HIMPATHY: l’empatia nei confronti degli uomini che uccidono le donne
Danielle Sassoon, "Amène moi"

HIMPATHY: l’empatia nei confronti degli uomini che uccidono le donne

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In questo articolo di Julie Bindel si analizzano i motivi per i quali in ogni caso di femminicidio si va sempre empaticamente in cerca delle “ragioni” che possono in qualche modo giustificare l’assassino (detto ancora meglio: si va in cerca del modo di dargli qualche ragione). Era depresso, disoccupato, angosciato, esaurito, accecato dalla gelosia. Esasperato. Perciò l’ha uccisa. Certo, non avrebbe dovuto farlo: ma ecco perché l’ha fatto.

I media fanno costantemente e metodicamente questo lavoro: cercano le “ragioni”, provano a spiegare, frugano alla ricerca di particolari che possano suscitare empatia in chi legge. Sullo sfondo, l’idea che uccidere una donna per un uomo in fondo sia un fatto “naturale”, anche se oggi perseguito dalla legge. Ebbene, questa ricerca delle “ragioni”, oltre che esercitare un’ulteriore violenza nei confronti della vittima, è un lavoro perfettamente inutile. Perché la “ragione” è sempre e solo una, e si chiama dominio. Gli uomini uccidono le donne quando le donne seguono il filo della propria libertà sottraendosi al loro dominio (in coda all’articolo di Julie Bindel, l’analisi di due tipiche cronache di femminicidio)

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Il caso di Anthony Williams, incarcerato per soli cinque anni per l’omicidio colposo di sua moglie Ruth la settimana scorsa, ha portato parlamentari e attiviste femministe a chiedere un aumento della pena, dicendo che tale clemenza manda agli uomini il messaggio che uccidere la propria moglie non sia un crimine grave. Williams ha dichiarato di non essere pienamente responsabile delle sue azioni nel momento in cui strangolò a morte sua moglie e che la pandemia aveva esacerbato le sue ansia e depressione. Il caso, anche se scioccante, è rappresentativo di un problema molto più grande. Ogni tre giorni in Inghilterra e in Galles una donna viene uccisa da un ex o attuale partner uomo (gli stessi numeri in Italia, ndr). Lo definisco “femminicidio”, un termine coniato dalle femministe negli anni ’70 per descrivere l’uccisione di una donna da parte di un uomo proprio perché donna.

Una ricerca pubblicata la scorsa settimana dal Centre for Women’s Justice, Women who Kill: How the State Criminalises Women We Might Otherwise Be Burying, ha scoperto che mentre centinaia di donne vittime di violenza e abusi sono state uccise dai loro partner, la stragrande maggioranza di quelle poche donne che hanno ucciso uomini è stata spinta a farlo dopo aver subito abusi da parte di questi ultimi. La violenza domestica costa molte vite: tra il 2008 e il 2018, 840 donne sono state uccise da fidanzati o da ex partner. E durante tutta la pandemia i casi di violenza domestica contro le donne, e di conseguenza i femminicidi, sono aumentati.

L’esperta di criminologia e professoressa Jane Monckton-Smith, autrice di In Control: Dangerous Relationships e How They End in Murder, identifica otto stadi distinti che portano all’uccisione delle donne da parte degli uomini, compresi un maggiore uso del controllo e minacce di suicidio se la vittima non fa ciò che le viene ordinato. “Il Covid o lockdown è la causa occasionale degli omicidi” dice Monckton-Smith. “Sta portando alcuni  pericolosi abusanti fuori dall’ombra, e questo è diverso.” Nel 1990 ho co-fondato il gruppo di campagna femminista Justice for Women per fare pressioni a favore delle donne condannate per aver ucciso il loro aggressore, e anche per evidenziare i casi in cui gli uomini si liberano da un’accusa di omicidio sostenendo che la loro vittima li aveva “tormentati” o era stata infedele.

Nelle rare occasioni in cui una donna uccide un uomo violento, le viene chiesto: “Se le violenze erano così gravi, perché non te ne sei andata?” Gli uomini che affermano di aver ucciso le loro mogli perché “assillati” o traditi non ricevono mai simili domande. Perché è cambiato così poco riguardo alle morti causate della violenza domestica nonostante molti decenni di campagne femministe? Mi ricordo il caso del 1991 di Joseph Mcgrail, che ha preso a calci sua moglie a morte perché “tormentato” dal fatto di aver ricevuto una sentena non detentiva.

Un decennio più tardi Les Humes è stato condannato a soli sette anni per l’omicidio colposo di sua moglie. La ragione per cui è “scattato”? Lei aveva intenzione di lasciarlo. Nel suo libro Down Girl: The Logic of Misogyny, Kate Manne introduce il termine himpathy” per descrivere la compassione sproporzionata verso gli uomini che commettono atti di violenza domestica e sessuale contro donne e ragazze. L’himpathy può funzionare in molti modi, per esempio dipingendo gli uomini che uccidono le donne come vittime di una tragedia, il che a sua volta significa incolpare la vittima per quello che le è successo.

