Se i social network silenziano le donne gender critical: intervista ad Alessandra Asteriti
Alessandra Asteriti

Se i social network silenziano le donne gender critical: intervista ad Alessandra Asteriti

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(L’intervista è stata realizzata nell’ambito delle attività di SeNonOraQuando Genova, associazione femminista dalla storia decennale impegnata in un lavoro di sensibilizzazione culturale per il riconoscimento delle donne nella società a tutti i livelli, per una loro equa rappresentanza nei ruoli decisionali, nonché per l’eliminazione della violenza contro di esse).

Il nome di Alessandra Asteriti, docente di Diritto internazionale alla Leuphana University di Amburgo, è comparso nel dibattito pubblico italiano lo scorso dicembre 2020, quando un suo intervento dal titolo “L’identità di genere è contro le donne” è stato pubblicato da Concita De Gregorio nella sua rubrica su La Repubblica.

Nella lettera Asteriti testimoniava come l’aver preso -da due anni a questa parte- una posizione critica sul concetto di identità di genere l’avesse esposta, sia in ambito accademico sia sui social (in particolare Twitter), ad accuse, minacce e pesanti ostracismi di vario genere.

Poco dopo l’uscita su La Repubblica, nonostante la grande solidarietà e l’adesione espressa da moltissime donne ai contenuti della lettera, l’account Twitter di Alessandra Asteriti è stato sospeso. Successivamente alcune associazioni queer si sono rivolte all’università in cui Asteriti insegna chiedendo una presa di distanza ufficiale da parte della direzione rispetto alle opinioni espresse dalla docente. Infine, nel giro di un paio di mesi, Asteriti si è vista disattivare anche l’account Facebook.

Abbiamo deciso insieme ad Alessandra di realizzare questa intervista perché è molto preoccupante che tante donne vengano sistematicamente censurate dai social network. La sua testimonianza merita di essere diffusa e dibattuta, non soltanto per quanto riguarda il tema dell’identità di genere, ma perché la vicenda è esemplare e apre un importante e serio quesito sulla libertà d’espressione, diritto fondamentale che in uno Stato democratico va garantito a ogni cittadina e cittadino.

Alessandra, possiamo dire che siamo di fronte ad un’operazione di censura nei tuoi confronti? Quali sono le motivazioni ufficiali che ti hanno fornito Twitter e Facebook per giustificare la chiusura dei tuoi account?

Da Facebook non ho ricevuto alcuna spiegazione. Twitter mi ha comunicato che ero stata sospesa per “hateful conduct” [comportamento d’odio, ndr] e specificatamente per questo tweet

[Traduzione: “Ricordiamoci che nel 2015 300.000 donne nel mondo sono morte di parto. Che cosa servirà per fermare questa follia trans?”, ndr]

Per spiegare il contesto, il tweet era riferito ad una vicenda inglese che riguardava la destinazione di fondi per il finanziamento di un progetto di ricerca per impiantare uteri in donne trans (quindi persone biologicamente di sesso maschile). Il mio commento voleva porre l’accento su come sia pericoloso, anche dal punto di vista delle decisioni che vengono prese da un governo nell’ambito dei finanziamenti alla ricerca, sostituire il genere al sesso biologico: in questo modo le patologie o problematiche di salute strettamente femminili diventano qualcosa di minoritario, perché non tutte le persone che si identificano come donne ne sono portatrici. Come per altre istanze trans, sembra che le esigenze espresse da questo gruppo debbano sempre e comunque avere la precedenza su necessità e richieste avanzate dalle donne. Quindi sì, direi che le donne -come me ce ne sono tantissime- vengono censurate e zittite se si permettono di esprimere critiche verso l’ideologia di genere, ma anche soltanto di portare l’attenzione su problematiche femminili. O, ancora più preoccupante, quando fanno esplicito riferimento a problematiche come la violenza maschile o il patriarcato inteso in senso non “inclusivo”.

Dal 2018 ad oggi il numero di donne “silenziate” da Twitter per aver espresso posizioni gender critical è impressionante. Che idea ti sei fatta rispetto alla politica di queste piattaforme? Quali sono gli interessi in gioco?

Credo dipenda dalle piattaforme. E poi non vorrei fare della dietrologia o parlare di complotti. Certo, mi chiedo perché questo movimento abbia raggiunto tali obiettivi in così poco tempo. Fino a pochi anni fa l’idea che il sesso biologico non fosse una realtà facilmente dimostrabile sarebbe stata considerata assurda e offensiva nei confronti delle donne, che sono le vittime del sessismo.

In Italia chi ti ha contattata dopo la tua lettera a De Gregorio e che tipo di riscontri hai avuto?

Riscontri prevalentemente negativi, come mi aspettavo, e come avevo detto a Concita. Sono stata sospesa nuovamente da Twitter, permanentemente e, visto che il Better Business Bureau non è più disponibile, senza possibilità di recuperare un account che usavo anche per lavoro. La sospensione questa volta era motivata di nuovo con l’“hateful conduct”, ma per un tweet in italiano: per questo sono sicura che sia collegata al mio articolo su La Repubblica. Il tweet, tanto per dare un’idea di quanto sia ristretto il diritto di parola delle donne in questo campo, era il seguente:

Per quanto riguarda invece l’ambiente accademico, sia a livello italiano sia internazionale, che atmosfera si respira rispetto a questi temi? C’è dibattito? Hai ricevuto solidarietà dai colleghi?

