Carceri, riforma Cartabia: si rispettino i diritti delle persone trans senza farne pagare il prezzo alle donne<br /><span class='post-summary'>Tra le possibili misure l'istituzione di reparti trans adiacenti alle sezioni femminili per evitare le violenze degli uomini. Ma lo spazio per l'inclusione non può essere trovato chiedendo un passo indietro alle detenute, costrette a dividere le celle con maschi che si identificano come donne. Succede in Canada, in California, in Scozia. E c'è già un caso italiano</span>

Carceri, riforma Cartabia: si rispettino i diritti delle persone trans senza farne pagare il prezzo alle donne
Tra le possibili misure l'istituzione di reparti trans adiacenti alle sezioni femminili per evitare le violenze degli uomini. Ma lo spazio per l'inclusione non può essere trovato chiedendo un passo indietro alle detenute, costrette a dividere le celle con maschi che si identificano come donne. Succede in Canada, in California, in Scozia. E c'è già un caso italiano

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La ministra della Giustizia Marta Cartabia ha annunciato di voler impegnare il mese di gennaio nella riforma delle carceri. La discussione sul testo è in corso. In questa sintesi di stampa i punti salienti.

Uno dei temi in discussione è la questione dei-delle detenuti-e transessuali. Secondo quanto riportato dall’articolo “c’è una specifica azione per la tutela antidiscriminatoria per orientamento sessuale e identità di genere. Si propone l’adozione di una circolare che regoli le sezioni omogenee per persone transgender o che si dichiarino omosessuali, e temano di subire, in ragione di tali condizioni personali, gesti di prevaricazione, dando prevalenza alle sperimentazioni che hanno condotto (ad esempio la sez. D dell’istituto di Firenze “Sollicciano”, che tuttavia risulta allo stato chiusa) ad affiancare le sezioni per detenute transgender MaleToFemale a istituti o sezioni femminili, piuttosto che maschili, al fine di dare prevalenza – e di poter contare su un personale maggiormente formato in tal senso – al sesso di identificazione invece che a quello meramente biologico.

Sarebbe ovviamente necessario disporre della bozza di testo per verificare che si parli effettivamente di “sesso di identificazione” e di identità di genere.

Al momento possiamo solo osservare che se è vero che detenute-i trans meritano una speciale protezione dalle violenze maschili -chiamiamo le cose con il loro nome- questo non può avvenire, come in Canada, in California, nello stato di Washington, in Scozia e in altre nazioni occidentali, a spese delle donne ospitate nelle carceri femminili.

Per spese intendiamo stupri e aggressioni, molestie, malattie sessualmente trasmissibili, perfino gravidanze indesiderate (ne abbiamo parlato più volte) e in generale la violenza di dover condividere spazi ristretti con persone che si autoidentificano -spesso opportunisticamente- come donne pur conservando genitali e corpi maschili.

Uno studio pubblicato sul British Journal of Criminology segnala che in Scozia diversi detenuti transgender che hanno scontano la pena nelle carceri femminili sono tornati a identificarsi nel loro sesso di nascita maschile dopo essere stati rilasciati. Lo rivelano fonti interne alle carceri. La notizia ha sollevato nuove preoccupazioni sull’autoidentificazione di genere che pone a rischio la sicurezza delle donne, ma il primo ministro Nicola Sturgeon si prepara a portare avanti la legislazione sul riconoscimento del genere.

Ancora più sconvolgente la rivelazione del Federal Bureau of Prisons americano -quindi fonte ufficialissima- secondo cui quasi il 50 per cento dei detenuti maschi trans-identificati sono stati incarcerati per reati sessuali!-contro l’11 per cento della popolazione carceraria maschile nel suo complesso-. In particolare, secondo il documento, il 48.47 per cento dei detenuti maschi che si identificano come donne sono in carcere per reati sessuali, a fronte del 4.71 per cento di donne biologiche che si identificano come uomini.

Il dato va letto con cautela: non significa che le persone transessuali sono propense a commettere reati sessuali più spesso delle persone non T. Significa piuttosto che molti criminali sessuali maschi scelgono di transidentificarsi come donne per ottenerne vantaggi e agevolazioni anche dal punto di vista della pena.

Come vanno le cose in Italia?

Il percorso di transizione è regolato dalla legge 164/82 che consente il cambio di sesso all’anagrafe dopo un lungo cammino che prevede accompagnamento psicologico, perizie mediche, terapie farmacologiche e intervento chirurgico “maggiore” (demolitivo dei genitali di nascita). Va peraltro detto che la legge fu formulata soprattutto per la transizione MtF (da maschio a femmina) al tempo assolutamente maggioritaria (gli FtM erano rarissimi), mentre oggi tra le-gli adolescenti con disforia le proporzioni sono rovesciate.

Va anche detto però che alcune sentenze successive hanno sostanzialmente modificato la legge: oggi il cambio di sesso all’anagrafe, pur restando necessario il percorso indicato dalla 164/82, si può ottenere anche senza intervento chirurgico di demolizione dei genitali.

Questo comporta il fatto che un transessuale MtF riconosciuto come donna all’anagrafe può conservare il suo apparato genitale e i suoi caratteri sessuali secondari maschili. Non si tratta di autodeterminazione di genere (non è un vero e proprio self-id): al momento in Italia non dovrebbe essere possibile autoidentificarsi opportunisticamente donne per richiedere di essere trasferiti in un carcere femminile, come avviene altrove.

Ma un precedente nel carcere di Sollicciano (Firenze) desta molte preoccupazioni: l’anno scorso una detenuta transessuale già riconosciuta all’anagrafe come donna -ma con genitali maschili- è stata trasferita dalla sezione trans alla sezione femminile in seguito a ordinanza del tribunale di sorveglianza, secondo il quale “è ben noto come secondo i più recenti orientamenti le identità maschile e femminile non esauriscano affatto le possibili identità: l’identità di genere infatti non corrisponde alla semplificazione dualistica uomo/donna ma è un continuum che dal maschile porta al femminile e viceversa“.

Il tribunale, si legge nel dispositivo, ha ordinato “di assegnare A. L. al reparto detentivo femminile, corrispondente alla sua identità di genere, vietandone la permanenza, senza il suo consenso, nella sezione ‘transessuali’ del carcere di Firenze-Sollicciano o di qualunque altro istituto dotato di apposita sezione avente le stesse caratteristiche“.

Il disagio delle detenute -condividere spazi con una persona dotata di genitali maschili- non è stato ritenuto ragione sufficiente. Prevalente, secondo i giudici, il rifiuto della detenuta trans -ripetiamo: all’anagrafe già riconosciuta come donna benché con genitali maschili- di essere ospitata nella sezione trans.

Anche in questo caso, dunque, la logica dell'”inclusività” ha prevalso sui diritti e i sentimenti delle detenute. L’idea è che tocchi sempre alle donne fare un passo indietro e rinunciare ai propri elementari diritti per creare lo spazio necessario all’inclusione.

Considerato il precedente e quello che sta capitando nelle carceri femminili in molti Paesi occidentali, le preoccupazioni per i possibili effetti della riforma Cartabia sono più che fondate.

L’auspicio è che si trovi il modo di assicurare protezione e dignità alle persone transessuali senza violare i diritti umani delle donne detenute. E che il testo non introduca surrettiziamente il concetto di identità di genere, tentativo che -in particolare dalla “caduta” del ddl Zan in poi- ha corso in un gran numero di leggi e regolamenti locali, in una logica di “accerchiamento”.

Marina Terragni (ha collaborato Maria Celeste)

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