Contro le mutilazioni genitali femminili: tortura, non cultura

Contro le mutilazioni genitali femminili: tortura, non cultura

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Il 6 febbraio è la giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili (FGM), pratiche disumane che comprendono la rimozione parziale o completa o altre lesioni ai genitali esterni femminili per ragioni non mediche. In media le ragazze sottoposte a FGM hanno tra gli 0 e i 15 anni, non è alcuna religione a prescrivere tali pratiche legate a tradizioni sociali di controllo della sessualità femminile che causano danni fisici e psicologici per tutta la vita, fino alla morte in seguito a complicazioni infettive causate dalle precarie condizioni igieniche in cui si svolgono gli”interventi” quasi sempre eseguiti non da medici ma da persone del “mestiere” che si servono anche di coltelli, lamette o cocci di vetro.

Si stima che siano più di 200 milioni le vittime viventi di questa violenza e che a meno di cambiamenti se ne aggiungeranno altre 68 milioni entro il 2030.

Le FGM comprendono diversi tipi di procedure: la rimozione della parte esterna della clitoride, o anche quella delle piccole labbra, fino all’infibulazione, con rimozione di grandi e piccole labbra e clitoride e cucitura dell’introito vaginale.

Le conseguenze dell’infibulazione sono gravissime e dolorose, ostacolando il flusso mestruale e la minzione. Seri problemi anche dopo molti anni quando si hanno rapporti sessuali e quando si partorisce, tanto che sono stati rilevati danni anche nei bambini nati da donne infibulate. Soprattutto in caso di infibulazione: dolori acuti, shock, lesioni ad aree vicine, infezioni, lacerazioni, emorragie e setticemie. Al dolore cronico si possono aggiungere infezioni della pelvi, cisti, ascessi e ulcere, rischi per la fertilità e problemi mestruali, oltre che alla ovvia diminuzione della libido -il principale motivo per cui si ricorre alla pratica- e disturbi da stress post traumatico.

Inoltre, poiché in caso di infibulazione durante il parto è molto difficile evitare la lacerazione, la donna viene sottoposta a ulteriore infibulazione successiva per non compromettere il piacere sessuale del marito.

“Non è una violenza che si ferma al momento dell’aggressione, è invece una continua tortura a vita” (Manfred Nowak, UN Special Rapporteur on Torture).

Le mutilazioni genitali femminili sono state condannate dall’OMS. Tra i molti gruppi e fondazioni mobilitati per aiutare bambine e donne a sfuggire alla tortura e ad affrontare la vita dopo la violenza, quello fondato da Waris Dirie, lei stessa sopravvissuta alla FGM.

Nata nel 1965 nel deserto somalo ai confini con l’Etiopia, Waris Dirie subisce mutilazione genitale all’età di 5 anni. Dopo otto anni, appena tredicenne, scappa da un matrimonio forzato con un uomo che aveva l’età di suo nonno. Arrivata a Londra comincia a lavorare e alla maggiore età viene “scoperta” come modella, ha grande successo e approda a New York. È negli Stati Uniti che, nell’intervista rilasciata a Laura Ziv per il magazine Marie Clare, Waris Dirie decide di raccontare la sua esperienza con la FGM, diventando attivista contro le mutilazioni genitali femminili oltre che Ambasciatrice delle Nazioni Unite.

Nel 1997 scrive l’autobiografia “Fiore del deserto” -traduzione del suo nome Waris- da cui sarà tratto l’omonimo film. Pubblicherà in seguito molti altri libri sulle donne africane e la mutilazione genitale, suscitando grande empatia nei lettori e rendendo consapevole il mondo du questa intollerabile realtà: tra i molti scritti “Saving Safa”, “Desert children”, “Letter to my mother”, in cui perdona la madre che la teneva ferma mentre veniva mutilata, “Desert dawn”, “Black women, white country”.

Nel 2002 dà vita a una fondazione che dal 2010 porta il nome di “The Desert Flower Foundation. Nel sito, le linee guida del lavoro:

  • aumentare la consapevolezza a proposito di FGM (attraverso seminari, conferenze, eventi di beneficenza).
  • Lavoro di prevenzione (per proteggere le bambine in Africa dalla FGM);
  • Riparazione dei danni (nei centri della fondazione in modo che le vittime riacquistino salute e qualità di vita).

Tutto il mondo dovrebbe assumere questa gravissima violenza misogina come problema comune, adottare strategie per combattere e arginare il fenomeno, fare in modo che un numero sempre maggiore di nazioni renda illegale la pratica illegale perseguendo penalmente chi la promuove e la mette in atto: è successo recentemente in Sudan. Personale medico e sanitario va formato per far fronte alle mutilazioni genitali, imparare a trattare le vittime con dignità e rispetto, permettere loro di accedere a operazioni chirurgiche di ricostruzione. Va inoltre riconosciuto il diritto di asilo alle donne che fuggono da realtà in cui la pratica è ancora promossa, permessa o tollerata.

La mutilazione genitale femminile non può essere tollerata come “cultura”. E’ solo tortura.

Qui il sito della campagna europea contro le FGM.

Qui un’importante articolo sul tema inviatoci dall’antropologa Sandra Busatta, Performing the Eradication of Infibulation

Yara Lochi

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