Liberare energie femminili: ecco come funziona il modello francese di cura
Danielle Sassoon, En nettoyant la cuisine, 2005

Liberare energie femminili: ecco come funziona il modello francese di cura

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Tra le molte proposte che gruppi e associazioni di donne, come quelli che si riuniscono in Half of it, stanno portando all’attenzione del futuro governo e sul tavolo del Recovery Plan c’è anche una riforma del welfare e dei servizi in sostegno all’occupazione femminile -e conseguentemente alla natalità-. Linda Laura Sabbadini fa spesso riferimento al cosiddetto modello francese. Vediamo qui nel dettaglio in che cosa consiste

(quello che segue è pari pari un mio intervento in Direzione Nazionale Pd nel 2014: inutile dirlo, perfettamente ignorato. Forse qualche dato andrebbe aggiornato, ma la sostanza non cambia. L’impianto del modello francese è quello che vedrete).

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Molti dei problemi del nostro Paese derivano dal fatto di continuare a tenere ai margini dello spazio pubblico la relazione e la cura dell’altro, confinandole nel cosiddetto privato.

Oggi la necessità di cura è cresciuta in modo esponenziale, è a pieno titolo un problema economico e politico centrale. Si tratta di una domanda destinata a crescere ancora in relazione all’allungamento della vita media, alla diminuzione delle nascite e all’invecchiamento della popolazione, all’ingresso delle donne nel mondo del lavoro produttivo. Ma il rischio è che cresca in nero, nel sommerso. Nel cosiddetto modello mediterraneo (Spagna, Portogallo, Grecia e Italia) gli stati delegano moltissimo alle donne. In questi Paesi l’occupazione femminile non cresce e la natalità nemmeno. Si crea cioè una paralisi di sistema. Si dovrebbe ragionare su quanto questi modelli di welfare contribuiscono al rischio default in questi Paesi.

L’allungamento della vita media, con relativo aumento di malattie degenerative e della non-autosufficienza, comporta che al carico si aggiunga sempre più la gestione degli anziani, che peraltro restituiscono finché sono validi: in Italia i nonni coinvolti nella cura dei nipoti sono il 54 per cento, in Francia il 4 per cento. Ma da soli in famiglia non ce la si fa. E infatti due milioni e 600 mila famiglie devono ricorrere a un aiuto domestico o di cura, per almeno la metà in nero, e con una spesa che incide in media per il 30 per cento sul reddito familiare: c’è gente che si indebita per sostenerla. In un work-paper di tre anni fa la Banca d’Italia ha definito il nostro sistema del colf-badantato come iniquo e insostenibile.

Vediamo come vanno le cose altrove. In Germania gli investimenti sul welfare sono cospicui e destinati alla famiglia, eppure paradossalmente la natalità non cresce. Nel modello francese, che persegue invece il benessere della persona, la natalità ha fatto un balzo. Di più: in Germania siamo addirittura all’esportazione disumana degli anziani poveri e alla delocalizzazione della cura verso Paesi, come la Polonia, Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca, in cui la loro gestione costa meno. Quindi destinare gli investimenti alla famiglia non fa il bene delle famiglie. La verità è che quando si investe sulla famiglia, la donna non viene liberata dal più del lavoro di cura, e quindi non lavora fuori casa, e quindi non fa più figli, mentre l’investimento sulla persona dà ben altri frutti. E infatti il modello francese dei servizi alla persona ha prodotto un aumento di natalità fino al 2 per cento, ed è stato definito dall’UE il modello d’eccellenza a cui fare riferimento.

Si tratta di una vera e propria riconcettualizzazione della questione, che ha permesso di convertire in vantaggio economico il costo a carico dello Stato. Il lavoro di cura diventa cioè un bene economico e non un peso economico. La competenza in Francia è affidata allo Stato centrale: quindi sono stati unificati in un unico ente i centri di spesa per i servizi sociali, con miglioramento organizzativo e riduzione dei costi oltre il 50 per cento. Da noi invece la competenza è di INPS, Regioni e Comuni: il titolo V ha poi fortemente frammentato la realtà italiana creando grandi disuguaglianze tra le regioni e anche infra-regionali. Inoltre in Francia la gestione di sanità e servizi sociali è stata scorporata.

L’altro passo è stata la definizione di diritti universali della persona e l’uguaglianza di servizi. Si è provveduto alla loro copertura economica con misure fiscali da cui traggono beneficio tutti gli attori in campo, in una logica win-win. Si produce infatti un beneficio per lo Stato che con l’emersione del 70 per cento del nero gode di maggiori introiti fiscali e previdenziali; c’è un beneficio per il mercato, con la creazione di occupazione, +500 mila posti di lavoro e 2 mila nuove imprese di servizi in 3 anni; c’è un beneficio per i lavoratori che hanno maggiori tutele; c’è un beneficio per i cittadini perché hanno la garanzia di servizi essenziali.

