Un consiglio -si può?- agli amici Lgbtq. Sulla querela che ho subito

Un consiglio -si può?- agli amici Lgbtq. Sulla querela che ho subito

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Ne parlo solo ora, dopo che il giudice ha disposto l’archiviazione. Ho subito querela da parte di Alexander Schuster, noto esponente di Rete Lenford-Avvocatura per i diritti Lgbtq. Oggetto della querela un post su Facebook in cui mi limitavo a riportare (virgolettate) le dichiarazioni di un’esponente di Arcilesbica, Giovanna Camertoni, riguardo a una tempestosa serata sull’utero in affitto organizzata a Trento da Arcigay e Famiglie Arcobaleno.

Ecco il post:

TRENTO, UTERO IN AFFITTO: GIOVANNA CAMERTONI 
DI ARCILESBICA CENSURATA DA ARCIGAY 
E FAMIGLIE ARCOBALENO
La sera del 26 aprile al centro Santa Chiara di Trento si è svolta una serata intitolata “Gpa: oltre il pregiudizio, il racconto”, organizzata da Arcigay Trentino, Laici Trentino e Famiglie Arcobaleno. 
La serata era coordinata dall’avvocato Alexander Schuster, noto per aver assistito una coppia ricorsa a utero in affitto in Canada a cui il tribunale di Trento ha riconosciuto la doppia paternità, con una discussissima sentenza attualmente al vaglio della Cassazione. 
Ospiti della serata Serena Marchi, autrice di Mio tuo suo loro. Donne che partoriscono per altri, e Nicola Carone, con il suo In origine il dono. Donatori e portatrici nell’immaginario delle famiglie omogenitoriali. 
Tra il pubblico Giovanna Camertoni di Arcilesbica, fondatrice del Centro Antiviolenza di Trento. 
Camertoni racconta così la censura subita: “Ho chiesto più volte di intervenire, ma Schuster non si decideva a darmi la parola. Dopo molte insistenze, ormai quasi a fine serata mi è stato concesso il microfono. Ho cominciato ricordando le nette posizioni dell’Europa contro la Gpa, ma Schuster mi interrompeva di continuo. Sono riuscita a continuare il mio intervento ricordando che anche laddove la Gpa è legale il mercato nero non smette di essere alimentato. Ho ricordato il caso dell’Olanda, dove nonostante la regolamentazione il numero di coppie che accede legalmente alla pratica è risibile, mentre il turismo procreativo verso l’India è molto sostenuto. 
A questo punto un esponente di Famiglie Arcobaleno in platea si è alzato in piedi e mi ha intimato di restituire immediatamente il microfono. Accanto a lui Paolo Zanella, presidente di Arcigay Trento. 
In vent’anni di militanza attiva non mi era mai capitato di essere intimidita e ridotta al silenzio. Nessuno è intervenuto in difesa del mio diritto di parola, né Schuster né gli scrittori ospiti né alcun altro in platea. In qualche modo sono comunque riuscita a portare a termine il mio discorso. Quindi l’esponente di Famiglie Arcobaleno è tornato a sedersi e mi ha gridato di andare a fare in culo. Comportamento incivile e offensivo che tuttavia nessuno ha ritenuto di stigmatizzare
“.

Sollecitata da Arcilesbica, nel mio post ho semplicemente e volentieri esercitato il mio diritto-dovere di cronaca. Ma l’avvocato Schuster si è piuttosto risentito. L’ho invitato a dare la sua versione dei fatti se quella di Camertoni non lo soddisfaceva, ma Schuster ha ritenuto di declinare l’invito e ha preferito sporgere querela. Non, come si sarebbe potuto immaginare, contro Giovanna Camertoni per il suo resoconto, ma contro me che mi ero semplicemente limitata a riportarlo su precisa richiesta.

Il conflitto di Schuster con Camertoni è immediatamente rientrato, quello con me si è invece protratto nelle aule giudiziarie e, come dicevo, si è concluso qualche giorno fa con l’archiviazione. Il GIP qualche mese fa aveva già disposto in questo senso, ma Schuster si era opposto, determinato a farmi rinviare a giudizio.

Ora: che la querela non stesse in piedi era piuttosto evidente, anche se non vi è mai nulla di certo. Ma il fatto è un altro: un mio eventuale rinvio a giudizio (e per che cosa? per avere onorato la mia deontologia professionale, che mi impone di rilasciare una notizia una volta entratane in possesso?) a mio parere avrebbe costituito un vero boomerang per Schuster, per Rete Lenford e per il mondo degli attivisti Lgbtq. Per la precisione un processo a mio carico avrebbe necessariamente catalizzato l’attenzione di tutti quelli che paventano che la legge Zan contro l’omobitransfobia (passata alla Camera e in attesa di essere discussa al Senato) possa costituire un pericolo per la libera espressione delle opinioni.

Tra l’altro -peggio- qui non si intendeva perseguire un’opinione, ma un semplice resoconto del tutto avalutativo: in breve, una cronaca. Ma in una democrazia il diritto di cronaca è una cosa piuttosto importante. Lo sto esercitando anche ora. In effetti se l’avv. Schuster avesse ritenuto diffamante il resoconto avrebbe dovuto prendersela anzitutto con chi l’aveva formulato e solo secondariamente, nel caso, con chi si era limitata a riportarlo, cioè me. Invece, forse con il ragionevole e apprezzabile intento di non aprire conflitti all’interno del mondo Lgbtq, Schuster ha ritenuto di riservare le sue non benevole attenzioni a me.

Le cose sono finite bene, e male per lui. Ma a mio parere, ripeto, sarebbero finite peggio con un mio rinvio a giudizio per le ragioni che dicevo sopra: i media avrebbero strillato la notizia, nei titoli si sarebbe parlato di tentativo di censura, di bavaglio e così via, con pregiudizio per la causa Lgbtq e per la legge Zan. Come mai non ci si è pensato prima di querelare e perfino di opporsi all’archiviazione?

La vera natura del conflitto è evidentemente e nobilmente politica: io battaglio da anni insieme a molte altre contro l’utero in affitto, mentre Schuster e Rete Lenford, sul fronte opposto, difendono con fortune alterne le coppie di uomini che vi hanno fatto ricorso. Ma se un conflitto è politico -e qui le ragioni sono elevatissime, si tratta della dignità delle donne e della non-commerciabilità dell’umano: come Schuster saprà benissimo la Corte Costituzionale nella sentenza 272/2017 rafforza il divieto contenuto nella legge 40 art 12 comma 6, attribuisce all’utero in affitto un«elevato grado di disvalore» e ribadisce che la pratica «offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane»– ecco, se la natura del conflitto è così altamente e squisitamente politica forse sarebbe bene mantenersi sul piano politico e non svilire la questione in una querela che poteva risolversi con un rinvio a giudizio-boomerang.

Bene che le cose siano andate in questo modo e vedremo come regolarci in seguito. Ma mi sento di dire questo, se interessa a qualcuno: io non ho paura e non ne avrò mai. La mia battaglia per le donne e per le bambine e i bambini, anche in ossequio alla legge in vigore nel nostro Paese e in tutto il mondo (tranne una ventina di nazioni su oltre 200) non si fermerà mai.

Marina Terragni

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