Orgogliosamente lesbica, non vado più al Pride<br /><span class='post-summary'>Saggista e femminista radicale di colore e fondatrice del blog Sister Outrider, Claire Heuchan attacca la misoginia del mondo Lgbt, la pornografizzazione e il merchandising arcobaleno</span>

Orgogliosamente lesbica, non vado più al Pride
Saggista e femminista radicale di colore e fondatrice del blog Sister Outrider, Claire Heuchan attacca la misoginia del mondo Lgbt, la pornografizzazione e il merchandising arcobaleno

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di Claire Heuchan

Ricordo ancora il mio primo Pride, quasi una vita e mezza fa. Avevo quindici anni e stavo trascorrendo una giornata a Glasgow con mia madre quando vedemmo la parata partire da Queen Street. Negli anni trascorsi da allora ad oggi, mi sono spesso domandata se la scelta di quella via come punto di partenza fosse intenzionale oppure no. Ma all’epoca non avevo abbastanza familiarità con la cultura gay, o con la rivendicazione ironica degli insulti per metterla seriamente in discussione. Inoltre, le piume sgargianti e l’ostentazione erano così lontane da ciò che avevo visto nella mia vita che richiedevano tutta la mia attenzione.

Mia madre sembrava abbastanza entusiasta di assistere alla parata. Lei è lesbica mentre io, all’epoca, mi consideravo ancora bisessuale. Stavamo insieme sul margine della strada a guardare la parata. Ricordo di essere rimasta incantata da un carro che aveva uno striscione sulla paternità gay e sul quale una dozzina di uomini gay mandavano baci alla folla. Fu una delle poche occasioni nella mia adolescenza in cui l’attenzione di uomini adulti sconosciuti non mi diede fastidio.

Ma la situazione divenne un po’ più imbarazzante quando un gruppo di uomini iniziò a duellare con dei peni gonfiabili giganti. Assistere a qualsiasi cosa che abbia un che di vagamente sessuale a fianco dei tuoi genitori è sempre estremamente imbarazzante. Oggi mi sembra così banale se paragonato agli accessori fetish che la cultura del porno ha inserito nel mainstream. Se ci fosse stato un evidente BDSM in mostra, come alcune immagini che vedo circolare su Twitter ogni stagione dei Pride, sono certa che che mia madre avrebbe chiesto di andarsene. E io sarei stata assolutamente d’accordo.

A quei tempi, sarebbe stato impensabile per me – in quanto donna adulta che ha la libertà di poter partecipare al Pride ogni anno – scegliere di non partecipare. Eppure sono anni che non vado al Pride. E non sono l’unica. Un recente sondaggio ha scoperto che il 53% delle donne lesbiche e bisessuali non si sente a proprio agio al Pride. Meno della metà delle donne intervistate ha affermato di voler partecipare al Pride, sebbene la stragrande maggioranza di loro viva in paesi o città in cui il Pride viene organizzato regolarmente.

Qualcosa è chiaramente andato per il verso sbagliato nella comunità LGBT se la maggior parte delle donne si sente estraniata dal Pride. E nonostante io ricordi con affetto il mio primo Pride, mi rendo conto solo ora di quante poche donne fossero presenti nella marcia. L’unico gruppo tutto femminile che vidi quel giorno furono le SheBoom, il più grande gruppo femminile Europeo di percussioniste. Per il resto, gli uomini dominavano la parata. Il sessismo ha danneggiato la nostra comunità da quando si è formata, danneggiando gruppi pionieristici come il Gay Liberation Front. E finché non si affronterà il problema della misoginia presente all’interno degli spazi LGBT, non cambierà nulla.

Il Pride è nato come un atto di protesta. Era un modo per commemorare l’insurrezione di Stonewall, che fu innescata da una donna lesbica birazziale che si batteva contro le violenze e le brutalità della polizia. Il suo nome era Stormé DeLarverie. Nonostante il nome di Stormé sia stato quasi cancellato dalla storia LGBT – accantonato a vantaggio degli uomini suoi contemporanei – non ci sarebbe nessun Pride senza il suo coraggio. Mi chiedo spesso cosa ne penserebbe Stormé degli agenti di polizia in uniforme che si uniscono alla marcia, del merchandising arcobaleno prodotto dalle corporazioni o della sponsorizzazione del Pride da parte dei colossi bancari internazionali.

Il capitalismo arcobaleno ha poco da offrire a una donna lesbica, la quale in media ha più probabilità di vivere in povertà rispetto ad una donna etero o ad un uomo gay. Eppure ad ogni occasione possibile ci vengono propinate menzogne da vari brand desiderosi di fare soldi con i diritti dei gay, riducendo la politica di liberazione ad una tendenza di marketing. Questo cinismo e bramosia di certe corporazioni, uniti alla misoginia sempre più diffusa negli spazi LGBT, spingono le donne ad abbandonare il Pride.

Questi valori non mi rappresentano in alcun modo come lesbica. Quando penso a che cos’è che mi rende veramente orgogliosa di essere lesbica, realizzo che sono le donne che formano la comunità lesbica, con pochissima ricompensa o riconoscimento. Sono orgogliosa di appartenere ad un gruppo di donne così eccezionali. Sono orgogliosa che le donne lesbiche più grandi di me nella mia vita abbiano visto in me qualcosa che meritasse di essere coltivato. E sono orgogliosa di poter fare lo stesso per le donne lesbiche più giovani presenti nella mia vita. Ma non mi sento per niente orgogliosa di un movimento che ripetutamente volta le spalle alle lesbiche.

Quando gruppi come la Lesbian Rights Alliance sfidano Stonewall, o Get the L Out, protestano contro il Pride, vengono denigrati e condannati. Ma è più facile mettere alla gogna le organizzazioni lesbiche che chiedersi anzitutto che cosa ha spinto le donne a formare quei gruppi di rottura. Poiché siamo condizionati ad aspettarci che le donne sottomettano ai nostri bisogni e che si facciano carico della maggior parte del lavoro di cura, le persone possono nutrire un’antipatia istintiva nei confronti delle donne che si concentrano su sè stesse e sulle altre donne: il separatismo lesbico è sempre stato visto attraverso la lente del sospetto. E questa misoginia non fa che allargare il divario che minaccia di frammentare la comunità LGBT.

Link originale dell’articolo qui, traduzione di Angela Tacchini

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