Italian Taliban<br /><span class='post-summary'>4 femminicidi in 24 ore: talebani non solo in Afghanistan. In ogni luogo del mondo un sesso opprime l'altro, e la violenza è funzione del dominio. Non pensiamo alle sorelle afghane in termini di "noi" e "loro". La lotta per la libertà delle donne è una sola</span>

Italian Taliban
4 femminicidi in 24 ore: talebani non solo in Afghanistan. In ogni luogo del mondo un sesso opprime l'altro, e la violenza è funzione del dominio. Non pensiamo alle sorelle afghane in termini di "noi" e "loro". La lotta per la libertà delle donne è una sola

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4 femminicidi in 24 ore. 4 donne uccise da uomini loro congiunti -mariti, padri, fidanzati, ex- per il fatto di essere donne. Una madre e una figlia a Carpiano, nel Milanese. Una moglie in provincia di Bologna. Una ragazza ammazzata dall’ex ad Aci Trezza, nel Catanese.

I particolari di cronaca sono inutili se non per confermare, ancora una volta, l’inefficacia delle misure di protezione: gli allontanati non si allontanano, i denunciati a piede libero si inferociscono, gli allarmi lanciati dalle donne non vengono ascoltati.

Ma non serve a nulla frugare nelle esistenze delle vittime e dei loro carnefici alla ricerca dei “motivi del tragico gesto” (ovvero di possibili giustificazioni per l’assassino): era depresso, era pazzo, aveva perso il lavoro, era accecato dalla gelosia. L’esito di queste ricerche può produrre solo titoli orripilanti come questo del Corriere della Sera

Leggi: quell’uomo doveva essere davvero disperato per risolversi a fare fuori “la sua luce, insieme alla madre -che non era brava a tenere la casa- sparandole un colpo in testa. Quando vai in cerca delle “ragioni del tragico gesto” stai cercando appigli per comprendere, trovare una ratio, metterti nei panni dell’assassino, comprenderlo, indurre a compassione nei suoi confronti.

Ma la ratio è sempre una e una sola, inutile mettersi in cerca di altro, a meno che tu non sia determinato a non volerla vedere e a non volerci fare i conti. La ragione è il dominio, il piano della lotta è questo, e solo questo.

Vanessa Zappalà, 26 anni, uccisa ad Aci Trezza dall’ex Tony Sciuto, aveva lasciato l’uomo a causa dei suoi continui maltrattamenti. Lui -in apertura un’immagine tratta dal suo profilo Facebook- l’ha uccisa (e poi si è ucciso) per questo. Pretendeva che rimanesse con lui e si lasciasse maltrattare. Che lo lasciasse essere uomo per come lui intendeva l’essere uomo, per il quale il controllo delle donne è un fatto irrinunciabile, e la perdita del controllo un’onta intollerabile.

La vittima è sempre una donna che scarta, che si sottrae al dominio. Quei delitti sono delitti d’onore. La scena è sempre la stessa, in un loop senza fine. Tutto il resto è solo variabile contorno.

Tony Sciuto, assassino di Vanessa Zappalà

Nella sua ultima versione, diffusa dalla polizia -l’uomo è stato poi trovato impiccato in un casolare non lontano dal luogo del femminicidio- Sciuto somiglia a un talebano: barba lunga, sguardo torvo. Somiglianza molto suggestiva.

I taliban esplicitano ed elevano a sistema politico il controllo delle donne come architrave del loro regime. Nell’Afghanistan talebano il patriarcato si mostra nella sua arcaica purezza e radicalità e non ha bisogno di infingimenti. Quella è la faccia che il regime intende esporre al mondo, questa la sua idea di ordine sociale, baluardo contro il terribile disordine delle Jāhiliyya preislamica.

Ma le logiche -controllo, dominio- sono le stesse che vediamo agire nei femminicidi. Le uccisioni delle donne scoperchiano una pentola che non ha mai smesso di ribollire. La libertà femminile, il desiderio femminile non possono avere campo più di tanto. Ogni due o tre giorni qualcuno strangola una donna, o le pianta un coltello nella pancia o una pallottola in testa per ricordarcelo. Stupri, maltrattamenti, violenze, molestie, ingiustizie, il tentativo di farci scomparire ce lo ricordano quotidianamente, in ogni istante della nostra vita.

Vanessa Zappalà -a sinistra- con le sue amiche

Per questo, quando pensiamo alla terribile condizione delle donne afghane, la logica del “noi” e “loro” rischia di essere infruttuosa. Lottando per la nostra libertà lottiamo anche per la loro. Lottando per la loro libertà difendiamo la nostra.

Kabul, anni Settanta

E’ un errore pensare alle sorelle afghane come del tutto non-libere, e a noi come assolutamente libere.

E’ importante, per essere efficaci, tenere il punto di una comune condizione, dovere fare i conti ogni giorno con un sesso che ne opprime un altro, sia pure con differenti gradi di ferocia.

Marina Terragni

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