IL FEMMINISMO NON E’ NE’ DI SINISTRA NE’ DI DESTRA: FA DA SE’

IL FEMMINISMO NON E’ NE’ DI SINISTRA NE’ DI DESTRA: FA DA SE’

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Il femminismo non è né di destra né di sinistra. A chiunque dubitasse della continua influenza dell’Impero americano, la risposta internazionale alla morte di Ruth Bader Ginsberg deve far riflettere. Twitter in Gran Bretagna – sempre concentrata sugli eventi americani – è stato immediatamente riempito di speculazioni febbrili su chi potesse sostituirla alla Corte Suprema degli Stati Uniti. La squadra di calcio femminile di Glasgow City ha annunciato che avrebbero messo il suo nome su uno striscione come tributo a questa “icona femminista e modello”.

Le donne non americane che conosco, che non hanno mai vissuto in America e hanno trascorso pochissimo tempo in America, hanno espresso la loro sincera angoscia. La maggior parte di queste inglesi addolorate non sarebbe in grado di nominare una sola giudice, diciamo, in Francia o in Australia, e forse nemmeno in questo paese. Ma agli eventi politici americani viene sempre concesso uno status speciale. Questo dominio americano ha un effetto deformante sul tono e sulle priorità del femminismo in questo paese, e di solito a nostre spese, dal momento che le femministe britanniche che mantengono lo sguardo fisso al di là dell’Atlantico, cercando nella Grande Sorella America, spesso non riescono a ricordare che lì le femministe in realtà non hanno ottenuto molto. Quello è un paese senza diritti per la maternità, che non è mai riuscito ad adottare l’Emendamento sulla parità dopo quasi un secolo di lotta, che rientra nella metà inferiore della classifica mondiale per la rappresentanza politica femminile, e che non ha mai avuto una donna capo di stato. Sì, ha prodotto alcune delle pensatrici femministe più interessanti e influenti della storia. È anche la sede mondiale dell’industria del porno. Le femministe americane hanno trascorso quasi mezzo secolo a combattere con le unghie e con i denti per difendere il loro risultato più prezioso e fragile, Roe v. Wade, il caso del 1973 che impedisce ai legislatori statali di vietare gli aborti nel primo trimestre. La perdita di Ginsberg alla Corte Suprema potrebbe mettere in pericolo Roe, ecco il motivo chiave della disperazione alla notizia della sua morte. Ma questa è una questione femminista che ha molta meno risonanza sulla terraferma britannica, poiché l’aborto fino a 28 settimane è stato legalizzato in Inghilterra, Galles e Scozia nel 1967. Per le femministe americane l’aborto è, abbastanza comprensibilmente, il problema preminente; per le femministe britanniche, non lo è. Questa particolare differenza tra Gran Bretagna e America è emblematica di una differenza più generale tra i due paesi che ha avuto un effetto importante sulla storia del femminismo anglofono. In parole povere, la destra americana ha un carattere completamente diverso dalla destra britannica: è più rumorosa, più estrema, più religiosa e anche più potente. Si presenta come una minaccia davvero formidabile per i difensori di Roe e di alcuni dei principi femministi più basilari: il diritto di una donna a guadagnare denaro, a possedere proprietà e a vivere una vita separata da quella di suo padre o suo marito dal punto di vista legale ed economico.

Il libro di Andrea Dworkin del 1978, Right-Wing Women dà un’idea della paura che le femministe americane hanno della destra. Alla domanda centrale: perché una donna dovrebbe allearsi con la destra? – si risponde con una sola parola: paura. Le donne, sostiene Dworkin, sono giustamente spaventate dal mondo e gli uomini di destra promettono di tenerle al sicuro. In cambio, queste donne devono aborrire aborto, lesbismo, antirazzismo e ocialismo. Dworkin scrive di aver parlato con donne di destra e trovandole creature aliene: “Le donne conservatrici erano ridicole, terrificanti, bizzarre e, come hanno riferito altre femministe, a volte stranamente commoventi“. Queste donne, secondo Dworkin, avevano stretto un patto con il diavolo. Eppure Dworkin è stata in grado di seguire una linea impossibile per le altre femministe americane. Sebbene fosse esplicita nel suo rifiuto della destra, rimase sempre diffidente nei confronti della sinistra. È in Right-Wing Women che si trova una delle sue affermazioni più famose: “La differenza tra sinistra e destra quando si tratta di donne è solo dove posizioneranno esattamente i loro stivali sul nostro collo“. Per gli uomini di destra siamo proprietà privata. Per gli uomini di sinistra siamo proprietà pubblica.

