“Preda: immigrazione, Islam ed erosione dei diritti delle donne”, l’ultimo libro di Ayaan Hirsi Ali

“Preda: immigrazione, Islam ed erosione dei diritti delle donne”, l’ultimo libro di Ayaan Hirsi Ali

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Poche donne al mondo sono al centro di tanta ostilità e di tante accuse di ipocrisia come Ayaan Hirsi Ali. Denuncia l’Islam per il suo assolutismo e la sua intolleranza, scredita la religione di oltre un miliardo di persone definendola “culto nichilista della morte”. La sua storia forse rende comprensibile il suo antagonismo: è stata costretta a mutilazioni genitali da bambina in Somalia, è fuggita nei Paesi Bassi per sfuggire a un matrimonio combinato e da adulta ha visto la sua vita minacciata dagli estremisti musulmani così tante volte da dover viaggiare con la scorta. Ma lei stessa rifiuta di definire questo suo inquadramento come sessista e presuntuoso.

Si definisce una “infedele”, mentre molti musulmani dicono che è solo un’islamofoba. È stata inclusa in una lista di bersagli di Al Qaeda ed è stata definita una “estremista” anti-musulmana dal Southern Poverty Law Center. Loda il liberalismo occidentale e suggerisce che l’Islam è così incompatibile con esso che le democrazie occidentali dovrebbero prendere in considerazione la possibilità di sospendere i loro valori fondamentali per la propria autoconservazione. È una rifugiata che chiede la fine dell’asilo così come lo conosciamo.

Il suo ultimo lavoro fa crescere queste incongruenze. In “Preda: immigrazione, Islam ed erosione dei diritti delle donne”, Hirsi Ali sostiene che l’immigrazione dai paesi a maggioranza musulmana mette in pericolo i diritti duramente conquistati delle donne europee.

Gli uomini musulmani -che secondo Hirsi Ali sono abituati a società segregate, in cui la modestia femminile è imposta e le donne sono molestate nella vita pubblica-, sono arrivati in Europa in massa durante la crisi migratoria del decennio precedente portando con sé vecchie ortodossie – con la loro violenta applicazione – nelle nuove case del Nord. Di conseguenza, afferma, le donne europee devono affrontare molestie e violenze sessuali endemiche. Peggio ancora, nel tentativo di non essere visti come xenofobi o di alimentare il crescente nazionalismo di destra, gli europei liberali sono complici della loro crescente oppressione, rifiutando la misoginia come un mero multiculturalismo anche se le donne occidentali vengono aggredite, obbligate a coprire i loro corpi e cacciate dalle strade delle loro città. Hirsi Ali chiede un nuovo movimento femminista in cui le vere femministe siano “disposte a difendere i diritti di tutte le donne”, e si uniscano intorno alla questione della “sicurezza delle donne dagli uomini predatori“.

Questi sono certamente obiettivi lodevoli per il movimento femminista, ed è proprio per questo che ci si potrebbe chiedere: non è questo che le femministe hanno fatto per tutto questo tempo? Lo è. Le femministe di tutto il mondo si sono ribellate per ottenere maggiori libertà per le donne, mettendo al centro del loro impegno il diritto di essere libere dalla violenza maschile, e respingendo costantemente l’argomento secondo cui gli abusi patriarcali sono scusabili in alcune culture. Quindi è piuttosto strano vedere Hirsi Ali affermare che le femministe hanno creato un quasi paradiso del liberalismo per le donne nel mondo occidentale, e poi accusarle di non preoccuparsi adeguatamente dei diritti delle donne perché vogliono che le loro patrie aprano le porte ai cercatori di porto sicuro, indipendentemente dalla religione. Ma questo è il doppio gancio destro di “Preda“: che giura fedeltà al liberalismo occidentale, e poi porta avanti idee e politiche che lo minerebbero. È uno stile retorico vertiginoso e riesce a mettere ko solo gli uomini con la coda di paglia.

