Ragazzi/e autistici spinti a vedersi come trans<br /><span class='post-summary'>Quasi metà dei minori che si rivolgono alle cliniche per l'identità di genere soffre di disturbi dello spettro autistico, ma riceve diagnosi di disforia e cure ormonali. Come la trans-propaganda sta invadendo anche la 'neurodiversità'. Ri-medicalizzandola</span>

Ragazzi/e autistici spinti a vedersi come trans
Quasi metà dei minori che si rivolgono alle cliniche per l'identità di genere soffre di disturbi dello spettro autistico, ma riceve diagnosi di disforia e cure ormonali. Come la trans-propaganda sta invadendo anche la 'neurodiversità'. Ri-medicalizzandola

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Christian Wilton-King, autore di questo articolo, ha lavorato nel campo dei bisogni educativi particolari per quasi due decenni. Christian crede fermamente nella pratica inclusiva per tutti ed è particolarmente impegnato nel creare un mondo più inclusivo per le persone autistiche.

Christian si è preoccupato del fatto che i bambini e i giovani che “non si adattavano” venivano incoraggiati a vedersi come transgender, e dopo che alcuni suoi commenti in un gruppo privato su Facebook sono stati segnalati allo Education Workforce Committee (Comitato per il personale dell’istruzione – EWC), si è trovato ad affrontare una commissione disciplinare. Christian ha ricevuto un ammonimento e successivamente gli è stato comunicato che non avrebbe potuto continuare a insegnare se non fosse stato in grado di tutelare i suoi studenti senza rischiare di essere denunciato o licenziato per le sue opinioni (vedere qui).

L’autismo è una disabilità di sviluppo che dura tutta la vita e che influisce sul modo in cui una persona comunica e si relaziona con le altre persone e su come sperimenta il mondo che la circonda“. National Autistic Society, Regno Unito

Il movimento della Neurodiversità è in costante crescita sin dal suo inizio, alla fine degli anni novanta, e ha l’obiettivo di cambiare la percezione pubblica dell’autismo, da condizione disabilitante (vedere la definizione qui sopra) a variante neurologica. Un modo di essere diverso ma valido, che richiede l’accettazione della società e l’adattamento, piuttosto che il trattamento e la cura. 

Sono un insegnante specializzato in autismo con quasi vent’anni di esperienza nel sostenere ed educare bambini e adulti con bisogni educativi speciali, quindi mi sono incuriosito quando ho scoperto il movimento della neurodiversità. Vado particolarmente d’accordo con i miei studenti e i miei amici autistici, forse perché i loro modi di pensare atipici e fuori dagli schemi sono in sintonia con la mia personalità leggermente atipica. Questo mi ha reso facile sostenere un movimento politico che spinge per il riconoscimento, la comprensione e l’accettazione dovuta alle persone autistiche. Mi sono iscritto e alla fine sono diventato amministratore di gruppi di sostegno ed educazione all’autismo su Facebook.

È ben documentato che le persone autistiche spesso sperimentano un sovraccarico sensoriale in situazioni sociali, di fronte alla vera e propria cacofonia di personalità, risposte e comportamenti imprevedibili delle persone neurotipiche. Come dice l’autore Steve Silberman nel suo bestseller del 2015 NeuroTribes:

Per gli standard autistici, il cervello “normale” è facilmente distraibile, è ossessivamente sociale e soffre di un deficit di attenzione ai dettagli e alla routine. Così le persone dello spettro autistico sperimentano il mondo neurotipico come inesorabilmente imprevedibile e caotico, perennemente troppo rumoroso e pieno di persone che hanno poco rispetto per lo spazio personale”.

Questo “troppo rumore” può causare ansia sociale e rendere difficile per le persone autistiche partecipare alla vita pubblica. Tuttavia negli ultimi anni le comunità autistiche online si sono moltiplicate, poiché i social media permettono di aggirare molte delle difficoltà della socializzazione faccia a faccia. Da dietro lo schermo di un computer o di un telefono, con facili funzioni di blocco, tutto ciò che causa ansia può essere evitato. Gli spazi online dedicati sono diventati un paradiso per le persone autistiche che vogliono socializzare con altri individui che la pensano come loro e organizzarsi politicamente.

