Cervelli che tornano (e vorrebbero restare): ecco la task force che ci serve

Cervelli che tornano (e vorrebbero restare): ecco la task force che ci serve

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Leggendo Etty Hillesum (se non l’avete ancora fatto, fatelo) si impara una cosa decisiva per la vita: anche nelle circostanze più tragiche -per lei fu il male assoluto nel campo di detenzione di Westerbork, ultima tappa prima di Auschwitz- qualcosa di buono da qualche parte c’è sempre. “Io credo che dalla vita si possa ricavare qualcosa di positivo in tutte le circostanze”, ci ha lasciato scritto. Si tratta allora di fargli pubblicità, di dare una mano a questo bene, di farlo crescere dentro e fuori di sé.

Anche nella circostanza drammatica della pandemia che ci ha travolto vale la pena di scrutare alla ricerca delle cose buone, di dargli valore e farle fruttare. Eccone una: molte delle ragazze e dei ragazzi di talento che hanno lasciato il nostro Paese per andare a lavorare all’estero -la cosiddetta “fuga di cervelli”– sono rientrati in Italia causa Covid e al momento stanno lavorando in remoto. Di queste molte-i una buona parte vorrebbe restare definitivamente qui, reimportando capacità ed esperienze maturate. E’ una grande occasione per tutte e tutti: questa “restanza” andrebbe in ogni modo agevolata. E come?

La politica oggi sembra incapace di muoversi senza “task force” che supportino con le loro competenze la classe dirigente più inadeguata e impreparata di sempre. Perché allora non costituirne una formata da questi “cervelli” di ritorno in grado di svecchiare le istituzioni, di costruire imprese innovative, di contribuire alla ricostruzione? Magari cominciando proprio dalla “lotta alla burocrazia”, formula recitata come un mantra a cui non seguono mai pratiche politiche concrete ed efficaci.

Delle ragazze e dei ragazzi italiani scrive il New York Times.

“Molti giovani italiani che sono partiti alla ricerca di opportunità all’estero ora lavorano da remoto dall’Italia. Il governo li ha accolti con favore, ma gli esperti dicono che i benefici economici saranno fugaci.

Quando Elena Parisi, ingegnere, ha lasciato l’Italia all’età di 22 anni per intraprendere una carriera a Londra cinque anni fa, si è unita alle lunghe file di italiani di talento che sfuggono a un mercato del lavoro lento e alla mancanza di opportunità in patria per trovare lavoro all’estero. Ma nell’ultimo anno, mentre la pandemia di coronavirus costringeva i dipendenti di tutto il mondo a lavorare da casa, Parisi, come molti suoi compatrioti, ha colto l’occasione per tornare davvero a casa, in Italia. Tra i meeting su Zoom e il suo altro lavoro per un’azienda di riciclaggio a Londra, ha fatto lunghe passeggiate sulla spiaggia vicino alla casa della sua famiglia a Palermo, in Sicilia, e ha parlato di ricette, all’alba, con i venditori nel mercato locale.

“La qualità della vita è mille, mille volte migliore qui”, ha detto Parisi, che ora è a Roma.

Come per tante cose, il virus ha capovolto un fenomeno familiare -questa volta, la fuga di cervelli, che interessa l’Italia ormai da lungo tempo. Quanto le cose stiano cambiando e quanto questi cambiamenti saranno permanenti è una cosa di cui si discute. Ma qualcosa è chiaramente diverso.

L’Italia, secondo i dati della Commissione Europea, insieme a Romania e Polonia è tra i paesi europei che inviano il maggior numero di lavoratori all’estero. E la percentuale di italiani residenti all’estero con una laurea è superiore rispetto a quella generale in Italia. Tenendo conto del denaro che il Paese spende per l’istruzione, la fuga di cervelli in Italia costa al Paese, secondo Confindustria (la più grande associazione imprenditoriale italiana) circa 14 miliardi di euro (circa 17 miliardi di dollari) ogni anno.

I legislatori italiani hanno a lungo cercato di attirare lavoratori di talento con agevolazioni fiscali, ma un mercato del lavoro cupo, un alto tasso di disoccupazione, una burocrazia barocca e poche possibilità di crescita hanno continuato ad attirare molti laureati italiani all’estero. Poi il virus ha fatto ciò che hanno di incentivi non sono riusciti a fare. Nell’ultimo anno, secondo i dati della Farnesina il numero di italiani tra i 18 e i 34 anni tornati a casa è aumentato del 20% rispetto all’anno precedente.

È controesodo della fuga di cervelli”, ha dichiarato a settembre Il Sole 24 Ore. “Ora i giovani vogliono tornare in Italia”, ha scritto Il Giornale di Sicilia. L’Espresso, lo scorso mese, ha definito il 2020 “l’anno della svolta, del ritorno”.

Il governo italiano ha accolto con favore il ritorno di alcune delle migliori e più brillanti menti del paese, come un lato positivo di quella che è stata una pandemia brutale per l’Italia, definendo il cambiamento una “grande opportunità”. Ci sono anche benefici finanziari, in quanto gli italiani che trascorrono più di sei mesi nel paese devono pagare lì le tasse.

