Un femminicida di nome Lorena<br /><span class='post-summary'>Le Canarie approvano una legge che consente l'autocertificazione di genere. E solo due giorni dopo un assassino alla sbarra per avere abusato e ucciso la cugina, si dichiara donna per scampare le aggravanti per reato sessuale. Ed essere detenuto in un carcere femminile. Un caso che scuote la Spagna</span>

Un femminicida di nome Lorena
Le Canarie approvano una legge che consente l'autocertificazione di genere. E solo due giorni dopo un assassino alla sbarra per avere abusato e ucciso la cugina, si dichiara donna per scampare le aggravanti per reato sessuale. Ed essere detenuto in un carcere femminile. Un caso che scuote la Spagna

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Le femministe avvisavano da tempo. E sta succedendo.

Da mesi il femminismo spagnolo sta facendo un grande lavoro di informazione sulla cosiddetta “Ley Trans” che introduce l’auto-determinazione di “genere” -inteso al posto del sesso- senza un percorso di transizione e accompagnamento psicologico, proposta di Irene Montero, Ministra De Igualdad di Podemos.

Madrid ha chiarito che la proposta non è sostenuta dal governo centrale e ne ha preso le distanze, come dichiarato dalla vicepremier Carmen Calvo, PSOE.

Giusto due settimane fa, il 15 maggio, la Ley Trans non ha ottenuto la maggioranza dei voti a livello centrale, grazie all’astensione quasi unanime del PSOE che ha bloccato l’inizio della discussione parlamentare.

Ma la Spagna è formata da diciassette regioni autonome, e l’autodeterminazione di genere è stata già approvata da undici comunità, che consentono il cambio di sesso all’anagrafe, senza alcuna perizia o trattamento, al di sopra dei 16 anni. Le comunità autonome che lo autorizzano sono: Andalusia, la prima nel 2014, Aragon, Isole Baleari, Cantabria, Extremadura, Madrid, Murcia, Navarra, Paesi Baschi, Comunità Valenciana e Catalogna.

L’undicesima comunità, lo scorso 26 maggio, è stata quella delle isole Canarie dove il Parlamento ha approvato all’unanimità la legge di uguaglianza sociale e non discriminazione per motivi di “identità di genere”, espressione di genere e caratteristiche sessuali, che stabilisce la libera autodeterminazione dell’identità di genere e dell’espressione di genere. Per provare l’identità di genere sarà sufficiente che una persona dichiari espressamente di identificarsi come donna, uomo o persona non binaria, senza perizie o sentenze. Si stabilisce inoltre un sistema di sanzioni amministrative per la discriminazione che può raggiungere 45.000 euro in caso di aggressione o molestie.

Neanche una settimana dopo Jonathan de Jesús Robaina Santana ha chiesto attraverso il suo avvocato di essere chiamato con il nome di Lorena. Jonathan de Jesús Robaina Santana è reo confesso dell’omicidio di sua cugina Vanessa Santana che aveva 21 anni nel 2018 quando è stata brutalmente ammazzata con trenta martellate. Sua madre l’ha trocata in una pozza di sangue, con una cintura stretta al collo, arrotolata in una coperta e con segni di eiaculazione sul corpo senza vita.

Nel processo che iniziava questo lunedì 31 maggio 2021, Jonathan deve fare fronte a una richiesta di pena di 27 anni di detenzione per omicidio.

Nel corso del processo il legale di Jonathan, Roberto Orive, si è rivolto al presidente della Corte, il magistrato José Luis Goizueta, chiedendo che durante tutte le sessioni del processo si rivolga all’imputato e lo menzioni usando il nome di Lorena, poiché era stato riconosciuto come tale anche dalle istituzioni penitenziarie.

L’imputato ha negato di aver sottoposto il corpo esanime di sua cugina ad atti sessuali -aggravante che comporterebbe ulteriori 15 anni di pena, sostenendo: “Sono una donna e non voglio stare con una ragazza, ma con un uomo”.

