Prof in rivolta contro il transcult

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Da anni il libero pensiero è sotto attacco nelle accademie di tutto il mondo occidentale, Italia compresa, con particolare riguardo alla discussione sui temi relativi al sesso e al genere. Il dilagare della cancel culture, della postura tribalistico-identitaria, dei safe space e l’ossessione della “correttezza politica” stanno strangolando quasi ovunque la libertà di espressione e di ricerca, contribuendo in modo cospicuo a edificare una società terrorizzata e ammutolita da censura e autocensura. Che le/i docenti vengano ridotti al silenzio, minacciati di perdere il loro incarico, costituisce un vero vulnus per tutte e tutti. Qui abbiamo già parlato delle molte docenti gender critical sotto attacco, fino al punto di doversi muovere scortate negli spazi delle università. Intanto sono già centinaia le adesioni alla Rete per la libertà di ricerca scientifica fondata poche settimane fa in Germania su iniziativa di alcuni ricercatori tedeschi. Obiettivo è denunciare il clima di intimidazione che negli ultimi anni opprime sempre più il mondo accademico e promuovere la libertà di ricerca scientifica: ne ha parlato Micromega qui.

Un esempio proprio di queste ore:

l’Università di Edimburgo ha elaborato una guida interna per il personale con elenco di frasi proibite, come “tutte le donne odiano il proprio ciclo” e “ogni tanto capita a tutti di pensare di essere dell’altro sesso“. Inoltre i professori non dovrebbero porre “un’eccessiva attenzione sui marcatori sessuali anatomici”. Queste sarebbero “microaggressioni” che “negano o annullano i pensieri, i sentimenti o la realtà vissuta delle persone trans e non binarie” e minano la loro transizione a generi diversi.

Diverse università del Russell Group stanno formando i docenti sul “privilegio cisgender”, secondo il quale le persone il cui sesso di nascita si allinea con la loro identità di genere godono di vantaggi strutturali nella società britannica.

Anche l’Università di Newcastle spiega al personale: “Essere cisgender comporta privilegi sociali”. L’Imperial College e la LSE ricordano ai docenti di usare i loro privilegi “cis” e “eterosessuali” per essere trans-alleati. Gli accademici oppongono il fatto che un’ossessione per l’identità di genere nel campus rischia di “ricattare moralmente” gli studenti e di dimenticare le disuguaglianze meno “woke”. Si sta creando una ‘monocultura’ che spesso è “interessata solo ad aspetti specifici dell’uguaglianza-diversità, mentre di routine minimizza o ignora altri aspetti, come la sottorappresentazione dei bambini bianchi della classe lavoratrice. Questo porta gli accademici a nascondersi o a censurare ‘il loro punto di vista per paura di essere ostracizzati”.

Se il personale è testimone di comportamenti scorretti, dovrebbe “disarmare la microaggressione, intervenire e fermarsi o deviare” affermando gli standard di condotta dell’università ed “educare l’autore del reato” insegnando a “riconoscere i propri pregiudizi”, raccomanda la guida di Edimburgo. 

I docenti sono anche invitati a indossare cordini arcobaleno nel campus “come segno visibile del fatto che le persone trans e/o non binarie che sono al sicuro”, e inserire i loro pronomi nelle firme delle e-mail.

La guida trans delle università come Edimburgo, Warwick ed Exeter si riferisce a una “società cisnormativa”, in cui le persone trans sono offese dal fatto che si presuma che il binarismo di genere sia la norma (!)

Le femministe hanno espresso la preoccupazione che la guida trans di molte università, influenzata da gruppi di pressione, promuova la sparizione degli spazi riservati per le donne a favore di strutture gender-neutral, e causi l’imbavagliamento dei docenti che la vedono diversamente.

Contro la cancel culture il governo sta progettando una nuova legge in base alla quale gli accademici potrebbero fare causa se vengono messi a tacere. 

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La piattaforma che vi presentiamo qui nasce per rompere l’isolamento tra docenti gender critical e per offrire supporto, condivisione e coordinamento. Potrete leggere molte storie e, se ritenete, condividere la vostra. E’ sempre più urgente che le no-platformed in tutte le categorie -in particolare docenti, giornaliste, professioniste dell’editoria, ma il problema si estende a molti altri settori a cominciare dalla medicina- si coordinino per una strategia comune in difesa della libera espressione e dei diritti di donne e ragazze.

Ecco l’appello:

Siamo un gruppo di professori universitari. Siamo preoccupati per la continua erosione dei diritti delle donne basati sul sesso nella legge, nella politica e nella pratica, e per come vengono trattati coloro – principalmente donne – che ne parlano. Siamo preoccupati che una cultura del “non-dibattito” su questo tema danneggi la libertà accademica e impedisca un approccio aperto e critico alle teorie sul sesso e sul genere. L’impossibilità di parlare di diritti e discriminazione basati sul sesso danneggia le donne e le ragazze. 

Vorremmo ascoltare le storie del personale universitario gender critical (servizi accademici e professionali) e degli studenti. Che cosa comporta assumere una posizione critica rispetto al genere nell’istruzione superiore? Quali sono le tue esperienze, quando parli o stai zitto? Vorremmo sapere cosa ti è successo, quello che hai visto e come ti ha fatto sentire. 

Vogliamo che le università, i responsabili politici e il pubblico in generale comprendessero l‘effetto che l’attuale cultura del “non-dibattito” sta avendo su quelli di noi che lavorano e studiano nell’istruzione superiore. Conosciamo l’isolamento che le persone si trovano ad affrontare e vogliamo che questo sia uno spazio in cui raccogliere storie sulle nostre esperienze e preoccupazioni, e per renderci conto che non siamo soli. Aiutaci a rompere il silenzio. 

Tutte le storie già raccolte dalla piattaforma e il link per raccontare la propria storia: qui

Marina Terragni

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