Ashli e le altre: chi sono le suprematiste americane

Ashli e le altre: chi sono le suprematiste americane

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Questo testo nasce come post su Facebook. Abbiamo chiesto all’autrice Barbara Poggio di poterlo riprodurre in Feminist Post. Ci pare che ne valga la pena.

“Negli scontri a Capitol Hill sono morte sei persone: tre manifestanti tra la folla, due poliziotti in servizio al Campidoglio e una donna, uccisa all’interno dell’edificio. Sarà soprattutto il nome di quest’ultima, Ashli Babbitt, a venire ricordato, visto che, per i movimenti che hanno partecipato alle proteste e all’assalto è già diventata una martire. Ashli Babbitt (35 anni) era una veterana dell’aeronautica militare e una seguace di QAnon.

Rivestita con una bandiera con la scritta “Make America Great Again” aveva fatto irruzione con altri nella Speaker’s Lobby, dove si stavano rifugiando i membri del Congresso. Ed è lì che è stata colpita e uccisa dallo sparo di un poliziotto. Da quel momento l’hashtag “Justice For Ashli” ​​è diventato virale sui social media utilizzati dai gruppi dell’estrema destra ed è iniziato il suo processo di glorificazione. Nei giorni scorsi Seyward Darby, l’autrice del libro Sisters in Hate: American Women on the Front Lines of White Nationalism, è stata invitata dal NYT a fornire un commento, proprio a partire dalla sua indagine sul ruolo delle donne nei movimenti di estrema destra americani.

Nell’intervista Darby osserva che sebbene i movimenti di estrema destra siano fortemente misogini, essi non escludono le donne, per lo meno coloro che si riconoscono nel modello di sottomissione femminile. Anzi, si preoccupano della loro protezione, in senso sia pratico che simbolico, considerandole come proprietà da difendere. Nella storia dei movimenti di destra americani, dal Ku Klux Klan in poi, le donne – seppure in minoranza – hanno avuto ruoli legati alla comunicazione e all’organizzazione e sono servite a mostrare la faccia buona dei movimenti.

Lo stesso KKK si faceva rappresentare come un movimento cavalleresco, mirato a proteggere e preservare la purezza delle donne. Spesso i linciaggi venivano giustificati come punizioni per violenze sessuali contro donne bianche (che per lo più non erano avvenute). “Una donna bianca morta o ferita – osserva Darby – è sempre stata un simbolo potente per l’estrema destra”, per due diverse ragioni: la prima è l’appello alla mascolinità bianca, la seconda è la visione della donna come incarnazione della nazione: una donna è la custode della casa e della storia, ma è anche la garanzia per il futuro della razza, qualcosa che l’Italia aveva già visto nel ventennio fascista. In questo contesto, la donna diventa quindi un simbolo politicizzato e sessualizzato.

Mentre tuttavia, in passato, in questo tipo di movimenti le donne erano escluse dalla prima linea, oggi la situazione è diversa. L’idea di trovarsi in una sorta di fase apocalittica (e qui è possibile fare qualche parallelismo con l’Isis e altri gruppi dell’estremismo islamista) fa sì che tutte le persone, donne comprese, debbano farsi avanti ed essere soldati, perché la posta in gioco è molto alta. Quando poi è una donna ad essere uccisa, la sua morte la rende una martire. È quanto avvenuto ad esempio diversi anni fa per Vicky Weaver, componente di una famiglia di separatisti bianchi dell’Idaho e uccisa in una sparatoria con i federali. In quel caso un pastore di estrema destra aveva detto che il governo aveva dichiarato guerra alla “donna americana, la madre americana, la moglie bianca americana” e quello sarebbe stato l’inizio di una rivoluzione. È molto probabile che qualcosa del genere avvenga anche per Ashli ​​Babbitt. All’interno di questo contesto, alla fine, una donna morta vale molto di più di una viva“.

Barbara Poggio, docente di Gender Studies presso il dipartimento di Sociologia dell’Università di Trento

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