La sua presa di posizione (cambio di “genere”) è stata messa in discussione dalla pubblica accusa, dall’Istituto di uguaglianza delle Canarie e in particolare dalla famiglia della vittima, che per riferirsi a Jonathan ha usato “l’accusato” al maschile.

L’avvocato dei genitori e il fratello della defunta hanno rifiutato la tesi della difesa, secondo la quale il cambiamento di genere di Jonathan è ormai ufficiale perché in carcere gli sarebbe già stato concesso un trattamento diverso dal momento in cui si è dichiarato una donna, permettendogli di indossare abiti femminili e di usare una doccia separata dagli detenuti. Il riconoscimento di ciò, sostengono, “non è competenza delle istituzioni penitenziarie, ma del Registro Civile”.

La famiglia di Vanessa si è opposta al rifiuto della difesa di riconoscere il reato come un omicidio aggravato dalla crudeltà, sebbene sia stato qualificato come tale anche dal Pubblico Ministero che chiede 25 anni di carcere. Senza questa aggravante la pena sarebbe inferiore.

La cugina di Vanessa, Nayara Alberto Padilla di 18 anni, è entrata in contatto con Paula Fraga, avvocata e attivista che fa parte del team di ContraBorrado, cartello unitario femminista, per ringraziarla dell’impegno e contro questo abuso e contro la rivittimizzazione di Vanessa.

Nayara si rifiuta di considerare Jonathan una donna e in un’intervista dichiara che ora l’assassino si autoidentifica come donna per ridurre la sua pena.

L’assassino di mia cugina si chiama Jonathan, non Lorena, ed è un uomo che è sempre stato stalker di donne”.

Ora, dopo tre anni di attesa, il processo per il femminicidio di Vanessa non solo riapre le ferite per la famiglia ma le cosparge di sale.

Grazie a questa autoidentificazione non soltanto Jonathan sconterebbe la pena in un carcere femminile, ma il suo omicidio entrerebbe a far parte delle statistiche dei crimini commessi dalle donne. “Ha calpestato di nuovo il ricordo di Vanessa dicendo che il suo nome è Lorena. È lui che ha ucciso mia cugina. E non Lorena, come vuole chiamarsi adesso” afferma Nayara.

Vanessa Santana, la giovane donna assassinata

Per questo Nayara Alberto lancia un messaggio a Irene Montero e a tutte le persone che difendono la legge trans. “A lei e a tutti i politici di questo paese che hanno contribuito a questa legge vorrei dire che è evidente che non sono mai passati per qualcosa di simile, perché altrimenti non ci metterebbero nulla a cambiare tutte queste leggi. È un dolore che non auguro a nessuno, penso che come politici dovrebbero mettersi nei panni dei cittadini. Che lo vogliano o no, sono lì grazie a noi, non grazie allo Spirito Santo”.

Nayara dichiara: “Sembra che stiano prendendo gioco di noi e che vadano al processo pensando: -diciamo questo e vediamo cosa succede!- Non siamo un esperimento sociale. Siamo persone con un dolore irreparabile dentro, vediamo se questo è chiaro alla famiglia del presunto assassino. Gli unici che hanno sofferto qui siamo noi e non loro. Noi non possiamo più vedere Vanessa, loro possono vedere Jonathan quando vogliono“.

Nayara descrive Jonathan come uno stalker già denunciato da alcune donne e molestatore su Internet. “Da bambino a scuola aveva diversi problemi con le ragazze. Anche dal modo in cui guardava le donne si notava. Chiunque lo conosca sa che di donna non ha niente… e mi fa arrabbiare che ora voglia usare la Ley Trans per approfittarne in quanto assassino. Noi, la famiglia di Vanessa e la gente del paese non conosciamo nessuna Lorena, conosciamo lui, Jonathan “il mafioso” come si faceva chiamare fin da bambino girando per strada con i suoi coltelli. Sua madre è stata più volte avvertita del comportamento del figlio, ma non ha mai ascoltato.