L’errore che le femministe hanno fatto più e più volte, non solo in America ma anche in questo paese, è quello di dare la priorità all’animosità verso la destra rispetto a una chiara comprensione dell’atteggiamento che la sinistra assume nei confronti delle donne. I risultati di quell’errore, penso, stanno cominciando a diventare troppo evidenti per essere ignorati. Non sto suggerendo che le femministe dovrebbero unire le forze con la destra, certamente non con l’estrema destra religiosa di cui ha scritto Dworkin. Sto suggerendo qualcos’altro: che le femministe dovrebbero liberarsi sia a sinistra che a destra, poiché entrambe le tradizioni politiche fino a tempi molto recenti sono state interamente dominate da uomini e interessi maschili. Intendo dire che una forma produttiva di politica femminista deve essere deliberatamente ortogonale rispetto allo spettro politico tradizionale. Per gli americani, questo suggerimento potrebbe essere troppo allarmante per essere tollerato, dato il potere spaventoso della loro destra che così spesso rimanda le femministe americane a riprecipitare tra le braccia infide della sinistra. Ma in Gran Bretagna il distacco del femminismo sia dalla sinistra che dalla destra potrebbe essere già in atto. Il recente trionfo delle femministe britanniche contro le riforme proposte al Gender Recognition Act (GRA) illustra il punto. Nel 2017, il governo May aveva annunciato una consultazione sulla legge che permette alle persone transgender di cambiare legalmente il loro sesso. Le associazioni LGBT come Stonewall sostenevano il self-id, che consentirebbe alle persone di cambiare legalmente sesso con un controllo minimo: nessuna consultazione psichiatrica, nessuna necessità di “vivere come” il sesso opposto per un periodo prima di un formale riconoscimento e nessuna necessità di sottoporsi ad alcun intervento medico. Il self-id consentirebbe a chiunque, in qualsiasi momento, di dichiararsi semplicemente membro del sesso opposto e il governo sarebbe obbligato a riconoscere ufficialmente quella dichiarazione. Per i sostenitori del self-id sarebbe un passo positivo verso la demedicalizzazione e la destigmatizzazione dell’identificazione transgender. Per una parte delle femministe, tuttavia, il self-id è profondamente pericoloso. Il movimento trans cerca di presentare le differenze fisiche tra uomini e donne come banali e cosmetiche, facilmente superabili attraverso interventi medici, o anche senza. Le femministe critiche del self-id in opposizione al transattivismo insistono invece sul fatto che le differenze tra donne e uomini sono assolutamente importanti. Non solo le donne fanno figli: sono anche più minute e più deboli degli uomini, il che porta a uno squilibrio intrinseco di potere a livello interpersonale. Per dirla senza mezzi termini, la maggior parte degli uomini può uccidere la maggior parte delle donne a mani nude, ma non viceversa. Le femministe gender critical hanno quindi espresso allarme per la facilità con cui, con il self-id, uomini malintenzionati potrebbero minacciare le donne accedendo a spazi riservati come rifugi, prigioni e spogliatoi femminili. Quelle paure non sono una fantasia, visto che si sono realizzate anche con il sistema in vigore che presumibilmente dovrebbe essere più sicuro, come quando ad esempio il violentatore seriale Karen White (nato Stephen Terence Wood) è stato trasferito in una prigione femminile e successivamente condannato per aver molestato sessualmente detenute di sesso femminile. Se il self-id fosse adottato potremmo aspettarci un aumento delle Karen White. Eppure chiunque abbia prestato la minima attenzione a questo dibattito negli ultimi anni saprà che le preoccupazioni delle femministe gender critical non sono state accolte bene da molte figure di spicco della sinistra, che non hanno inquadrato la tensione tra le desideri delle persone transgender e le paure delle donne come un conflitto impegnativo che richiede un’attenta riflessione, ma come espressione di fanatismo femminista. Le donne gender critical hanno perso il lavoro, sono state arrestate ed esibite sulla stampa semplicemente per aver criticato l’attivismo trans, e molte di loro si sono infuriate. Ma ora sembra proprio che queste femministe abbiano trionfato.La vera opposizione politica al self-id proveniva da donne “normali” che vedevano la proposta come una potenziale minaccia ai loro diritti legali e alla loro posizione. Alcune di loro sono arrivati ​​a capire la questione grazie a “Mumsnet”. . . Altre hanno partecipato alle riunioni di A Woman’s Place UK, gruppo costituito da donne con le loro radici nel movimento sindacale.

