Avremmo voluto salvarti, Saman<br /><span class='post-summary'>Nessun relativismo culturale può giustificare l'accettazione di religioni o culture in cui le donne siano sottomesse agli uomini per legge, in una cittadinanza dispari. Su questo il femminismo deve essere inequivoco </span>

Avremmo voluto salvarti, Saman
Nessun relativismo culturale può giustificare l'accettazione di religioni o culture in cui le donne siano sottomesse agli uomini per legge, in una cittadinanza dispari. Su questo il femminismo deve essere inequivoco

Condividi Articolo:

(in memory of Nadia Riva)

Saman è stata uccisa dalla sua famiglia per avere rifiutato un matrimonio forzato e per il fatto di voler vivere come una ragazza italiana non musulmana.

Sarebbe stato bello se anche per te, come per Malika, si fosse iniziata una raccolta fondi prima che ti facessero sparire. Purtroppo però, la tua storia e la tua richiesta d’aiuto non sono arrivate alle orecchie giuste e forse non ci avrebbero neanche fatto caso.

Sarebbe stato bello se fossi stata libera di scappare da casa per lasciare la tua famiglia alle spalle e scegliere il tuo futuro.

Devi perdonarci Saman, ogni giorno vediamo come tante di noi vengono abusate, stuprate, rapite, minacciate, ricattate, umiliate, azzittite, maltrattate, censurate e uccise e ci sentiamo impotenti davanti a questa società egoista e cieca che continua ad usare i nostri corpi e il nostro nome per mantenere una disparità e per strappare da noi donne anche l’ultimo briciolo di dignità.

Neanche ti hanno dato il tempo di vivere da donna maggiorenne che hanno deciso di privarti della tua autonomia di donna adulta. L’unica cosa che ormai possiamo fare è raccontare la tua storia, a modo nostro, per renderti giustizia.

————————————————————————————————————-

Saman Abbas, 18 anni è “sparita” da più di un mese da Novellara, Reggio Emilia, dove viveva con la sua famiglia. Nel suo ultimo messaggio aveva avvisato il suo ragazzo: “Se non mi senti per 48 ore avverti le forze dell’ordine”. Grazie anche alla testimonianza del fratello sedicenne, le forze dell’ordine hanno ricostruito quella che purtroppo si considera la versione definitiva dell’accaduto –si continua a cercare il corpo della ragazza-, la fuga in Pakistan dei genitori, la scomparsa dei cugini e dello zio di Saman.

I media parlano delle origini pakistane di Saman e della sua famiglia. Si esita invece a riferirsi alla religione musulmana, così come era accaduto anche nel caso di Malika: si era preferito attribuire la responsabilità dell’intolleranza dei genitori nei riguardi dell’omosessualità della figlia a un’omofobia tutta italiana, senza considerare il peso delle radici culturali e religiose della famiglia.

Dopo essersi opposta al matrimonio forzato programmato dai suoi genitori in Pakistan, Saman era fuggita già a dicembre ed era residente in un centro protetto a Bologna. Era tornata a casa l’11 aprile solo per riavere i suoi documenti. Saman aveva già denunciato ai Carabinieri le pressioni dei genitori e il loro rifiuto a consegnarle il passaporto. Nonostante le estreme difficoltà, Saman aveva provato a mettersi al sicuro.

Non è bastato a salvarle la vita. Rientrata a casa per un paio di settimane, la sua determinazione a essere libera è stata definitivamente punita. Il fratello testimonia lo stretto controllo dalla madre continuamente per evitare un suo nuovo allontanamento. Di Saman dice che era “una musulmana che non si comportava come tale”.

Danish Hasnain, zio di Saman, 33 anni, è accusato di averla uccisa. Era conosciuto come un violento, al quale si faceva riferimento per “portare ordine” nella comunità pakistana della zona. Danish Hasnain è ora ricercato in tutta Europa, mentre altri due uomini, Nomanulhaq Nomanulhaq di 34 anni e Ikram Ijaz, 29 anni, cugini di Saman, sono già stati arrestati.

Una faccenda sbrigata in famiglia, un problema risolto con velocità e freddezza, un femminicidio eseguito come se fosse una normale pratica quotidiana, con un’organizzazione efficace e senza ripensamenti. Un femminicidio commissionato dai genitori di Saman che, secondo lla testimonianza del fratello, hanno agito “a malincuore”, come se “dovesse essere fatto”.