La sua ossessione per Vanessa era ben nota, un anno prima di ucciderla aveva tentato di gettarla da una scogliera puntandole un coltello al collo. Ma lei era forte e riuscì a scappare, quando arrivò a casa i suoi genitori le dissero di denunciarlo, ma per lei Jonathan era suo cugino e non ha mai pensato che potesse toglierle la vita. Ho diversi aneddoti del genere. Quando sono rimasta a dormire da lei la sua stanza era separata da quella di lui da una parete e lui colpì il muro per ore. Io le dissi: “Vane, questo tipo non mi piace per niente”. La sua risposta, come sempre: “Nayi, non essere sciocca, è Joni, cosa farà? Quando ci sentiva uscire di casa correva fuori e ci chiedeva dove stavamo andando. Però non avremmo mai immaginato che avrebbe fatto una cosa del genere. Non credo che nessuno se lo aspetti finché non succede. Vorrei che l’avessimo capito prima! Preferirei mille volte andare a trovarla in un istituto penitenziario piuttosto che portarle dei fiori ogni settimana al cimitero. So che è una cosa difficile da dire ma è la verità. È così che mi sento”.

Alla domanda “Pensi che potrebbe essere un pericolo rinchiuderlo in una prigione femminile?” Nayara risponde: “Sì, certo che sarà pericoloso per quelle prigioniere. Sono prigioniere, ma sono pur sempre donne e non meritano di passare quello che ha passato Vanessa.  Ci sono già stati casi in altri Paesi in cui queste detenute hanno subito abusi da parte di uomini autoidentificati come donne, e hanno di fatto subito una nuova condanna. Cosa rende questo caso diverso? Niente, perché lo farà”.

Anche la madre di Vanessa ha dato notizie sulla natura dell’assassino. A Vanessa mancavano spesso vestiti perché l’accusato, che aveva le chiavi di casa, li aveva rubati. “Ci siamo presi cura di lui da quando era un bambino” perché sua madre andava a lavorare. Sono cresciuti insieme, lui era sempre in casa mia, mi sono occupata molto di lui ed era un nipote per tutti noi. Una volta ha aggredito Vanessa ma lei non ha voluto denunciarlo perché era suo cugino e gli voleva bene”.

Un vicino che ha testimoniato ha detto che fin dall’inizio “si sospettava di lui perché era aggressivo. Viveva più di notte che di giorno” e “dal primo momento si è sospettato di lui perché non si mostrava colpito dalla morte di sua cugina”.

“Jonathan non era un ragazzo normale: era piuttosto solitario”, hanno detto a La Provincia gli abitanti del paese. “Era anche ossessionato dai videogiochi e dalle donne, soprattutto da sua cugina”.

Jonathan soffrirebbe di una disabilità mentale al 75% e ha una storia nota di molestie alle spalle.

Lo psicologo specializzato in violenza di genere Timanfaya Hernandez ha dichiarato a EL ESPAÑOL che l’età del presunto assassino è rilevante: “Se ha un’alterazione, una patologia, e non ha strumenti che gli permettono di socializzare correttamente, non saprà come relazionarsi. Userà qualsiasi mezzo. Ancora di più nel caso di sua cugina, vittima in una situazione di assoluta indifendibilità e vulnerabilità perché aveva già subito molestie in precedenza e ha lasciato che accadesse perché era di famiglia”.

Questo processo per un orribile caso di violenza sessista non avrebbe fatto notizia se non fosse stato per il fatto che, appena due giorni dopo l’approvazione della legge Trans nelle Isole Canarie l’assassino ha dichiarato in udienza che durante il suo soggiorno in carcere aveva avviato la procedura per un cambio di sesso e in virtù di questo ha assicurato di non aver sottoposto il cadavere della vittima ad atti sessuali perché lei è “una donna” che vuole “stare con gli uomini”.