Christian Wilton-King

L’attivismo del movimento per la neurodiversità enfatizza l’importanza dell'”esperienza vissuta” e del poter essere il proprio “io autentico“.  Questi principi sono anche al centro del movimento per i diritti dei trans, che ha preso piede nello stesso periodo, le cui convinzioni ideologiche sono state pienamente e indiscutibilmente accettate dalle comunità di autistici online. Questo può essere dovuto in parte alla più alta prevalenza di persone autistiche non conformi al genere, lesbiche, gay e bisessuali, che secondo uno studio del 2016 è tra il 15 – 35% (vedere qui).

È comunemente inteso che le persone autistiche possono avere un rapporto difficile con il linguaggio, preferendo parole precise e descrittive alla metafora che può confondere quando non è familiare. Tuttavia, per gli attivisti della neurodiversità giocare con il linguaggio e creare neologismi può essere un modo potente per reclamare autorità e affermare le loro identità autistiche in una società che li fraintende e che cerca di farli entrare in un mondo per il quale non sono tagliati.

La creazione di un nuovo linguaggio e di nuovi codici di comportamento sono tattiche impiegate anche dall’attivismo trans per perseguire i suoi obbiettivi, tra cui il primato della politica identitaria e del diritto all’autodeterminazione. Queste somiglianze possono essere dovute al fatto che entrambi i movimenti sono proliferati in spazi virtuali piuttosto che nella “vita reale”.

Negli anni ’50 lo psicologo dello sviluppo Reuven Feuerstein lavorava con bambini con sindrome di Down. Le sue innovative tecniche di apprendimento cognitivo permettevano ai bambini Down di fare progressi educativi maggiori di quanto si credesse possibile all’epoca. Questi risultati educativi li aiutavano a inserirsi meglio nella società tradizionale. Però andò oltre affermando che le famiglie avrebbero dovuto considerare anche interventi di chirurgia plastica per attenuare i tratti del viso caratteristici dei bambini Down, in modo che gli altri potessero “perdere i pregiudizi e le basse aspettative sulle capacità dei bambini Down”. L'”approccio di modificazione attiva” di Feuerstein criticava “l’accettazione passiva” da parte dei genitori delle disabilità genetiche, fisiche o intellettuali dei loro figli e la loro convinzione che la società avrebbe dovuto accogliere le differenze delle persone Down.

Qui nel Regno Unito – e ancora di più negli Stati Uniti – l‘Analisi Comportamentale Applicata (ABA) è uno dei metodi più popolari usati per insegnare agli studenti autistici. Sviluppato dal lavoro del comportamentista e contemporaneo di Feuerstein, B.F. Skinner, insieme ad altri, il metodo ABA sopprime il naturale comportamento autistico a favore del comportamento ‘normale’, ed è il tallone d’Achille del movimento di neurodiversità – l’antitesi dell’accettazione autistica. Nonostante i recenti sforzi per rendere l’ABA meno punitivo e più “incentrato sulla persona” (le prime tecniche comportavano castighi fisici), resta la questione di chi decide quale comportamento è “normale” e di chi ne dovrebbe trarre beneficio. Permane un’intensa opposizione all’uso dell’ABA per i bambini autistici e recentemente sono stati fatti sforzi per raccogliere testimonianze di adulti autistici che in passato sono stati costretti a partecipare a programmi ABA che si supponeva fossero progettati per ‘aiutarli’ ma che invece li hanno traumatizzati.(vedere qui e qui).

L’idea che i bambini autistici debbano ‘essere meno autistici’ per inserirsi nella società tradizionale è tanto barbara quanto l’approccio di ‘modificazione attiva’ di Feuerstein. A mio parere, ciò dimostra una peculiare dissonanza cognitiva all’interno della comunità della neurodiversità. Come possono gli attivisti della neurodiversità prestare, per esempio, il loro sostegno a organizzazioni come l’American Civil Liberties Union che twitta: “i bambini trans sono perfetti così come sono” pur sapendo che la “cura affermativa” per i bambini affetti da disforia di genere li avvia a un percorso medico di ormoni del sesso opposto, doppie mastectomie, chirurgia genitale, isterectomie e i gravi effetti collaterali di farmaci usati off-label, i cui effetti a lungo termine sono sconosciuti?