Alcuni accusano “le attuali leggi su cittadinanza e permesso di soggiorno di costituire una difficoltà ulteriore nei già complessi percorsi di fuoriuscita dai contesti di violenza patriarcale.” “Per l’ottenimento della cittadinanza viene richiesto il consenso, scritto e firmato, del marito o padre, anche nei casi denunciati di violenza di genere”.

La Ministra degli Interni Lamorgese annuncia: “Con Islam più percorsi per l’integrazione”. Il tono resta conciliatorio. Ma l’esperienza insegna che esitare nella ferma condanna mette in pericolo le donne. Ogni femminicidio avviene per mano di un uomo in relazione con la vittima, ma non si può accettare per ragioni di tolleranza una religione che inferiorizza la donna e limita la sua libertà.

Non si può restare indifferenti di fronte al fatto che si affermino leggi diverse per uomini e donne. Che tra noi vivano molte donne costrette a rispondere a un codice comportamentale che le sottomette agli uomini, nell’indifferenza delle istituzioni. La Sharia non può essere tollerata come legge parallela.

NUDM mette sullo stesso livello il caso di Saman con quelli delle altre 45 donne uccise in Italia per mano di uomini. Ma non si può non considerare il contesto nel caso di Saman. Significherebbe cancellare la realtà che lei ha vissuto, la sua fatica quotidiana con due mondi paralleli, la legge italiana fuori casa e quella islamica dentro casa. Nudm menziona Tiziana Dal Pra – Fondatrice dell’associazione di donne native e migranti Trama di Terre, che ha aperto a Bologna nel 2011 la prima casa rifugio per ragazze che rifiutano i matrimoni forzati-: “Le ragazze che fuggono dai matrimoni forzati vogliono scegliere come vivere, autodeterminarsi, amare. Dire che il loro obiettivo è seguire il “modello occidentale” non aiuta a comprendere la realtà. Il problema non è la cultura, ma la negazione dei diritti”.

Ma in questo modo si rischia di perdere il contatto con la realtà delle vittime di queste violenze.

Come aveva affermato Maryan Ismail in un recente incontro con RadFem Italia, le donne che provengono da un “modello orientale” hanno a disposizione la legge, nel caso vogliano denunciare. Ma come si è visto le leggi dello Stato non costituiscono un argine sufficiente alla violenza del patriarcato islamico. Non bastasse il relativismo culturale, NUDM ha anche usato la vicenda di Saman per sponsorizzare il ddl Zan contro l’omobitransfobia.

Il femminismo deve denunciare e condannare qualsiasi sistema, religione, credo o usanza che veda le donne sottoposte a maltrattamento fisico, psicologico, economico, istituzionale ed emotivo e che le posizioni in una condizione di disparità rispetto all’uomo.

Quando legge e fede sono un’unica cosa e danno vita a codici inaggirabili, la convivenza con la legislazione dei Paesi ospiti diventa molto problematica, e la libertà femminile è messa a rischio in molti Paesi europei.

Negare l’esistenza di usanze e tradizioni che mantengono la donna in una posizione di subalternità, o perfino accoglierle e celebrarle come si fa con l’hijab o altri tipi di indumenti che nascondono il corpo femminile come impuro significa contribuire a mantenere queste donne in stato di sottomissione.

Non è più possibile conciliare la libertà delle donne con sistemi che considerano le donne proprietà degli uomini, non solo nell’immaginario ma anche per legge.

Sara Punzo

Buona parte delle notizie pubblicate da Feminist Post non le leggerete altrove. Per questo è importante sostenerci, anche con un piccolo contributo: Feminist Post è prodotto unicamente grazie a lavoro volontario di molte e non gode di alcun finanziamento. Se pensate che il nostro lavoro possa essere utile per la vostra vita, saremo grate anche del più piccolo contributo.  

Potete inviare a: ASSOCIAZIONE CULTURALE BLU BRAMANTE

CAUSALE OBBLIGATORIA: FEMINIST POST

IBAN: IT80C0200812914000104838541

Condividi Articolo:

Lascia un commento