Parlare del sindacato è importante perché la maggior parte delle femministe britanniche gender critical proviene dalla sinistra e molte sono state attive nel Partito Laburista, nel Partito dei Verdi o in altri gruppi politici esplicitamente di sinistra. Le femministe gender critical di sinistra spesso indicano la cosa come prova che il loro non è affatto fanatismo, piuttosto è la sinistra mainstream ad essere colpevole di ipocrisia ignorando le reali preoccupazioni delle donne. Questo rapporto tormentato con la sinistra è qualcosa che confonde molti commentatori americani. Un articolo del 2019 sul sito web di Vox ha tentato di spiegare ai lettori le origini di “Terf” (Trans Exclusionary Radical Feminists, termine rifiutato dalla maggior parte delle femministe gender critical): “L’ideologia Terf è diventata di fatto il volto del femminismo nel Regno Unito, supportata dai media di Rupert Murdoch e The Times. Qualsiasi vaga opposizione al pensiero gender critical nel Regno Unito comporta l’accusa di voler “mettere a tacere le donne”. Lo scrittore spiega l’influenza del femminismo gender critical in Gran Bretagna come risultato sia dell ‘”imperialismo storico” sia dell’ “influenza del più ampio movimento scettico britannico”. Direi che una spiegazione molto più probabile è la natura apartitica del dibattito in Gran Bretagna, dove la divisione tra sinistra e destra nel dibattito sul GRA non è affatto chiara. È stato un governo conservatore a proporre per primo le riforme e un governo conservatore che le ha fermate. Ci sono sia sostenitori sia critici del movimento trans in tutta Westminster, e il legame con l’appartenenza al partito non è ovvio. Opinioni gender critical possono essere lette sia su Spectator che nel Morning Star, e mentre l’editorialista del Guardian Owen Jones è uno dei più appassionati oppositori del movimento gender critical, la scrittrice laburista JK Rowling è oggi la sua più famosa sostenitrice. Questo significa che i tentativi di screditare le femministe gender critical associandole alla destra – tattica che funziona bene in America – semplicemente non funzioneranno qui. La relazione tra la tradizionale politica sinistra / destra e questo nuovo movimento femminista è troppo confusa e questa è, sospetto, la ragione chiave del successo del movimento. Liberato dall’attrazione distruttiva del tribalismo, il messaggio gender critical è stato in grado di tagliare e attirare sostenitori da tutto lo spettro politico attraverso un semplice appello al buon senso. Dopo tutto solo un ideologo convinto poteva davvero credere che permettere a Karen White di entrare in una prigione femminile fosse una buona idea. L’argomento gender critical è sempre stato convincente: aveva solo bisogno di un pubblico disponibile a essere persuaso. In America, la polarizzazione politica è troppo severa e l’estrema destra troppo spaventosa per consentire un dibattito apartitico. In Gran Bretagna, a quanto pare è ancora possibile. Ma, nonostante il suo successo finale, la battaglia per il GRA ha portato in superficie una tensione latente tra femministe e sinistra, da cui è scaturita la più feroce retorica anti-“terf”, e l’appoggio è stato capriccioso e incostante. Alcune femministe di sinistra gender critical preferiscono pensare a questo incidente come a un momento di follia a sinistra, sinistra che tornerà alla “corretta” politica. Non ne sono così sicura. È vero che le radici del femminismo sono strettamente legate alla sinistra. La Seconda Ondata è stata modellata in molti modi sul movimento nero per i diritti civili in America e sui movimenti anticoloniali in altre parti del mondo. E il femminismo radicale in particolare (da cui scaturisce il femminismo gender critical) è fondato su un modello di società fondamentalmente marxista, che pensa le donne come una classe oppressa, gli uomini come oppressori e il lavoro riproduttivo e sessuale come merce che si ottiene in modo coercitivo. Ma la storia è più complessa perché sebbene la Seconda Ondata sia emersa dalla sinistra, spesso era in conflitto con la sinistra. Ad esempio nel 1969, alle manifestazioni della Nuova Sinistra contro l’insediamento di Nixon a Washington, le femministe che intervennero per parlare furono disturbate da compagni maschi che gridavano: “Portala fuori dal palco e fottila!” e “Fottitela in un vicolo buio!”