Diane Ehrensaft è una psicologa clinica e dello sviluppo che lavora con bambini affetti da disforia di genere. Lei afferma che tutti i comportamenti sono una forma di “comunicazione di genere”. In un video postato su Youtube intitolato ‘Come capire se un neonato è transgender’ (How to Tell if Babies are Transgender’), spiega come ha interpretato i segnali da parte di una bambina che non parlava ancora, la quale avrebbe ‘comunicato’ di essere in realtà un bambino:

“C’è un video di [lei] da bambina che si strappa le mollette dai capelli e le getta a terra singhiozzando. Questo è un ‘messaggio di genere’… A volte i bambini, tra l’età di uno e due anni, con un linguaggio rudimentale, diranno: “Io ragazzo”. Quindi, bisogna stare attenti a questo tipo di azioni, come strapparsi una gonna”.

Le persone autistiche sperimentano di frequente problemi di ipersensibilità, inoltre spesso deludono, o ignorano, le aspettative legate agli stereotipi di genere delle società in cui vivono. Possono disprezzare intensamente alcune sensazioni o avere preferenze molto forti per certi indumenti, indipendentemente dal fatto che siano considerati “appropriati” o meno. Nel mondo di Ehrensaft c’è da meravigliarsi che i bambini con una diagnosi o tratti di autismo costituiscano quasi la metà di tutti i pazienti della Tavistock (vedere qui), la più grande clinica di identità di genere del Regno Unito, con proporzioni ancora più elevate in altre?

Ho osservato negli ultimi quattro o cinque anni i movimenti per i diritti trans e la neurodiversità intrecciarsi sempre di più; le loro richieste sono diventate così confuse che alcuni attivisti autistici si riferiscono a se stessi persino come autigender“. 

Mentre l’apparente simpatia della comunità autistica verso le persone che non si conformano ai rigidi stereotipi di genere è comprensibile, c’è una crescente tendenza – alcuni potrebbero dire puritana – ad esiliare coloro che diffidano della piena accettazione di mantra come l’onnipresente “le trans sono donne”, o che semplicemente non riconoscono questa come una causa comune. Ho visto una donna dopo l’altra espulsa senza tante cerimonie (e anche qualche uomo) dai gruppi di sostegno autistici per non avere messo al centro la cosiddetta “esperienza trans”, per esempio per il fatto di discutere l’importanza dei ‘pronomi preferiti’ e dei neo-pronomi. Adottando questo approccio “tolleranza zero” verso i trasgressori del nuovo galateo, molti gruppi autistici sembrano dare la priorità all’identità di genere rispetto all’autismo stesso.

Le comunità autistiche da poco legatesi alla politica affrontano ancora molte barriere all’accettazione e all’uguaglianza. Curiosamente, alcune di queste barriere vengono frapposte anche da gruppi di pressione ben finanziati per i diritti dei trans, come la Gender Identity Research and Education Society (GIRES), che ha fortemente suggerito nella sua letteratura che la “transizione” di genere può anche agire come “cura” per l’autismo.

Qui sta il grave e insostenibile paradosso che divora il cuore del movimento per la neurodiversità; da un lato si dichiara una causa comune con il movimento per i diritti dei trans, che sostiene l’uso di farmaci e interventi chirurgici per ‘affermare’ le identità transgender e sostiene la nozione pseudoscientifica che il cervello femminile può risiedere in corpi maschili e viceversa; dall’altro lato i tentativi di trovare una cura per l’autismo e costringere le persone autistiche a guardare e comportarsi come persone neurotipiche.

È sempre più evidente che il legame tra il movimento trans e il movimento della neurodiversità, che forse all’inizio sembravano affini, avvantaggia il primo a spese del secondo. Le donne autistiche, specialmente se lesbiche, vengono spinte fuori dalle loro reti di sostegno. I bambini autistici il cui comportamento non corrisponde agli stereotipi di genere vengono patologizzati e medicalizzati.

Questa è una spina nel fianco che il movimento della neurodiversità dovrà considerare attentamente e presto. Quando a un numero sproporzionato di persone autistiche – perfino di bambini – viene diagnosticata la disforia di genere, il cui “trattamento” può portare all’infertilità (vedere qui), questo inizia a somigliare in modo preoccupante all’eugenetica di ritorno.

Christian Wilton-King

Articolo originale qui . Traduzione di Maria Celeste

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