Trans, femminielli e il corpo della madre<br /><span class='post-summary'>La cultura Lgbtq di derivazione anglosassone snatura l'antichissima sapienza mediterranea della differenza sessuale. E anche i femminielli oggi vogliono essere chiamati donne. Rompendo con l'ordine simbolico della madre per consegnarsi alla legge del padre</span>

Trans, femminielli e il corpo della madre
La cultura Lgbtq di derivazione anglosassone snatura l'antichissima sapienza mediterranea della differenza sessuale. E anche i femminielli oggi vogliono essere chiamati donne. Rompendo con l'ordine simbolico della madre per consegnarsi alla legge del padre

Condividi Articolo:

In Italia il transcult è arrivato a sorpresa. Non l’avremmo mai creduto.

Alcune fra noi seguivano da tempo le vicende in UK -a partire dal tentativo, infine archiviato, di riforma del Gender Recognition Act- e oltreoceano, ma sbagliando pensavamo che da noi non sarebbe mai capitato niente del genere.

Nell’Europa del Sud la gender identity si presenta come un sopruso culturale.

Quando provo a raccontare alle sorelle anglosassoni la cultura millenaria delle differenze sessuali nel bacino del Mediterraneo, faccio spesso l’esempio della juta dei femminielli, pellegrinaggio trans ogni 2 febbraio al santuario di Montevergine sul monte Partenio -“della Vergine”- detto anche santuario di Mamma Schiavona, non lontano da Napoli.

“Mamma Schiavona” e la Juta dei Femminielli

Il femminiello è una figura molto importante della cultura millenaria napoletana. Si tratta di una persona nata di sesso maschile che non si identifica né come donna né come uomo.

I femminielli stanno con le donne, si potrebbe dire che restano nei pressi della madre, ma NON si dicono donne, non pretendono di essere riconosciute come donne. Esistono anche le masculille -vedere qui– nate di sesso femminile che vivono, si comportano, si abbigliano al maschile, ma sono casi meno frequenti. Come nel caso delle attuali transizioni MtF e FtM -vedere qui– sarebbe sbagliato leggere le due condizioni come perfettamente simmetriche.

La tradizione rappresenta il tentativo di dare ordine e di riconoscere socialmente la rottura degli stereotipi di genere -senza violare i corpi-.

Per questa sua prerogativa, il femminiello è sempre stato una creatura sacra, preposta all’amministrazione di alcuni rituali: quando nasce un bambino glielo si mette in braccio per buon augurio, ci si affida a lui come “celebrante” in giochi di gruppo che conservano le caratteristiche del rito come la Tombolata del Femminiello (da cui gli uomini sono rigorosamente esclusi) che fa riferimento alla Smorfia, il senso segreto dei numeri.

E’ discendente diretto dei Coribanti, eunuchi consacrati alla Dea Cibele, maschi che si auto-eviravano nel Dies Sanguinis e vestivano abiti femminili per celebrare la Grande Madre.

Il santuario di Mamma Schiavona sorge proprio sulle rovine del tempio di Cibele. Il mito racconta che fu Cibele a rivelare a Virgilio di una vergine che avrebbe dato alla luce un dio bambino. Quindi che Maria avrebbe dato alla luce Gesù e la dea avrebbe abdicato in favore del figlio. Gesù Cristo è ancora impiastricciato della materia divina della madre, è una figura androgina, un maschio anomalo nel suo tempo. Oggi diremmo che anche Cristo rompe con gli stereotipi di genere del suo tempo, non si allinea del tutto alla cultura del dominio.

La tradizione dei femminielli si iscrive quindi nel culto della madre, è un omaggio alla madre. Un altro rituale, la figliata del femminiello -che mette al mondo una bambola, il letto del parto circondato dai suoi simili- imita e onora la fecondità femminile. E nei quartieri popolari di Napoli sono sempre state le donne a decidere quali femminielli potessero essere ammessi tra loro e quali no.

La Figliata del Femminiello

La tradizione dei femminielli si iscrive perfettamente -per dirlo con le parole di Luisa Muraro- nell’ordine simbolico della madre.

Ma questo statuto simbolico e sociale sta cambiando. Si potrebbe parlare di un progressivo passaggio dall’ordine della madre a quello del padre. Oggi i femminielli si chiamano trans, sono trans come tutti gli altri, chiedono di essere riconosciuti e nominati come donne, rivendicano diritti e sostengono le politiche dell’identità di genere. Si tratta di un vero e proprio taglio delle radici.

L’iscrizione nel mondo Lgbtq di importazione anglosassone ha sradicato i femminielli dal loro tessuto. La Juta dei Femminielli è sempre più politicizzata. La tassonomia e la tecnica prendono il posto del sacro.

Perdendo la Madre, rivoltandosi alla madre -primo movimento del patriarcato che si rinnova nell’iniziazione di ogni bambino- anche loro si iscrivono a pieno titolo al mondo maschile. Perdono la loro sacralità e la loro radicalità in cambio di un’emancipazione dalla madre per essere iscritti nell’ordine simbolico del padre. Il paradosso è che “diventando” donne, nominandosi come donne e in qualche modo provando a sostituirle, recidono il loro legame con il mondo femminile che non è più luogo del loro nutrimento ed entrano a fare parte del neutro maschile.