L’atteggiamento antagonista di alcuni uomini di sinistra nei confronti del femminismo non è nuovo. Inoltre, in termini di rappresentanza politica femminile in GB il Partito conservatore indubbiamente è in testa, avendo dato al paese due prime ministre, nonché la prima deputata, Nancy Astor. Nel frattempo il partito laburista deve ancora eleggere una leader donna. Le femministe sposate alla sinistra protesteranno dicendo che questo tipo di rappresentazione è solo una vetrina e che Margaret Thatcher, in particolare, non può in alcun modo essere considerata femminista. Forse questo è vero, ma è anche vero che alcune delle leggi più importanti nella storia del femminismo britannico del dopoguerra sono state approvate dai governi Tory: l’introduzione della sussidio di maternità, la criminalizzazione del controllo coercitivo e il divieto di mutilazioni genitali femminili. Lo stesso vale per i governi laburisti, che hanno introdotto la paga di paternità e approvato gli atti sull’aborto e sulla parità di retribuzione. Allo stesso tempo, casi di violenza sessuale e sciovinismo maschile eclatante possono essere riscontrati sia all’interno di organizzazioni di destra sia di sinistra, inclusi laburisti e conservatori. La somma dei successi e degli insuccessi delle due parti non ci dà un chiaro vincitore.

