La copertina dell’Espresso è perfetta<br /><span class='post-summary'>La cover dell'Espresso è buon giornalismo, perché chiarisce in modo definitivo che il vero obiettivo della legge Zan è l'identità di genere, verso la libera autocertificazione o self-id. Le cittadine e i cittadini hanno diritto di saperlo. E di discuterne per il tempo che serve</span>

La copertina dell’Espresso è perfetta
La cover dell'Espresso è buon giornalismo, perché chiarisce in modo definitivo che il vero obiettivo della legge Zan è l'identità di genere, verso la libera autocertificazione o self-id. Le cittadine e i cittadini hanno diritto di saperlo. E di discuterne per il tempo che serve

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La copertina dell’Espresso è perfetta perché informa in modo eccellente sul ddl Zan, più di molti editoriali, trasmissioni tv e Zoom meeting, centrando perfettamente l’obiettivo: una donna incinta -solo le donne restano incinte- che si identifica come uomo, si è sottoposta a doppia mastectomia -cicatrici evidenti- e assume testosterone -barba e peluria-. Quella donna esigerà di essere definito “uomo che partorisce”, accuserà di misgendering e di transfobia chiunque dica, eventualmente a rischio di essere perseguito (è già capitato in giro per il mondo) che solo le donne partoriscono. Basta semplicemente dire che le donne hanno la vagina per passare un guaio: qui l’ultimo episodio.

La cover dell’Espresso è perfetta perché illustra il vero core del ddl Zan, l’identità di genere: non due ragazzi per mano o due donne che si baciano, ma un “uomo trans” che a quanto sembra non potrà più allattare, ma potrà partorire perché ha conservato intatti i suoi organi riproduttivi di donna. Forse, se posso, anziché un disegno avrei scelto una fotografia, ma il pudore è comprensibile.

Giusto una settimana fa a Milano dal palco della manifestazione pro-ddl Zan Marilena Grassadonia, leader di Famiglie Arcobaleno nonché responsabile diritti di Sinistra Italiana, ha chiarito che la legge Zan è solo l’inizio del percorso per arrivare alla riforma della legge 164/82 (ovvero la libera autocertificazione di genere, la piattaforma di legge è già pronta) e il libero accesso a utero in affitto (vedere qui). Nessuno l’ha smentita, a cominciare dallo stesso Zan. Del resto ci si sta provando in tutto il mondo, Europa compresa: in Spagna, dove infuria il dibattito sulla Ley Trans, in Germania, dove il 19 maggio il Bundestag discuterà una proposta di legge sul self-id. Con una significativa differenza: altrove l’obiettivo è esplicito, qui si fa di tutto per non discuterne apertamente. Per questo la cover dell’Espresso è un ottimo passo avanti.

La cover è giornalisticamente perfetta anche per un’altra ragione: dà un’informazione corretta sulle transizioni. Sceglie infatti un trans FtM, da donna a uomo, oggi il 75-80% delle transizioni tra i minori: si tratta di bambine e ragazze che cercano di sfuggire all’apparente miseria di essere donna in un mondo di maschi oppressori (“fuggire dalla casa in fiamme”) “identificandosi” con l’oppressore: è la tappa estrema, l’ultima e definitiva, dell’emancipazionismo (vedere qui). Anche la chirurgizzazione riguarda soprattutto ragazze: in 9 casi su 10 i trans MtF, da uomo a donna, conservano il loro corpo e i loro genitali intatti, mentre quasi sempre le ragazze FtM si fanno mastectomizzare e assumono ormoni.

Un paio di settimane fa abbiamo pubblicato su La Stampa un sondaggio realizzato in crowdfunding che puntava l’obiettivo sull’identità di genere (vedere qui) che ha registrato la contrarietà della maggioranza di cittadine e cittadini. Che cosa c’entra il ddl Zan, ci è stato contestato, con l’autocertificazione di genere? La cover dell’Espresso lo chiarisce definitivamente: l’identità di genere, come abbiamo sempre detto, è l’architrave della legge, il punto irrinunciabile insieme alla giornata di celebrazione contro l’omobitransfobia nelle scuole di ogni ordine e grado (senza necessità di consenso da parte dei singoli genitori) e alla formaziome Lgbtq.

In quei corsi si parlerà ben poco di amore omosessuale. Non si proietteranno film sull’amore tra donne e tra uomini -come gli splendidi Ritratto della giovane in fiamme o Moonlight-. Si parlerà soprattutto di identità di genere: anzi, se ne parla già. Si parlerà di carriera alias e varianza di genere (ovvero della possibilità di essere chiamati con il nome del genere prescelto e non quello anagrafico): anzi, se ne parla e si fa già da tempo, si vedano ad esempio le linee guida scuola “per bambini e adolescenti con varianza di genere” elaborate da Regione Lazio. Ai più piccoli, come in Canada, forse si presenterà Gegi (vedere qui) il magico unicorno che li accompagnerà a scoprire la loro gender identity e gender expression (slogan: non dirlo a mamma e papà, dillo a Gegi).

Si parlerà di utero in affitto, che è pur sempre un gran bel business da promuovere insieme al mercato della chirurgia e degli ormoni. Anzi, se ne sta già parlando molto nelle scuole italiane con grand tour dedicati. Quindi: benissimo la cover dell’Espresso, che spazza via ogni dubbio. La legge Zan è una della principali vie d’accesso alla civiltà transumana o postumana.

Può essere una cosa bellissima, oppure no. Quel che è certo, se ne deve discutere, a lungo e approfonditamente, non può essere la frettolosa decisione di pochi imposta alla maggioranza degli inconsapevoli. In Gran Bretagna dove se ne è parlato tanto, la stragrande maggioranza dei cittadine e i cittadini hanno detto no al self-id (94 per cento di contrari, secondo il sondaggio di The Times) e la formazione Lgbtq nelle scuole non si fa più. In Svezia, dopo avere avviato alla transizione migliaia di bambine e bambini poche settimane fa hanno deciso di vietare i puberty blocker.

Bene quindi la cover dell’Espresso che contribuisce alla chiarezza.

Marina Terragni

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Questo articolo ha un commento

  1. Eliana

    La copertina dell’Espresso lancia un sasso ma non mantiene quel che sembra promettere. Questo non e’ buon giornalismo. All’interno ampie divagazioni e storie personali non approfondiscono il tema dell’identita’ di genere che continua ad aleggiare insieme alla sua contraddizione: inneggiare alla diversita’ ma voler essere chiamati donne

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