Luna e la “madre” acquirente che non l’ha voluta<br /><span class='post-summary'>Tra la donna "committente" e la bambina nata da utero in affitto non è scattato l'attaccamento. Per rivalità "invidiosa" verso la madre che l'ha messa al mondo. E perché se un un bambino lo compri come una cosa, lo puoi sempre scartare. Il caso è solo la punta dell'iceberg delle complesse dinamiche relazionali che scattano quando ricorri a questa pratica. E sono sempre i bambini a pagare il prezzo più alto </span>

Luna e la “madre” acquirente che non l’ha voluta
Tra la donna "committente" e la bambina nata da utero in affitto non è scattato l'attaccamento. Per rivalità "invidiosa" verso la madre che l'ha messa al mondo. E perché se un un bambino lo compri come una cosa, lo puoi sempre scartare. Il caso è solo la punta dell'iceberg delle complesse dinamiche relazionali che scattano quando ricorri a questa pratica. E sono sempre i bambini a pagare il prezzo più alto

Condividi Articolo:

Luna, nata da utero in affitto, è una bambina perfettamente sana.

I ripensamenti dei “genitori intenzionali” (così vengono denominati normalmente i committenti) in genere capitano quando la bambina-o nasce con qualche handicap. Qualche anno fa il celebre caso di Gammy, affetto da sindrome di Down e da una malformazione cardiaca, nato da “madre surrogata” thailandese. I committenti australiani hanno ritirato solo il “prodotto perfetto”, una gemella sana, scartando il fratellino difettoso. Nonostante le difficoltà economiche (diversamente non si sarebbe prestata alla pratica) e pur avendo due figli suoi, Pattharamon Janbua, “madre surrogata”, ha tenuto Gammy con sé.

Al quarto mese di gravidanza i commitenti le avevano chiesto di abortire (in gergo surrogacy: riduzione embrionale) dopo aver scoperto che uno dei due feti era portatore di Trisomia 21. Janbua, buddista, si era rifiutata per motivi religiosi.

Il piccolo Gammy, rifiutato dai committenti perché Down, accolto dalla sua mamma “surrogata”

Quando fai mercato di un essere umano, quell’essere perde almeno in parte il suo statuto per diventare una sorta di chimera tra un umano e un oggetto inanimato. Il che rende più semplice “rescindere” il contratto se il prodotto non è perfetto, come per qualunque transazione di mercato. C’è per esempio un’agenzia con sede legale in Spagna e cliniche in Ucraina che nel suo contratto de luxe prevede la possibilità di un “bambino nuovo” senza ulteriori spese nel caso il “bambino vecchio” morisse nel primo anno di vita. Come una lavatrice in garanzia, per farla breve.

Nel caso di Luna la dinamica è stata più complessa. Nata da ovocita donato e dal seme del “padre intenzionale”, come molto spesso in caso di Gpa con committenti eterosessuali, è stata rifiutata dalla moglie dell’uomo che con la bambina non aveva nessun legame genetico né epigenetico (gravidanza). L’attaccamento, dunque, non è scattato. Fatto che può dolorosamente capitare anche nel caso di una madre naturale umana o di altre specie, per ragioni in parte imperscutabili. Dinamica che però, nel caso di una “madre intenzionale” è complicata da altri fattori: 1. la mancanza di un legame biologico con la creatura, oltre al fatto di non avere condotto la gravidanza 2. una rivalità “invidiosa” nei confronti della donna che ha partorito una figlia biologica del marito, quando lei non è stata in grado di farlo 3. il piano commerciale su cui si è svolta la vicenda, che rendendo “merce” la bambina autorizza a pensarla e trattarla come una cosa senza particolari remore.

Il caso clamoroso di Luna è verosimilmente solo la punta visibile dell’iceberg di complesse dinamiche relazionali che scattano quando si compra un figlio da una donna in stato di bisogno.

Come è scritto in una bella sentenza della Corte Costituzionale che ribadisce il divieto, l’utero in affitto “pregiudica gravemente le relazioni umane”.

E il prezzo vero lo pagano i bambini.

Marina Terragni

Condividi Articolo:

Lascia un commento