Nel tentativo di far presente che orde di uomini musulmani sessualmente violenti stanno facendo tornare indietro i diritti delle donne in Europa, Hirsi Ali scava nei dati sulla criminalità, negli articoli di giornale e nelle ricerche sulle scienze sociali. Parla con una manciata di funzionari delle forze dell’ordine, persone che lavorano sull’integrazione degli immigrati e dei cittadini medi. Ammette lodevolmente che i dati sono estremamente limitati, ma ciò non le impedisce di insistere sul fatto che questi supportano comunque le sue affermazioni. Condivide orribili notizie di donne e ragazze molestate, aggredite e violentate da richiedenti asilo musulmani per rafforzare la sua tesi. Se i lettori non ne sapessero di più, si convincerebbero del fatto che la maggior parte dei crimini sessuali nell’Europa occidentale sono commessi da migranti musulmani contro donne europee sconosciute. Non lo sono. Gli uomini che rappresentano la più grande minaccia per le donne europee sono la stessa categoria di uomini che rappresentano la più grande minaccia per le donne di tutto il mondo: gli uomini che le donne conoscono.

Hirsi Ali si rende conto di generalizzare, scrive; non sta dicendo che tutti gli uomini musulmani sono stupratori. Sta dicendo che giovani uomini delle società musulmane conservatrici arrivano in Europa — e la maggior parte dei nuovi arrivati sono giovani uomini — essendo stati precedentemente intrisi di culture profondamente misogine e soggetti a leggi che offrono alle donne meno diritti degli uomini. Questo influisce sul loro comportamento, sostiene; qualcosa che i liberali occidentali, che pregano sull’altare del relativismo culturale, non vogliono riconoscere. Quando si tratta di migranti e minoranze” scrive “fornire spiegazioni culturali per il loro comportamento nei confronti delle donne è tabù”.

Ma lo è? Nello stesso libro, Hirsi Ali critica giustamente un giudice tedesco per aver assolto uno stupratore “per mancanza di comprensione da parte dei trasgressori sessuali migranti dell’autodeterminazione sessuale delle donne occidentali“. E’ tabù parlare di fattori culturali che guidano la violenza sessuale? O il problema piuttosto è che troppo spesso le autorità europee giustificano la violenza sessuale per mano degli immigrati musulmani indicando fattori culturali? Nella narrazione di Hirsi Ali la risposta cambia secondo ciò che le conviene. E ogni tentativo di esplorare veramente i complessi fattori che spiegano la povertà radicata, la segregazione educativa e i tassi più elevati di criminalità nelle comunità di immigrati – qualsiasi tentativo, cioè, che va oltre il semplice dare la colpa alla religione e alla cultura – è relegato a quello che lei chiama “Il Playbook della Negazione“.

Questa semplificazione eccessiva e istintiva è particolarmente frustrante, specie se proviene da una donna d’acciaio e di grande intelligenza. Hirsi Ali ha ragione sul fatto che gli europei e i nordamericani sono alle prese con le complessità morali della legge sull’immigrazione, in un mondo in cui i conflitti e le crisi hanno spinto così tante persone fuori dalle loro case che la posta in gioco delle dure leggi anti-immigrazione è alta (basta chiedere alle famiglie delle decine di migliaia di anime che sono annegate nel Mediterraneo); e sul fatto che gli stati sociali europei sono sia generosi che facilmente in pericolo e che siamo sempre più consapevoli del fatto che le nostre opportunità e la nostra sicurezza fisica di base dipendono spesso dalla fortuna casuale di dove o da chi siamo nati. Ha ragione quando dice che un impegno con le migliori intenzioni a favore della tolleranza può essere facilmente sfruttato, e che i diritti delle donne sono spesso i primi ad essere sacrificati al servizio del relativismo culturale. Ma un lettore interessato non troverà in questo libro un’analisi ponderata.

Anche un lettore come me – un lettore che si diletta in un po’ di felice blasfemia, anela a una maggiore laicità e ad un ateismo impenitente, e accoglie con favore la presa in giro dei fondamentalisti misogini di qualsiasi religione (al diavolo i tabù e la tolleranza) – non potrebbe trovare molto da applaudire. Come le opinioni religiose fondamentaliste che sia io sia lei detestiamo, “Preda” è troppo assolutista per essere credibile. Si potrebbe anche dire che è tagliato con un certo bigottismo.

