Perché media, aziende e pubblicità sostengono il Queer

Perché media, aziende e pubblicità sostengono il Queer

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Salvo rare eccezioni, i media oscurano regolarmente ogni notizia che possa creare problemi al business transumano e al queer, target che gode di grandissima attenzione positiva.

Qualche esempio. Silenzio globale pressoché assoluto sulla sentenza Keira Bell in UK, che ha introdotto l’obbligo a rivolgersi a un tribunale per somministrare i puberty blocker a bambine e bambini: proprio lo stesso giorno (!) invece il sistema mediatico di tutto il mondo festeggia la transizione hollywoodiana di Ellen-Elliot Page. Dure lotte per fare uscire la notizia dei bambini nati da utero in affitto e stoccati come merce in hotel di Kiev. Oscuramento totale dei media canadesi sugli uomini detenuti nelle carceri femminili, in base alla legge che consente il self-id. Silenzio imbarazzato del giornalismo sportivo mondiale sugli atleti che si dichiarano atlete e sbaragliano le avversarie nelle categorie femminili. Eccetera.

Alberto Contri insegna Comunicazione Sociale allo Iulm di Milano, si occupa da una vita di comunicazione e pubblicità, è stato consigliere della Rai, Ad di Rainet e ha guidato per vent’anni Pubblicità Progresso. Recentemente ha dato alle stampe per La Vela La Sindrome del Criceto e ha fondato i GRU (Gruppi di Resistenza Umana). Lo chiediamo a lui: come mai gli organi di informazione si mostrano meticolosamente attenti agli interessi della minoranza Lgbtq+? (più precisamente, Gbtq: alle L tocca quello che tocca a tutte le donne).

Semplice” risponde. “Perché quella minoranza continua a essere minoranza nel mondo ma non è più così minoranza nelle stanze dei bottoni dei media, così come nei consigli di amministrazione delle grandi aziende e delle multinazionali, negli organismi politici internazionali e ovunque si prendano decisioni significative. Vorrei parlare di lobby ma non posso, ogni volta si solleva un polverone. In ogni modo questi gruppi hanno il potere necessario a bloccare le notizie non gradite o, viceversa, a diffondere quelle che si ritengono utili alla causa, a stabilire quote di assunzione in grandi aziende, a concordare codici di comportamento interni e così via”.

Il direttore di un quotidiano mi ha raccontato che per avere pubblicato una notizia di quelle “sgradite” ha ricevuto la disdetta di contratti pubblicitari da alcuni brand della moda. Gli inserzionisti pubblicitari contano in questo oscuramento mediatico?

Eccome. Il mainstream oggi è assecondare il target (L)gbtq+. E’ l’indicazione alle aziende di Accenture che è una grande società di consulenza e marketing, e di molte altre società di quel tipo. Così Procter & Gamble ha deciso di eliminare dalle confezioni di assorbenti igienici il simbolo di Venere (♀), convenzionalmente usato per indicare il sesso femminile, perché discriminatorio nei confronti delle donne che si identificano come uomini e consumano quel prodotto. C’è stato un mailbombing transattivista in seguito al quale l’azienda ha deciso di adottare il nuovo packaging: «Ci rendiamo conto che non tutti quelli che hanno il ciclo e hanno bisogno di usare un assorbente si identificano come femmina». All’inizio la parità di genere veniva intesa come parità tra donne e uomini e alle aziende veniva consigliato di mostrarsi sensibili alla questione. Oggi invece il concetto di parità e inclusività è stato esteso a tutto il calderone di quello che viene definito genere e che ha visto deflagrare il binarismo donna-uomo in 53 identità diverse, se non ho contato male. Un’unica pappa indifferenziata in cui in realtà l’identità sparisce. Tutte le differenze vanno valorizzate e rispettate, ma in questo modo si arriva al risultato opposto, la sparizione dell’identità in una specie di Babele”. 

Ma il target queer è numericamente minoritario, mentre le donne sono la maggioranza del genere umano. Qual è la convenienza delle aziende in questo investimento?