Nel modello francese i progetti a sostegno della persona sono individuali ed erogati sulle sue effettive necessità e non “a pioggia”, il che porta a un’ulteriore riduzione dei costi. Anche le donne che non lavorano fuori casa hanno tutele e contributi a sostegno della maternità, intesa come valore sociale e non lusso privato. Per le famiglie esiste un credito d’imposta, cioè una riduzione delle imposte nei limiti di un plafond annuale di 12.000 euro per la coppia (13.500 per famiglie con un minore a carico, 15.000 con più minori, 20.000 per persone non autosufficienti). Sotto di una soglia di reddito fisso (€ 670 mensili circa) i destinatari non contribuiscono al finanziamento del pacchetto di cure. Per tutti gli altri è stato introdotto un “ticket modérateur”, calcolato sulla base del reddito del beneficiario + quello del coniuge o convivente. Se il reddito mensile è compreso tra € 670 e € 2.750 la partecipazione alla spesa è calcolata in una forma progressiva. Quando il reddito mensile è superiore a 2.750€ si deve versare un contributo pari al 90%.

Per le imprese che offrono benefits ai dipendenti c’è un credito d’imposta sugli utili pari al 25% degli aiuti versati (entro un limite annuale di 500.000 euro). Il modello francese andrebbe ovviamente rimodulato sulla peculiarità della nostra struttura produttiva che vede una prevalenza delle pmi. Lo strumento più significativo di questo sistema è il cheque emploi service universel (CESU), assegni nominali che i cittadini ritirano presso istituti di credito autorizzati. Il Cesu è finanziato da una pluralità di attori (imprese, casse mutue o previdenziali, organismi sociali, collettività territoriali). Il sistema è premiante a crescere, con benefici che aumentano progressivamente. Un’altra caratteristica del sistema francese è quella di garantire la massima libertà di scelta delle persone nell’ambito di una pluralità di servizi offerti dal mercato. Questo è molto importante anche per noi, perché il lavoro flessibile e intermittente rende molto flessibile e variegata anche la richiesta di servizi.

I cittadini francesi come spendono il loro cheque? O assumendo direttamente il lavoratore, o ricorrendo a un’agenzia accreditata che svolgerà la funzione di datore di lavoro, o rivolgendosi a strutture d’intermediazione che si occupano della selezione e della gestione amministrativa del lavoratore. I servizi alla persona, con più di 2 milioni di addetti, costituiscono il settore dell’economia francese che ha conosciuto la crescita maggiore negli ultimi 15 anni. L’Ue europea ha valutato che la riorganizzazione e la valorizzazione del settore dei servizi alla persona potrebbero creare 7 milioni e mezzo di nuovi posti di lavoro. Anche da noi questo settore è in fortissima crescita, ma l’aumento della domanda e la maggiore difficoltà delle famiglie stanno comportando un aumento del lavoro nero, nonostante le pesanti sanzioni previste dalla legge.

Oggi all’interno delle famiglie italiane vengono erogate prevalentemente dalle donne 3 miliardi di ore annue di lavoro di cura gratuito. Metterne una parte sul mercato risulterebbe un vantaggio economico e sociale per tutti. Emersione dal nero significa anche maggiori garanzie sulla qualità dei servizi. I servizi alla persona calibrati sulle necessità terrebbero conto anche di una vocazione molto italiana a non ricoverare i propri familiari bisognosi di cure, caratteristica di cui si deve tenere conto: solo il 7 per cento degli italiani ricovererebbe il proprio anziano genitore, i più auspicano un’assistenza domiciliare adeguata. Un’offerta flessibile e personalizzata verrebbe incontro a questi desideri.

Sarebbe necessaria un’attenta valutazione sull’opportunità di separare tra previdenza ed assistenza della gestione INPS, con una ridefinizione di che cosa è previdenza e cosa è assistenza. Questo consentirebbe una precisa valutazione economica. La prospettiva con i buoni-lavoro sarebbe in ogni caso quella di convertire il ruolo dell’attore pubblico da erogatore monopolista dei servizi a programmatore e controllore della qualità degli interventi resi da una pluralità di soggetti pubblici e privati.

Infine, le condizioni perché il voucher-servizi tipo Cesu possa funzionare • il costo a carico della famiglia nel mercato regolare deve essere conveniente rispetto a quello del mercato irregolare • le imprese e gli enti devono avere una convenienza, non solo fiscale, a cofinanziare il voucher per offrire la conciliazione ai propri dipendenti; la convenienza sarebbe nella maggiore soddisfazione del lavoratore e quindi una maggiore produttività. Inoltre il voucher, non essendo parte della retribuzione, non è sottoposto a contribuzione previdenziale • I prestatori dei servizi alla persona (lavoratori, imprese di servizi, cooperative sociali e soggetti del terzo settore) devono beneficiare di riduzioni dell’IVA e di sgravi contributivi e fiscali.

Anche le banche e le assicurazioni possono prevedere, come strumento promozionale, di erogare i voucher a favore dei propri clienti. È necessario inoltre che le detrazioni d’imposta siano ammissibili, anche se modulate, fino a livelli alti di reddito familiare, coinvolgendo con le riduzioni fiscali gran parte delle famiglie e non solo quelle con bassi redditi (in Francia 3 famiglie su 4 usano il sistema dei voucher). I voucher non sono cedibili e possono essere utilizzati solo dal titolare. Se non sono effettivamente utilizzati vengono rimborsati agli enti che li hanno acquistati, e questo comporta un ulteriore risparmio per il pubblico.

Il progetto francese è in itinere, e viene costantemente adeguato con verifiche successive. Tra le verifiche, anche quelle che riguardano la riqualificazione professionale dei lavoratori.

Marina Terragni

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