Karen Ingala Smith tiene il conto delle vittime di femminicidio dal 2012 ed è fondatrice di Counting Dead Women. Ingala Smith ha scoperto che nel corso di quasi un decennio non c’è stato alcun cambiamento reale nei tassi di uccisione delle donne da parte degli uomini, e non è l’unica cosa che è cambiata poco. “Sentiamo ancora le stesse scusanti” dice Ingala Smith: provocazione da parte della vittima, preoccupazione per la situazione finanziaria, raptus, preoccupazione per il futuro di lei senza di lui, deprivazione della virilità per i successi di lei.” La compassione verso gli uomini che uccidono le donne sta costando vite. Quando Phil Spector – che ha ucciso Lana Clarkson nel 2003 – è morto quest’anno, il titolo di un articolo della BBC lo ha descritto come “un produttore di talento ma imperfetto“. Il “difetto” di Spector era quello di aver ucciso una donna e di possedere una lunga storia di abusi contro il prossimo. Spector aveva precedentemente puntato una pistola contro altre quattro donne per rabbia poiché queste lo avrebbero “respinto”.

Come dimostra la ricerca Women Who Kill, le donne maltrattate come Sally Challen vengono ingiustamente punite e trattate come assassine a sangue freddo mentre gli uomini trovano scuse per i loro atti di rabbia omicida nei confronti delle donne. I tassi di femminicidio dovrebbero indurre un’urgente inchiesta governativa sul sessismo istituzionalizzato che ne è la causa. È giunto il momento di parlare tutti contro la violenza maschile. La vita delle donne dipende da questo.

Julie Bindel (articolo originale qui)

traduzione di Giorgia Garda

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Un’agenzia di stampa racconta un femminicidio-suicidio nella periferia est di Milano. Un uomo di sessantacinque anni accoltella a morte la moglie e poi si uccide. «[…] La malattia» scrive il cronista, «le operazioni al cuore e un forte stato depressivo: U.P., sarto in pensione, era entrato in un tunnel da cui non è più stato in grado di uscire, se non uccidendo la moglie e poi togliendosi la vita.»

Che cosa poteva fare, quel pover’uomo, se non uccidere la moglie? La vittima vera è lui, la morte di lei è una spiacevole ma inevitabile conseguenza. Naturale che le cose vadano così.

Si fruga ossessivamente nella vita del femminicida-suicida di Francavilla – che dopo aver spinto la moglie dalla finestra ha scaraventato la figlia di dieci anni dal cavalcavia dell’autostrada, ne ha impedito per sette ore i soccorsi minacciando di lanciarsi a sua volta e infine si è buttato – per capire se vi fosse qualche ragione per lo sterminio. Come se un femmini- cidio potesse avere qualche ragione plausibile, a parte l’esercizio del dominio.

Era depresso? Aveva problemi sul lavoro? Si drogava? Gli era morta la madre? Stava male? In ogni caso: che cosa poteva fare, se non provare a rimettere insieme i suoi pezzi in un atto di dominio terminale?

Si tratta, ogni volta, dell’idea di poter ritrovare «la propria identità perduta in un atto di estrema supremazia maschile».

Al Corriere della Sera arrivano molte proteste di lettrici per un articolo sul martirio di Pamela Mastropietro (la diciottenne romana il cui corpo fatto a pezzi dal suo assassino Innocent Oseghale venne ritrovato in due valigie)

Si racconta di una delle ultime persone ad avere visto la ragazza viva, un uomo che ha approfittato del suo stato di solitudine e di bisogno, sesso in cambio di cinquanta euro. «E adesso chissà che peso grande ha sul cuore, questo quarantacinquenne con la tuta rossa da meccanico e i sandali da francescano. Malgrado il freddo intenso non porta i calzini»

Lo sguardo è sulla sua solitudine, sul suo cuore afflitto, sul- la modestia della sua condizione – è un meccanico −, sui piedi nudi nei sandali “da francescano. Lo assilla il pensiero che se solo avesse potuto immaginare la fine orribile che attendeva Pamela, di certo lui le avrebbe cambiato il destino. «È atroce, atroce» riesce solo a dire. «Credete forse che non ci pensi? Non bestemmiate, per favore…»

Quindi se avesse saputo che la ragazzina era sola, indifesa, con problemi di tossicodipendenza e ad alto rischio di finire in qualche guaio non ne avrebbe approfittato sessualmente per cinquanta euro.

Ma che la ragazzina fosse sola, indifesa, con problemi di tossicodipendenza e ad alto rischio di finire in qualche guaio era più che evidente, era la precondizione necessaria allo scambio sesso-denaro. Diversamente lei non avrebbe mai accettato di offrirsi in cambio di due spicci.

Quindi è del tutto naturale per un uomo – perfino per un uomo buono e “francescano” – usare per il proprio soddisfacimento sessuale il corpo di una ragazzina sola e bisognosa, oggetto sul mercato a disposizione del miglior offerente o del più prepotente. Un riflesso più forte di tutto: più della pietà, della tenerezza, di ogni sentimento paterno, della semplice solidarietà umana.

Non c’è proprio niente di naturale in tutto questo. Non è affatto naturale che un uomo domini, sfrutti, violenti una donna. Questo è solo il primo mattone della costruzione patriarcale che “avvelena tutta la vita”. Che una donna sia libera: questo sì che è naturale. Che la si lasci libera di mettere al lavoro la sua sapienza originaria, la sua maestria, la sua capacità di governo delle cose – ogni uomo sa benissimo di che cosa sto parlando: ecco cos’è naturale.

(da Marina Terragni, Gli uomini ci rubano tutto, Sonzogno 2016)

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