Si tratta di un movimento analogo a quello che osserviamo tra i gay sempre più defemminilizzati. Nel tempo i gay hanno perso ogni caratteristica di effeminatezza, accentuando i caratteri stereotipi maschili -barba, muscoli, aggressività sociale-. Si presentano spesso come più machi degli eterosessuali, si emancipano dal femminile rivendicando una perfetta omologazione al mondo dei maschi etero -carriere, casa, bambini e tutto il resto- compreso il diritto di avere donne che facciano figli per loro, in cambio non del matrimonio ma di una liquidazione una tantum. Durante un convegno nell’ambito del Pride uno me l’ha spiegato proprio così, in modo per me sconvolgente: gli etero mantengono le donne in cambio dei figli, io non voglio una donna da mantenere ma la pago ugualmente, in una volta sola. Che cosa non va?

Si può dire dunque che è in atto una neutralizzazione delle differenze in direzione del maschile, perché il neutro è maschile. In questo movimento in direzione del maschile anche i rapporti tra gay e trans MtF appaiono molto migliorati. Sono sempre stati rapporti piuttosto conflittuali: il mondo gay ha sempre disprezzato e ridicolizzato le trans, e a loro volta le trans non hanno mai apprezzato i “froci”. Oggi sia i gay sia i trans -quanto meno la loro parte più rumorosa e “politicizzata”-fanno convergere il conflitto contro le donne, le ridicolizzano, le inferiorizzano, ne fanno misoginisticamente il lumpenproletariat della donnità. Molti non si comportano diversamente dai peggiori maschi eterosessuali.

Nel nostro Paese il culto della madre è ancora molto vivo. Quasi tutto fa riferimento alla madre. Il mondo ha sorriso quando i calciatori della nostra nazionale, dopo aver conquistato a Wembley il titolo europeo, per prima cosa hanno chiamato le loro madri per condividere la felicità della vittoria. Qui continuano ad apparire Madonne da tutte le parti, ci sono riti cattolici apocrifi in cui il popolo restituisce a Maria il protagonismo che i canoni della Chiesa le hanno tolto. Ma le condizioni per praticare questo “culto” si sono fatte via via più difficili. Il paradosso della nostra denatalità record può essere letto anche come risposta delle donne reali a una situazione sociale e simbolica di perdita di centralità della figura della madre e di assoluta ingratitudine nei suoi confronti.

Se fai un figlio rischi di perdere il lavoro, mancano servizi e aiuti, le famiglie sempre più piccole e disgregare non sono in grado di supportarti. Restando a Napoli, ha fatto molto clamore il caso di una ragazza cacciata dal bus mentre aveva le doglie di parto perché non aveva fatto in tempo a comprare il biglietto. Ha dovuto raggiungere l’ospedale a piedi, piegata dai dolori. Una storia che dice proprio tutto. Raccontando la vicenda la ragazza ha usato parole precise: non c’è più coscienza, ha detto. Co-scienza nel senso di sapienza condivisa sull’insostituibilità della relazione madre e figlia-o come fondamento di civiltà.

Non è in questione la libertà di ognuna di scegliere di essere madri o di non esserlo. Si sta parlando di ordine simbolico, non di esperienze singolari. Si tratta di riduzione all’insignificanza dell’esperienza dell’essere madre, esperienza che è solo delle donne, fino a forme di franco odio persecutorio, a politiche e a tecnologie antimaterne. E questo ha a che vedere con la libertà di tutte.

Grande parte delle violenze alle quali stiamo resistendo in questi anni ha come oggetto la relazione materna: utero in affitto, vendita di ovociti e riproduzione medicalmente assistita, gravidanze “maschili”, ricerche ben finanziate per l’utero artificiale e per il trapianto d’utero; carenza di servizi, ingiustizia retributiva, bassi livelli occupazionali, licenziamenti; padri che nei Tribunali strappano le figlie e i figli alle madri; per arrivare alla riprogettazione maschile dei corpi delle bambine e dei bambini messi al mondo dalle donne, corpi che vengono ormonizzati, chirurgizzati, ridisegnati, smontati e rimontati dagli uomini che in questo processo di rimessa al mondo realizzano importanti profitti.

Si tratta semplicemente dell’ultima e definitiva articolazione di quello che è il movimento del patriarcato da sempre: prendere il posto delle donne, prendere le loro figlie e i loro figli, rimetterle-i al mondo nel mondo degli uomini.

Cancellare il loro essere nati da corpi di donne: il nuovo “spirito” in cui rinascere è la libera identità di genere, sostituto della “vecchia” anima incorporea.

Anche nella resistenza alla gender identity, dunque, la ri-valorizzazione della relazione materna è decisiva.

L’intero progetto transumano di sostituzione del sesso con il genere si fonda sul matricidio simbolico e sulla liquidazione delle donne.

L’alternativa non può che essere una civiltà a radice femminile.

Marina Terragni

Condividi Articolo:

Lascia un commento