Il clima è assurdamente limitante. Un mio collega nel campo dei diritti umani che lavora in Gran Bretagna, un esperto assoluto nel campo, mi ha rivelato di non aver mai visto un clima di terrore come per l’ideologia di genere: detto al telefono, perché temeva di parlare di queste cose via email. Questo per dire. Il dibattito è impossibile. Non solo i colleghi ti ignorano e cercano di limitare la tua possibilità di parlare di queste cose (e quindi mancati inviti alle conferenze, articoli rifiutati per la pubblicazione, eccetera) ma anche gli studenti si sentono in diritto di mandarti email e messaggi per dirti di stare zitta, di chiedere all’università di prendere pubblicamente posizione contro di te, di inscenare proteste per impedirti di partecipare a seminari.

Gli studenti della mia università in Germania (tengo a sottolinearlo), dopo aver accettato un invito al dibattito, mi hanno accusata di trattare i trans da sub-umani. Cioè mi hanno accusato di comportarmi come il regime nazista si comportava con le minoranze. Ho chiesto alla mia università di appoggiare il mio diritto di parola e la mia libertà accademica, ma per ora non ho avuto risposta. Ho anche ricevuto minacce sia su Twitter sia sulla email dell’università. L’università ha tolto il mio indirizzo e la mia foto dal sito dell’università, ma non ha offerto spontaneamente alcun supporto. Nessuna solidarietà pubblica dai colleghi, ma c’è da considerare che soprattutto le donne hanno paura. Un mio collega uomo, quando gli ho confidato di aver ricevuto minacce di morte, mi ha risposto via email che anche se difendeva la libertà di espressione era dell’opinione che dovessimo tutti essere più aperti verso gli stili di vita trans. Si commenta da solo, credo.

La tua critica al concetto di identità di genere si articola, naturalmente, a partire dalla prospettiva del diritto, il tuo campo di ricerca. Ci spieghi quali sono le implicazioni dell’introduzione del concetto di identità di genere nel Diritto Internazionale?

Questa domanda richiederebbe un saggio, e infatti sto pensando di scrivere un articolo, ma so già che sarebbe difficilissimo trovare una rivista disposta a pubblicarlo. In breve, i diritti delle donne sono basati sul sesso, così come la discriminazione che i diritti sono stati introdotti per combattere. Sostituire il sesso, che è una realtà biologica identificabile e riconoscibile, con l’identità di genere, concetto non definito e non conosciuto da molte donne e rifiutato da altre (soprattutto femministe, in quanto basato su una versione stereotipata e sessista della donna) ha inevitabilmente delle ripercussioni. Nel diritto le definizioni sono essenziali, soprattutto se da queste derivano dei diritti positivi. Modificare la definizione modifica i criteri per decidere a chi appartengono questi diritti. Questo in generale.

Poi, ovviamente, se la definizione di donna non è più legata al sesso biologico, diventa quasi impossibile decidere quando un determinato comportamento, dello Stato o di un datore di lavoro, sia discriminazione o no. Se ci sono donne che non hanno bisogno di congedo per allattamento, o gravidanza, o altri problemi legati alla salute femminile, diventa molto più difficile provare che il datore di lavoro ha discriminato la lavoratrice donna in quanto donna. Infine, tutti gli spazi e i servizi che sono riservati alle donne diventano per necessità aperti anche agli uomini. Questo se il self ID diventa legge, ma in alcuni paesi anche senza una legge specifica, semplicemente perché organizzazioni come Stonewall diffondono un’interpretazione errata della legge corrente. Quindi, per fare solo un esempio, uomini condannati per stupro sono stati messi in carceri femminili, dove hanno commesso ulteriori violenze sessuali, perché hanno dichiarato di essere donne (nessuna cura ormonale, o operazione).

Vorrei chiudere dicendo che questo è un movimento che si basa su una concezione assurda della realtà, secondo la quale quello che uno pensa di essere è più importante di quello che uno realmente è. Ma questo vale solo per il sesso, almeno per ora. Non permettiamo a nessuno di togliersi dieci anni dal certificato di nascita perché si sente più giovane o ha fatto un lifting. Oppure di dichiararsi nero se non lo è, o disabile se non lo è. Sembra che l’unica categoria ontologica aperta sia quella del sesso, soprattutto quella del sesso femminile, dove, come diceva la pubblicità, basta la parola. Basta dire sono una donna e lo si è. Intanto le ragazze sono ancora costrette a sottoporsi a cure ormonali, mastectomia e isterectomia per sperare di essere riconosciute come uomini. Come tutte le ideologie maschiliste, anche l’ideologia di genere si combatte sul corpo delle donne e mantiene il pene come simbolo del potere. Solo che da pene si trasforma in pene femminile (il famoso girldick). Insomma: è morto il pene, viva il pene.

Emanuela Risso, SeNonOraQuando Genova

L’intervista è stata realizzata nell’ambito delle attività di SeNonOraQuando Genova, associazione femminista dalla storia decennale impegnata in un lavoro di sensibilizzazione culturale per il riconoscimento delle donne nella società a tutti i livelli, per una loro equa rappresentanza nei ruoli decisionali, nonché per l’eliminazione della violenza contro di esse.

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Questo articolo ha 2 commenti.

  1. Alessandra Asteriti

    Grazie per aver pubblicato questa intervista. Chissà che in Italia non riusciremo ad avere un dibattito più aperto su questo tema

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