La notizia ha scatenato una reazione sui social network. Con l’hashtag #EstoNoIbaAPasar, i gruppi femministi denunciano che con la nuova legge quest’uomo può essere recluso in un carcere femminile dove potrebbe tornare alle sue vecchie abitudini e commettere abusi sulle detenute.

La legge sulle transazioni recentemente approvata nelle Isole Canarie non prevede la retroattività. Poiché il crimine è stato precedente all’autoidentificazione dell’aggressore come donna, è possibile applicare l’aggravante della violenza maschile. Tuttavia, la legge gli permette di essere trasferito in un carcere femminile dopo la condanna definitiva.

È noto che sia nelle carceri maschili sia in quelle femminili ci sono casi di abusi sessuali e stupri commessi dal personale della prigione sui detenuti, o da un detenuto su un altro. Qualsiasi persona, indipendentemente dal sesso o dall’orientamento sessuale, può essere vittima di questi crimini, anche se nelle prigioni maschili i prigionieri più giovani e gli omosessuali hanno maggiori probabilità di subire abusi e umiliazioni.

In altri paesi, come in Canada e in California dove sono in vigore leggi che consentono l’autodeterminazione di genere, come abbiamo più volte raccontato, c’è una notevole pressione di prigionieri maschi che si identificano come donne e chiedono il trasferimento -o sono già stati trasferiti- in prigioni femminili. Nel 2019 c’erano già 139 maschi che si autoidentificavano come donne nelle prigioni in Inghilterra e in Galles, il doppio rispetto al 2016, e il numero era destinato ad aumentare. Metà di loro era stata condannata per violenza sessuale.

Sono molte le denunce delle detenute per aggressioni sessuali. Il caso più noto, quello di Karen White (ex Stephen Thomas), che ha aggredito due detenute. Il Ministero della Giustizia britannico ha deciso che avrebbe rivisto la legge e costruito ali speciali nelle prigioni per le persone transgender. Tali soluzioni sono state prese in considerazione anche in India e in Thailandia.

Tornando al caso di Jonathan Robaira, sia il tribunale che gli avvocati e la stessa famiglia della vittima sono costretti a rivolgersi a lui come Lorena e con pronomi femminili in base alla nuova legge. I parenti della vittima hanno già denunciato questa come un’ulteriore aggressione, un dolore aggiunto a quello che stanno soffrendo da quando hanno perso la loro cara.

Se non si prenderanno misure preventive, vedremo altri casi come quello di Jonathan alias Lorena. E, peggio ancora, ci saranno uomini che, una volta autoidentificatisi come donne, commetteranno violenza di genere sfuggendo all’applicazione di questa aggravante nelle loro sentenze. Cancellare il sesso dalle statistiche e mettere al suo posto l'”identità di genere” ha fatto sì che nel Regno Unito, per esempio, ci sia stato un aumento dell’84% del numero di donne elencate come autori di stupri e altri abusi sessuali.

Questi sono alcuni dei problemi derivanti dalle leggi sull’autoidentificazione di genere denunciati dal femminismo in tutto il mondo. Il transgenderismo parla di “transfobia”, anche se il rispetto per le persone trans non ha niente a che vedere con l’indicare le falle nelle leggi che dovrebbero tutelare i diritti delle donne.

In una recente intervista a Radio Insular sul caso di Jonathan Robaira alias Lorena, la vicepresidente di Euforia/Colettivo delle famiglie trans, Zaida García, non ha mai messo in discussione che questo assassino e predatore sessuale venga trasferito in un carcere femminile e ha definito i gruppi che si oppongono a questa misura almeno per i delinquenti sessuali come “femminismo transfobico”. Zaida Garcia ha anche detto che non può dire se Jonathan era un uomo o no quando ha commesso il crimine, che non si può chiedere alle persone trans di dimostrare di esserlo perché se non si prende la stessa misura con le persone che non sono trans, allora si pone in atto una discriminazione.

Sara Punzo

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