Paola Pisano, ministro per l’innovazione tecnologica, ha dichiarato in un convegno di ottobre che l’Italia ha avuto la possibilità di beneficiare delle competenze e delle innovazioni che gli italiani di ritorno hanno riportato con loro.

Ha anche detto che l’Italia deve fare la sua parte per tenerli lì. Per prima cosa, il paese ha bisogno di “una connessione Internet forte, diffusa, potente e sicura”, in modo che coloro che si erano trasferiti all’estero “possano tornare nel loro paese e continuare a lavorare”.

Un gruppo di italiani ha fondato un’associazione chiamata Southworking per promuovere il lavoro da remoto al sud, nella speranza che i professionisti di ritorno dedichino il loro tempo libero e i loro soldi al miglioramento delle loro città natali. “Le loro idee, il loro volontariato, la loro creatività rimangono nella terra in cui vivono”, ha detto Elena Militello, presidente dell’associazione, tornata in Sicilia dal Lussemburgo. Per promuovere il lavoro da remoto, l’associazione sta creando una rete di città dotate di connessioni Internet veloci, un aeroporto o una stazione ferroviaria nelle vicinanze e almeno uno spazio di co-working o una biblioteca con un buon Wi-Fi. Per mapparli, l’associazione ha ricevuto aiuto da Carmelo Ignaccolo, un dottorando in urbanistica al Massachusetts Institute of Technology, tornato a casa in Sicilia dopo il Covid. Negli ultimi mesi, Ignaccolo ha supervisionato gli esami con il Mediterraneo sullo sfondo, ha tenuto lezioni vicino al frantoio del bisnonno e si è rifugiato dal caldo studiando in una vicina necropoli greca. “Abbraccio al 100% una vita professionale in America”, ha detto, “ma ho uno stile di vita molto mediterraneo”.

Non è solo il sud dell’Italia a beneficiare del ritorno. Roberto Franzan, 26 anni, programmatore che ha costruito una start-up di successo a Londra prima di trovare lavoro in Google, è tornato nella sua casa di Roma a marzo. “Vai al bar e puoi semplicemente iniziare una conversazione con praticamente chiunque”, ha detto. “Ha funzionato alla grande per me.” Ha detto che in Italia stanno spuntando una serie di start-up e aziende tecnologiche interessanti, e che può immaginare di investire nel paese. “Questo momento ci ha dato tutto il tempo per renderci conto che tornare alle proprie radici può essere una buona cosa”, ha detto.

Gli imprenditori italiani hanno esortato il governo a non sprecare l’opportunità. “Coronavirus, il dietrofront della fuga di cervelli”, ha scritto Michel Martone, ex-vice ministro del Lavoro, sul quotidiano romano Il Messaggero. Egli ha esortato i legislatori a trovare un modo per mantenere lo “straordinario esercito di giovani che sono tornati a casa di fronte all’emergenza”.

Ma alcuni esperti dicono che non ci sono molti vantaggi. Mentre molti italiani potrebbero essere tornati nella campagna toscana o sui lungomare siciliani, le loro menti stanno ancora avvantaggiando le imprese americane, britanniche, olandesi e di altre aziende straniere. “Zoom non risolverà i problemi dell’Italia”, ha detto Enrico Moretti, economista dell’Università della California a Berkeley, che si concentra sul lavoro e sull’economia urbana, e fa lui stesso parte della fuga di cervelli italiana.

Rosa Brunello, economista a Londra, altro membro della diaspora, ha detto che gli italiani rimpatriati “producono per un’entità straniera: creano valore e reddito all’estero”. Ha poi aggiunto: “il fatto che spendano il loro stipendio in Italia non fa davvero la differenza”. Un risultato più probabile, ha affermato, è che il virus porterà a relitti economici e ad enormi livelli di disoccupazione che faranno partire un’altra ondata di emigrazione non appena i paesi europei sbloccheranno le frontiere. Per affrontare davvero la questione, ha detto insieme ad altri, l’Italia deve intraprendere una profonda riforma strutturale e culturale che snellisca la burocrazia e migliori la trasparenza, invece di affidarsi a “persone che tornano a casa perché all’estero il cibo è peggio e il tempo è brutto”.

Ignaccolo, candidato per il dottorato al M.I.T., intende tornare negli Stati Uniti per proseguire la sua carriera accademica, e la nuova società che Franzan, il programmatore, sta lanciando avrà sede nel Delaware. Gli aspetti negativi del lavoro in Italia turbano anche Parisi, preoccupata del fatto che la sua crescita professionale sarebbe ostacolata in un mondo imprenditoriale come quello italiano, che ha uno spazio ristretto per i lavoratori più giovani. La mancanza di sole a Londra è desolante, il cibo pessimo per la pelle, ma anche altre cose sono importanti nella vita, ha detto. “Sono giovane, sono una donna e sono in una posizione molto alta”, ha detto, spiegando che sarebbe tornata al suo lavoro a Londra quando il suo ufficio avrebbe riaperto. È stata un’opportunità unica, mantenere il lavoro e vivere in Italia”…”Ma ho sempre saputo che sarebbe stato temporaneo.”

Emma Bubola (traduzione di Elisa Vilardo).

L’articolo originale del New York Times qui.

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