltrattamento e alla reificazione di troppe donne e ragazze, spesso minorenni.

Jasmine

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