Le femministe bianche privilegiate che accusano di violenza maschi poveri e marginali
Grooming gang in Gran Bretagna

Le femministe bianche privilegiate che accusano di violenza maschi poveri e marginali

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E’ uno dei cavalli di battaglia del cosiddetto femminismo intersezionale: le donne bianche e privilegiate che accusano di violenza sessuale uomini poveri, preferibilmente neri e migranti, e chiedono che vengano perseguiti penalmente senza tenere conto della loro situazione di disagio sociale, economico e culturale. Queste donne, è l’accusa, sono razziste (un dibattito che in Europa si era aperto dopo l’episodio degli stupri di Colonia la notte di San Silvestro 2015, decine di ragazze tedesche molestate e violentate da giovani migranti di origine nordafricana). I gender studies nelle università promuovono sempre più frequentemente questa visione: “lacrime bianche” contro “poveri neri”. Le donne, i loro corpi, devono sempre stare in fondo alla coda, all’ultimo posto. E anche le loro lotte devono sempre essere al servizio della causa di qualcun altro, preferibilmente maschio.

Che fine ha fatto il femminismo nelle università? Gli Women Studies che sono cominciati come risorsa per le donne della classe lavoratrice ed emarginata negli anni ’90 sono stati colonizzati dall’élite postmodernista e trasformati in qualcosa di irriconoscibile.

Un articolo in una rivista peer-reviewed intitolato ‘White tears, white rage: Victimhood and (as) violence in mainstream femminism(Lacrime bianche, rabbia bianca: vittimismo e cosiddetta violenza nel femminismo mainstream) di Alison Phipps, docente di studi di genere alla Sussex University, è un esempio scioccante di come gli studi di genere sono diventati qualcosa contro le donne. Questa corrente di pensiero che promuove l’idea che le donne trans sono donne, che il lavoro sessuale è un lavoro e lo strip tease è potere ha condotto un certo numero di accademiche a un’aperta ostilità nei riguardi delle femministe che fanno campagna contro la violenza maschile.

Nel suo libro più recente Phipps ha affermato che le donne bianche privilegiate” trasformano in arma il loro trauma da violenza maschile al fine di “eliminare” gli uomini cattivi dalle istituzioni, senza preoccuparsi di dove andranno a finire. Nel suo articolo continua in modo offensivo: “Le femministe bianche e della classe media hanno chiesto più polizia, più condanne e pene più lunghe – e quando qualcosa va storto nei nostri luoghi di lavoro si chiede al direttore di risolverlo “. 

Chiedi al managerè un derivato dell’insulto Karen” (Karen è il nick con cui vengono sprezzantemente chiamate le signore benestanti dell’upper class americana, quelle che non hanno problemi di sopravvivenza e non hanno idea della vita reale, ndt) e profondamente sessista. E ancora: “…questo articolo sostiene che il potere culturale del femminismo bianco tradizionale deriva in parte dal potere culturale delle lacrime bianche“.

E dov’era il potere culturale delle vittime delle grooming gang (bande di molestatori e violenti) e dei milioni di donne (di tutte le razze) in tutto il mondo uccise dagli uomini solo perché donne?

Phipps definisce femminismo forcaiolo la campagna femminista per porre fine alla violenza contro le donne. Sostiene che quelle fra noi che vogliono che gli uomini violenti vengano perseguiti penalmente non si preoccupano del fatto che un certo numero di uomini afroamericani siano in prigione in conseguenza del razzismo interno del sistema di giustizia penale. Quindi le femministe come me sono razziste per aver sostenuto che uomini pericolosi come John Worboys (sex-offender seriale britannico, ndt) dovrebbero essere perseguiti.

Ciò di cui gli accademici d’élite come Phipps sembrano preoccuparsi di meno è il fatto che la stragrande maggioranza delle donne nelle carceri femminili sono state vittime di forme di violenza sessuale e di altre violenze maschili di cui raramente si tiene conto.

Tutte le donne, comprese le donne bianche, ricche e privilegiate, hanno bisogno del femminismo, perché abbiamo tutte una cosa in comune: la minaccia e la realtà della violenza maschile. L’accusa che quando subiamo abusi maschili piangiamo secchiate di “lacrime bianche” che danneggiano le persone di colore è un insulto oltraggioso e pericoloso.

Uno dei miei primi mestieri dopo essere uscita di casa è stato pulire in un pub dove il padrone e suo figlio mi molestavano sessualmente ogni giorno, fino a un tentativo di violenza. Ho scelto di non “chiamare il direttore”, cioè di non fare rapporto alla polizia, perché avevo paura delle conseguenze. Uno di quegli uomini ha violentato un’altra donna solo pochi mesi dopo. Era il 1979. Più di 40 anni dopo le donne in posizioni di potere all’interno dell’accademia sembrano essere più interessate a puntare il dito contro le attiviste femministe piuttosto che contro gli uomini violenti“.

Julie Bindel (l’articolo originale qui)

traduzione di Marina Terragni

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