Hirsi Ali sembra aggrapparsi allo stereotipo degli uomini di colore che minacciano donne bianche e virtuose -un particolare tipo di paura con una brutta e lunga storia-. I colonizzatori europei enfatizzarono l’idea degli uomini africani e arabi come sessualmente aggressivi e incontrollati, e delle donne bianche come loro vittime desiderate. I coloni europei erano preoccupati per il “pericolo nero” degli stupratori africani, che era anche usato per giustificare il colonialismo e la pervasiva violenza razzista che ne sono derivati. Durante l’occupazione francese della Germania dopo la prima guerra mondiale, i giornali tedeschi diedero il (falso) allarme di una “peste nera” di stupri di massa e omicidi da parte delle truppe senegalesi nell’esercito francese. Hitler incolpò gli ebrei di aver portato gli africani. E Hirsi Ali, che sottolinea l’importanza dell’assimilazione e ora vive negli Stati Uniti, non ignora certo la storia di questo paese. “Fate una qualsiasi lista di terrorismo anti-nero negli Stati Uniti, e avrete anche una lista di attacchi giustificati dallo spettro dello stupro nero”,  ha scritto Jamelle Bouie nel 2015 dopo che Dylann Roof uccise nove persone nella Chiesa episcopale metodista africana e disse alla congregazione nera: “Stuprate le nostre donne, e state prendendo il controllo del nostro paese: ve ne dovete andare”. Donald Trump, il presidente americano più xenofobo nella memoria vivente, ha spesso usato la minaccia di ragazze bianche violentate da uomini immigrati per giustificare le sue draconiane politiche sull’immigrazione.

Anziché essere virtuose per la loro sottomissione, maternità o innocenza – la solita resa delle donne bianche bisognose di protezione – le donne europee in “Prey” sono virtuose per i loro valori femministi liberali e sono anche vulnerabili a causa di essi. Ma è qui che Hirsi Ali svela il gioco. Dopo aver passato gran parte del libro a presentarsi come difensora di questi stessi valori, alla fine è pronta a rinunciarvi se questo significa tenere fuori certi immigrati. Le soluzioni proposte includono l’aumento di forze di polizia, sanzioni penali più severe e violazione della privacy. Anche se dice di aver “pensato profondamente all’apparente paradosso di usare mezzi illiberali per raggiungere fini liberali“, alla fine decide che i fini giustificano effettivamente i mezzi. Anche i “tedeschi ossessionati dalla privacy” afferma potrebbero essere persuasi ad accettare l’uso della videosorveglianza, dell’intelligenza artificiale e della tecnologia di riconoscimento facciale in “quartieri in difficoltà“.

Hirsi Ali suggerisce di abolire l’attuale programma di asilo, che offre un porto sicuro a coloro che sono perseguitati, e propone invece che le nazioni europee adottino politiche di immigrazione in cui “il criterio principale per concedere la residenza dovrebbe essere fino a che punto si è disponibili a rispettare le leggi e ad adottare i valori della loro società ospitante. Secondo Hirsi Ali ciò significa valutare se gli immigrati hanno le capacità di lavorare in vista di un salario – un requisito che potrebbe limitare la concessione dello status legale a molte donne richiedenti asilo e rifugiate, che tendono ad essere meno istruite delle loro controparti maschili. Non è chiaro se la stessa Hirsi Ali, che indossava l’hijab da adolescente e sosteneva la fatwa contro Salman Rushdie, avrebbe ottenuto l’asilo secondo le sue regole. Eppure è qui che il suo illiberalismo traspare davvero. “Tutte le istituzioni liberali si basano su questa idea” scrive, che “l’individuo, sia maschio che femmina, è riconosciuto come un decisore responsabile del suo comportamento“. Al centro di questo concetto di individualismo liberale c’è un’opposizione alla punizione collettiva, e un’idea secondo cui responsabilità individuale significa che l’illecito di una persona non coinvolge la sua famiglia, la sua razza o il suo gruppo religioso. Non esiste un tale concetto di diritti e responsabilità individuali nel mondo musulmano, afferma, dove l’identità di gruppo ha la precedenza. Ecco perché, scrive, i musulmani hanno uncomplesso di vittimismo” quando le leggi sui crimini sessuali, che non riconoscono come valide, vengono applicate contro gli uomini musulmani: “Poiché l’individuo è inestricabilmente legato al gruppo, la condanna dell’individuo è considerata un vilipendio al gruppo”.

È Hirsi Ali, però, che fa esattamente questo: trova storie di singoli immigrati musulmani che commettono crimini atroci, e suggerendo che quelle storie sono ampiamente rappresentative le usa per giustificare la limitazione delle opportunità offerte a tutto il gruppo. Non si tratta, come lei suggerisce, di un femminismo che si batte per i diritti delle donne. Si tratta di un femminismo di reazione, che minerebbe quei valori liberali che Hirsi Ali implora alle femministe di proteggere.

Articolo originale qui (traduzione di Elisa Vilardo)

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