Spagna: giù le mani dagli ovociti delle ragazze. Le femministe contro il reclutamento nelle Università

Spagna: giù le mani dagli ovociti delle ragazze. Le femministe contro il reclutamento nelle Università

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L’associazione femminista spagnola Rapiegas lancia una campagna contro la pubblicità alla “donazione” di ovociti affissa nelle Università allo scopo di reclutare il maggior numero possibile di giovani donne (per aderire alla campagna cliccare qui). Gli ovociti sono materiale scarso e prezioso, molto richiesto sia per la fecondazione assistita eterologa sia per la ricerca.

La legge spagnola del 2006 sulle Tecniche di Fecondazione Assistita Umana vieta “le pubblicità o le campagne che incoraggino la donazione di cellule e tessuti umani… in cambio di un guadagno o di un vantaggio economico. Per aggirarla, al solito, è sufficiente giocare con le parole: la Spagna ammette la “donazione” di ovociti solo se “altruistica” e anonima, ma consente un “compenso”(circa 1000 euro a prelievo).

Secondo Vincenzo Pavone, che dirige l’Istituto delle Politiche Pubbliche del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CSIC) “ci sono elementi per ritenere che le “donatrici” si sottopongano più e più volte alla procedura. La mancanza di registrazione consente di sottoporsi a numerosi prelievi e senza controllo. Com’è evidente, se vi fosse un registro delle “donatrici” la pratica diventerebbe impossibile e si ridurrebbe il numero di ovociti disponibili, oltre al volume del business”. Business che in Spagna genera più di 600 milioni di euro l’anno (per saperne di più, vedere qui). Considerando che il salario minimo in quel Paese è 950 euro, la vendita di ovociti può essere una notevole occasione di reddito per una studente.

Un terzo degli ovociti prelevati viene esportato. La Spagna è diventata il granaio d’Europa per il business della fecondazione assistita (vedere qui). Una cospicua parte di ovociti viene invece utilizzato nelle ricerche sulla clonazione e sulle cellule staminali.

Com’è noto -ma forse non abbastanza- la stimolazione ovarica per indurre un’iperproduzione di ovociti comporta numerosi rischi per la salute a breve a lungo termine: problemi di visione, nausea, vertigini, cisti ovariche, danni irreversibili alle ovaie fino alla sterilità, menopausa precoce e tumori al seno. Studi recenti hanno dimostrato che tra lo 0.3 e il 10 per cento delle donne sottoposte al trattamento incorre nella pericolosa sindrome da iperstimolazione ovarica. Sempre più numerosi inoltre gli studi che testimoniano un maggior rischio “statisticamente significativo” per i nati da fecondazione assistita di sviluppare numerose patologie, comprese patologie oncologiche (vedere qui).

Noi italiane-i siamo tra i maggiori acquirenti di ovociti spagnoli (le italiane possono solo donare i loro ovociti, e non lo fanno: per questo con regolarità periodica viene proposta l’introduzione di un “compenso”, vedere qui). Il 92 per cento degli ovociti utilizzati per la fecondazione assistita viene “estratto” da ragazze spagnole (il resto proviene quasi esclusivamente dalla Grecia). Nella recentissima relazione al Parlamento sull’applicazione della legge 40 (dati relativi al 2018) si registra un aumento del numero di bambine-i nati da fecondazione assistita, ma solo per le tecniche che implicano cicli di congelamento e scongelamento degli embrioni e che utilizzano la fecondazione eterologa.

Come spiega Assuntina Morresi su Avvenire, dalle 77.509 coppie trattate nel 2018 sono nati 14.139 bambini, il 3.2 per cento del totale. La strategia corrente è “fecondare il numero massimo possibile di ovociti prodotti da un ciclo di trattamenti e trasferire in utero il numero minimo di embrioni (preferibilmente uno), congelando i restanti e lasciandoli per eventuali trasferimenti successivi (…) Sono centinaia di migliaia, se non milioni, le vite umane sospese nell’azoto liquido in tutto il mondo (…) In Italia nel 2018 sono stati formati 98.673 embrioni e ne sono stati crioconservati 43.946. E se è vero che il tasso di successo delle gravidanze da scongelamento appare maggiore di quelle ottenute con tecniche a fresco, non sappiamo quali effetti abbiano congelamento e scongelamento embrionale sulla salute dei nati da Pma. All’eterologa ricorrono soprattutto le donne: sono 5.160 le coppie in cui si cercano ovociti e 1.187 quelle in cui i gameti richiesti sono maschili. L’età media delle donne che accedono alla Pma è di 36,7 anni, ma aumenta a 41,6 quando si tratta di eterologa con ovociti procurati, mentre è più bassa – 34,8 anni – se è il seme a essere esterno alla coppia. Un dato coerente con l’ipotesi che le donne che ricorrono a questa tecnica lo facciano per infertilità fisiologica, dovuta cioè all’età, piuttosto che a situazioni patologiche. Continua Morresi: “Dalla relazione è chiaro un trend di aumento dell’import-export in generale, con un +40 per cento per quello degli ovociti, rispetto all’anno precedente”.

Giù le mani dalle ragazze spagnole!

Marina Terragni

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