“Con straordinaria abilità è stata imposta l’idea che il vero trend è quello, mentre le donne sono un target ormai “vecchio” che non vale più la pena di perseguire. Di più: se provi a problematizzare e a metterti di traverso ti viene detto che sei omofobo, e il discorso si chiude lì. Questo produce conformismo e paura: i miei studenti pensano che difendere questo stato di cose equivalga a essere democratici e progressisti. La political correctness ci ha portato a questo risultato, la paura di dire quello che pensi davvero. Un clima di terrore che ormai, con un po’ di ritardo, è arrivato anche in Italia. Ma è una situazione è destinata a finire: nel mio libro riporto il parere di Giuseppe Minoia, presidente onorario di GFk-Eurisko, uno dei ricercatori sociali più autorevoli del Paese”.

Che cosa dice?

L’obiettivo mediatico” spiega “non è quello del rispecchiamento della realtà, ma sempre più del mettere sotto una lente di ingrandimento i segnali deboli per stupire, meravigliare, essere i primi a raccontare comportamenti e atteggiamenti inediti… Ma i media non sono solo storyteller, sono opinion maker, sono influencer, sono mezzi in grado di trasformare un segnale debole in segnale forte… Esiste la convinzione che ‘si vende’ di più e meglio ciò che è inedito, inesplorato, fuori dai canoni, sorprendente e shocking. E questa convinzione sta influenzando i prodotti, la comunicazione, la società, la politica, le idee, in tutti gli ambiti vitali… Questo non ha nulla a che fare con la difesa dei sacrosanti diritti delle minoranze… Ci si chiede perché partiti/movimenti cosiddetti sovranisti stiano ottenendo così larghi consensi: forse perché partiti/movimenti di segno opposto si sono troppo identificati nei segnali deboli della società, ingranditi dalle lenti mediatiche per fini commerciali… Io consiglio loro di tornare a porre attenzione al mainstream”.

E infatti nei media britannici e americani il muro del silenzio comincia a dare segni di cedimento, la controtendenza inizia a manifestarsi. Per finire: in Italia non abbiamo una grande tradizione di mobilitazione dei consumatori, ma credi che potrebbe essere utile che le donne si muovano anche in questa direzione, per esempio indicando le aziende e i prodotti women friendly?

Soprattutto boicottando, e facendosi sentire con mailbombing e altre iniziative di protesta contro le aziende e i media misogini, compresa la tv”.

So di grandi giornali che esitano a pubblicare notizie trans-critiche perché immediatamente vengono assaliti da squadre di mailbomber organizzati, e i direttori non vogliono rogne…

Ti assicuro che se un’azienda o un giornale riceve anche solo 100 email di protesta suona l’allarme generale. Non si deve sottovalutare la forza di questi strumenti. Vero che in Italia l’onda di piena sta arrivando solo ora, ma il cosiddetto peak trans ormai è alle spalle. Si deve avere fiducia”.  

Marina Terragni 29 marzo 2021

Why media, corporations, and advertising support Gender Ideology

With rare exceptions, the media regularly fails to report anything that doesn’t portray gender ideology and transhumanism in a good light.

For example, there is almost complete global silence on the Keira Bell ruling in the UK, which denied that children under the age of 16 could consent to taking puberty blockers.  At almost the very same time of the Bell victory, the  international media instead chose to celebrate the gender transition of Hollywood star Ellen-Elliot Page. It was a hard struggle to get the news out about the babies born from surrogate wombs and stored like merchandise in hotels in Kiev, there was a near total blackout by the Canadian media about the male convicts who self-id as trans being transferred to women’s prisons, and an embarrassed silence in world of sports journalism regarding male athletes who claim to be female and outperform their opponents in the women’s categories. And so on.

Alberto Contri teaches Social Communication at IULM in Milan, and has worked in the field of communication and advertising all his life. He has been a director of RAI, CEO of Rainet and led Pubblicità Progresso (an organization that produces free public service advertising) for twenty years. He has recently published La Sindrome del Criceto (Hamster Syndrome) and founded the GRU (Human Resistance Group). We asked him why the media are meticulously attentive to the interests of the LGBT+ minority (more precisely, GBTQ+: the L’s get the same inadequate consideration as women ever got).

