Con il “diritto” all’utero in affitto i gay cercano un posto nel patriarcato

Con il “diritto” all’utero in affitto i gay cercano un posto nel patriarcato

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Proprio oggi, 27 gennaio, la Corte Costituzionale dovrà pronunciarsi sul diritto di una coppia di uomini che hanno fatto ricorso a utero in affitto a essere riconosciuti come entrambi “padri” del bambino. L’orientamento espresso nel 2019 da una sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite è stato quello di consentire il riconoscimento all’anagrafe al solo padre biologico, lasciando aperta per il (o la) partner la possibilità di ricorrere all’istituto dell’adozione in casi particolari, procedura da istruire presso il Tribunale dei Minori. In attesa del pronunciamento da parte della Consulta, una riflessione sul tema della battaglia Lgbtq+ per la regolamentazione e il libero accesso al mercato della “surrogazione“.

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All’interno della comunità gay esiste una forte tendenza all’omologazione con l’uomo eterosessuale e il sistema di dominio maschile. Non mi riferisco ai ruoli etero-normativi, bensì a un fenomeno preoccupante che, benché riguardi una piccola percentuale di uomini gay, viene rivendicato come diritto dall’attivismo LGBT+ mainstream. Sto parlando della GPA (Gestazione Per Altri), meglio conosciuta come “utero in affitto”, pratica che consente a persone single o in coppia di avere un/a bambino/a tramite il corpo di un’altra donna che “si presta” come gestante.

“Ogni donna ha la libertà di decidere sul suo corpo” scrivono gli attivisti gay sotto i post di dissenso delle donne contrarie alla pratica. “Agli etero, che sono la maggioranza, non dite nulla quando lo fanno, vero, omofobe?” commentano altri. “Per colpa vostra torniamo alla storia della famiglia naturale, composta da mamma e papà padrone” sentenziano quelli con la bandiera arcobaleno come copertina di Facebook.

Ragioniamo un po’ su queste affermazioni. Tutto si può dire della pratica dell’utero in affitto, eccetto che le donne siano libere di gestire i loro corpi. Non è infatti la verità. Essendo a tutti gli effetti un mercato, i “genitori di intenzione” – che io definisco committenza per il loro ruolo di acquirenti – vogliono avere la certezza che il prodotto commissionato sia reso senza alcun tipo di impedimento. So che è triste parlare di un/a neonato/a in questi termini, ma cosa vi aspettate da una forma di mercificazione ben inserita nel sistema capitalistico?

Prendiamo in considerazione i contratti firmati dalle donne che fanno da gestanti: la clausola prevede che per i nove mesi della gravidanza non possano più disporre dei loro corpi, né del diritto all’aborto (che passa vergognosamente ai committenti), né dell’alimentazione, né della capacità di spostarsi in certi luoghi, né di avere ripensamenti su quanto hanno pattuito. “Ma ha firmato” si può obiettare. E quindi? Si tratta di esseri umani, non di automi incapaci di provare emozioni o di sperimentare cambiamenti e ripensamenti durante quel periodo di tempo.

Piuttosto io mi porrei una serie di domande: è questa la libertà di gestire il proprio corpo? Firmare un contratto su cui si dichiara di non essere più liberi di gestirlo in cambio di soldi? Sembra un concetto di libertà piuttosto fallace. Pur essendo vero che l’85% della committenza è eterosessuale, rimane il fatto che a rivendicare la pratica come un diritto inalienabile è il movimento arcobaleno. Anche l’obiezione della famiglia naturale non regge. Un’analisi del sistema patriarcale ci permetterebbe di identificare nella cosiddetta “famiglia naturale” (o nucleare) la sede di tutte le discriminazioni: misoginia, omofobia, razzismo ecc. La famiglia eterosessuale è il fulcro dell’odio e della prevaricazione maschile verso le donne. Il padre è il proprietario, la madre il mezzo di produzione e la prole la forza lavoro. Il figlio maschio deve essere virile, forte, eterosessuale.

Il mezzo con cui gli uomini si sono appropriati (e si appropriano ancora oggi) dei corpi delle donne è la famigerata retorica del sangue, secondo cui tu sei genitore solo se tuo/a figlio/a ha il tuo stesso DNA. Indovinate un po’ dove viene proposta tale retorica? Nella pratica dell’utero in affitto, in cui si usano gli ovociti di una donna (alta, ariana, intelligente) che saranno fecondati con il seme dell’uomo committente e impiantanti nell’utero della gestante, naturalmente dopo che entrambe saranno state bombardate di ormoni per la sincronizzazione del ciclo mestruale. Non conferendo il suo patrimonio genetico, la gestante sarà un semplice contenitore, un guscio senza alcun diritto, mentre la committenza, che invece i suoi geni li avrà trasmessi, potrà richiedere qualsiasi cosa.

Sarà che alcuni gay, in quanto uomini, cercano un posto nel patriarcato, accanto all’uomo etero. Non vogliono spezzare le catene di un sistema ingiusto e violento, ma stringerle ancora di più nell’illusione della “parità”. Parità: una parola che a livello globale ha assunto un significato positivo, a cui io però associo solo negatività. Il movimento di liberazione omosessuale nacque per liberare le persone omosessuali dall’oppressione, non per raggiungere il privilegio dell’oppressore. Cosa ancor più importante, non lottava per trasformare il privilegio di pochi ricchi in un diritto esteso a tutti.

Vincenzo Postiglione, gay contro l’utero in affitto

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