Ddl Zan: siamo fiere di noi<br /><span class='post-summary'>La proposta di mediazione di Italia Viva chiede di tornare al ddl Scalfarotto e corrisponde alle richieste del femminismo. Dopo un anno di lotte e porte in faccia siamo state finalmente ascoltate e ci ritroviamo al centro del dibattito</span>

Ddl Zan: siamo fiere di noi
La proposta di mediazione di Italia Viva chiede di tornare al ddl Scalfarotto e corrisponde alle richieste del femminismo. Dopo un anno di lotte e porte in faccia siamo state finalmente ascoltate e ci ritroviamo al centro del dibattito

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Italia Viva sta svolgendo un ruolo attivo di mediazione sul ddl Zan e propone che si trovi un accordo su un testo modificato per «riportare il ddl Zan alla definizione contenuta nel ddl Scalfarotto, ovvero aggiungendo le parole ‘o fondati sull’omofobia o sulla transfobia, oltre al tema della disabilità, e rivedendo conseguentemente l’articolato».

In breve, via l’identità di genere e via il sesso -che nel ddl Zan estende la tutela alla misoginia-misandria.

Si chiede inoltre di sopprimere l’articolo 4 -il cosiddetto salva-idee che le idee non le salva per nulla, e anzi consegna ogni legittima opinione all’arbitrio del giudice, unico titolato a decidere se un’espressione del pensiero sia o meno “idonea a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti“.

Infine IV propone la modifica dell’articolo 7 che introduce la celebrazione della giornata Lgbtq nelle scuole e relativa formazione, chiedendo che si aggiunga al testo “nel rispetto della piena autonomia scolastica“.

Le proposte di Italia Viva, presentate in commissione Giustizia del Senato, coincidono sostanzialmente con le richieste di modifica da parte del femminismo: via l’identità di genere, via la misoginia-misandria, libera scelta nelle scuole. Come potete vedere qui, siamo state le prime, il 14 giugno, a indicare come possibile strada di mediazione il ritorno all’originario ddl Scalfarotto, proposta che abbiamo ripreso in questo editoriale del 28 giugno scorso su La Stampa

e che abbiamo rilanciato in un successivo convegno il 1 luglio al Senato.

E’ motivo di grande soddisfazione essere state finalmente ascoltate dopo un anno di porte in faccia da parte dei proponenti, da Zan a Zingaretti e in seguito Letta, e purtroppo anche da parte delle donne Pd, salvo un paio di eccezioni, di Leu e dei 5Stelle che hanno ignorato ogni richiesta di dialogo.

A quanto pare, sia pure a mani nude, abbiamo lavorato bene, siamo riuscite a rompere il silenzio e ad aprire la discussione pubblica, e oggi la nostra proposta è al centro della discussione politica. Non ci resta a questo punto che attendere il prossimo 6 luglio e l’esito del tentativo di mediazione.

Da parte del Pd la chiusura sembra assoluta. Al momento la richiesta è ancora andare alla conta in aula, ma le prossime ore potrebbero essere decisive. Del resto sarebbe abbastanza incomprensibile non considerare un testo, quello del ddl Scalfarotto, che era stato firmato dallo stesso Zan e da svariati esponenti del Pd e del centrosinistra, e che verosimilmente oggi potrebbe essere sostenuto anche da parte del centrodestra -non solo da Forza Italia, ma forse perfino dalla Lega- trovando la maggioranza necessaria a una rapida approvazione che doterebbe il Paese di una buona legge contro l’omotransfobia -e la disabilità-. Ed evitando possibili difficoltà al governo, che si troverebbe a dover fare i conti con una spaccatura in un momento decisamente complesso.

Spiega Faraone di IV: «Facciamo un patto per tornare alla legge Scalfarotto contro l’omofobia e la transfobia, senza termini che possano destare dubbi, e poi come maggioranza chiediamo a Draghi di mettere la fiducia alla Camera».

Si tratterebbe quindi di velocizzare l’approvazione di questa norma, che è sempre stata definita urgente, e di rinviare a momenti successivi un’eventuale discussione sul sensibilissimo tema dell’identità di genere e sulla possibile riforma della legge 164/82 che regola il tema della transessualità, tema che richiede una riflessione ampia e approfondita.

Attendiamo con fiducia. E anche, se consentito, con una certa fierezza.

Marina Terragni

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