“Simple,” he replies. “Because although that community continues to be a minority of the population, it is no longer a minority in the control rooms of the media, the boards of directors of large companies and multinationals, in international political bodies or wherever significant decisions are made. I would like to talk about lobbies, but I can’t, because it always raises a fuss. In any case, these groups have the necessary power to block unwanted news or, vice versa, to disseminate news that is considered useful to the cause, to establish hiring quotas in large companies, to agree on internal codes of conduct, and so on.”

The editor of a newspaper told me that for publishing one of those ‘unwelcome’ news items, he received the cancellation of advertising contracts from some fashion brands. Do advertisers count in this media blackout?

“Absolutely! Today’s mainstream panders to the (L)GBTQ+ market. It is the directive to companies from Accenture, which is a big consulting and marketing company, and many other companies of that type. So Procter & Gamble decided to remove the Venus symbol (♀, used to indicate the female sex) from the packaging of menstrual products because it displeased female customers who identify as transmen. After a mail campaign led by transactivists, the company decided to adopt the new packaging: ‘We realize that not everyone who has their period and needs to use a tampon identifies as female’. In the beginning, gender equality was understood as equality between women and men, and companies were advised to show sensitivity to the issue. Today, however, the concept of equality and inclusiveness has been extended to the whole cauldron of what is called gender, which has seen the woman-man binary deflagrate into 53 different identities, if I am not mistaken. A single undifferentiated gruel in which identity actually disappears. All differences should be valued and respected, but in this way we arrive at the opposite result, the disappearance of identity in a sort of Babel.”

But the queer target audience is numerically a minority, while women are the majority of humans. How do companies benefit from this investment?

“With extraordinary skill, the idea has been imposed that this is the real trend, while women are an ‘old’ target that is no longer worth pursuing. What’s more, if you cause trouble and stand in the way, you are called transphobic, and that’s it. This produces conformity and fear: my students think that defending this state of affairs is equivalent to being democratic and progressive. Political correctness has brought us to this result, the fear of saying what you really think. A climate of terror that by now, a little late, has also arrived in Italy. But this situation is destined to end: in my book I report the opinion of Giuseppe Minoia, honorary president of GFk-Eurisko, one of the most authoritative social researchers in the country.”

What does he say?

“The media’s objective,” he explains, “is not to mirror reality, but increasingly to put weak signals under a magnifying glass in order to amaze, surprise, and be the first to report new behaviour and attitudes… But the media are not just storytellers, they are opinion makers, they are influencers. They are capable of transforming a weak signal into a strong one… There is a conviction that what is new, unexplored, out of the ordinary, surprising and shocking ‘sells’ more and better. And this conviction is influencing products, communication, society, politics, ideas, in all vital spheres… This has nothing to do with the defence of the sacrosanct rights of minorities… One wonders why so-called nationalist parties/movements are gaining such wide support: perhaps because parties/movements of the opposite side have identified too much with the weak signals of society, magnified by the media lens for commercial purposes… I advise them to pay attention to the mainstream again.”

And in fact, in the British and American media, the wall of silence is beginning to show signs of breaking, the counter-trend is beginning to manifest itself. To conclude: in Italy we do not have a great tradition of consumer mobilization, but how do you think women could usefully move in this direction too, for example by indicating women-friendly companies and products?

“Above all by boycotting, and making themselves heard with mail campaigns and other protest initiatives against misogynistic companies and media, including TV.”

I know of big newspapers that hesitate to publish gender-critical news because they are immediately attacked by teams of organized activists, and the editors don’t want any trouble…

“I assure you that if a company or a newspaper receives even just 100 protest emails, the general alarm sounds. The power of these tools should not be underestimated. It is true that in Italy the flood wave is only now arriving, but the so-called peak trans is now behind us. We must have confidence.”

Marina Terragni, March, 29th 2021

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