Chi legge si chiederà perché dobbiamo inventare qualcosa di diverso. Dato che le donne costituiscono poco più della metà della popolazione e sono chiaramente una categoria diversificata al loro interno tanto quanto gli uomini, con la loro gamma di idee e priorità politiche, perché dovremmo preoccuparci di parlare di “uomini” e “donne” quando invece potremmo tagliare la torta politica in un altro modo? Giusto. Ma storicamente un’affermazione chiave del movimento femminista- affermazione a cui tengo, nonostante la mia posizione poco ortodossa su molte questioni femministe – è che tra le donne ci sono somiglianze sufficientemente importanti da fare di loro un insieme coerente di interessi politici. In passato, questi interessi erano spesso trascurati o curati solo in modo selettivo e inaffidabile da rappresentanti maschi di vario genere. Spesso non c’è conflitto tra gli interessi di uomini e donne, ma in alcuni casi esiste; una questione che riguarda le donne (ad esempio l’assistenza sanitaria per la maternità) semplicemente non è considerata dalla maggior parte degli uomini, e quindi è inevitabilmente trascurata in un contesto politico che non si chiede: “Che ricaduta avrà sulle donne?”. Membri di spicco della sinistra hanno abbracciato il movimento trans perché non gli è importato di chiedere: “Che ricaduta avrà sulle donne?” Lo hanno visto come un gioco da ragazzi, esito naturale del principio liberale di autodeterminazione, l’arco della storia che si piegava sempre più verso la giustizia. E questo non è l’unica questione su cui le donne sono state tradite dalla sinistra. L’industria del sesso è un’altro di questi temi. La sinistra fin dagli anni ’60 ha abbandonato le regole borghesi sulla sessualità, e quell’impegno ha avuto come esito il principio che qualsiasi atto sessuale è accettabile fintanto che tutte le parti (nominalmente) acconsentono. Ma le critiche femministe sulla pornografia e la prostituzione non accettano questo principio, vogliono richiamare l’attenzione sui tanti abusi che avvengono all’interno dell’industria del sesso, si ritrovano quindi respinte a sinistra. Nel 1981 Andrea Dworkin ha raccontato il dolore per questa ipocrisia: “La nuova pornografia è di sinistra; e la nuova pornografia è un vasto cimitero dove la sinistra è andata a morire. La sinistra non può avere le sue puttane e anche la sua politica”. Le questioni penali sono un’ulteriore fonte di tensione. La criminologa Barbara Wootton una volta disse: “Se gli uomini si comportassero come donne i tribunali sarebbero inattivi e le prigioni vuote”. I crimini violenti (in particolare sessualmente violenti) sono commessi in modo schiacciante da uomini, le donne si trovano in una posizione molto diversa in quanto molto spesso vittime e rarissimamente agenri. Ciò significa che, come categoria, le donne sono ragionevolmente motivate a sostenere politiche di contrasto alla criminalità, politiche che sono più spesso supportate da partiti di destra, in particolare ora che “togli i fondi alla polizia” è diventato uno slogan molto di moda a sinistra. Molti a sinistra si sentono a disagio con questa analisi della criminalità basata sul sesso perché si scontra con l’analisi del crimine basata sulla razza che di regola è considerata più importante. In questo paese abbiamo visto uno spettacolo devastante a Rotherham e in altre città colpite da bande di molestatori di bambini. Ora è chiaro che parte del motivo del mancato perseguimento degli autori era il timore da parte di alti esponenti della polizia e delle autorità locali di poter essere accusati di razzismo. Questa riluttanza codarda è persistita tra i benpensanti di sinistra, anche molto tempo dopo che lo scandalo è scoppiato. Questo significa che molte delle giovani vittime delle bande di molestatori sono rimaste isolate, abbandonate da coloro che si mostravano più preoccupati per la protezione delle persone vulnerabili ed emarginate. Alcune di queste donne vittime di violenza hanno aderito a campagne associate all’estrema destra, illudendosi di poter trovare sicurezza mentre in realtà non offrivano nulla del genere. Ci sono state femministe di sinistra che hanno aiutato queste vittime, ma erano donne (come Julie Bindel, la prima giornalista a scrivere queste storie sulla stampa nazionale) che avevano già un rapporto conflittuale con la sinistra. Come ha scritto Bindel: “È proprio perché la sinistra liberale ha rifiutato di affrontare le spinose questioni che circondano la razza e l’etnia che personaggi come Ukip sono in grado di colonizzarla con tanto successo“. Non c’è niente di sbagliato nell’antirazzismo, nella critica al sistema di giustizia penale o nella messa in discussione delle norme sessuali borghesi: tutte queste attività sono potenzialmente femministe. Ma c’è un problema quando questo viene fatto senza che nessuno si chieda: “E che ricaduta avrà sulle donne?” Ancora e ancora, questa domanda non è stata posta a sinistra. Invece che persistere nella domanda la soluzione a cui giungono molte femministe affiliate alla sinistra, in particolare in America, è quella di assorbire senza pensarci tra le loro priorità politiche qualunque cosa chiedano gli altri gruppi di sinistra. Quando non c’è conflitto tra ciò che vogliono le femministe e ciò che vogliono questi altri gruppi – quando, ad esempio, gli autori della violenza contro donne e ragazze sono uomini bianchi ricchi e privilegiati come Harvey Weinstein – allora la visione femminista può vincere. Ma quando un violentatore proviene da un gruppo oppresso classificato più in alto delle donne nell’elenco delle priorità di sinistra (il che significa, per quanto ne so, qualsiasi gruppo sotto il sole), la maggior parte delle femministe di sinistra si inchinerà immediatamente a qualunque cosa sia loro richiesta. Ogni donna che si oppone è condannata come “terf” o peggio.

Il filosofo politico James Mumford scrive nel suo recente libro Vexed: Ethics Beyond Political Tribes della natura vincolante di ciò che lui chiama “etica del pacchetto completo” – cioè, l’obbligo percepito di sottoscrivere una serie di idee politiche preconfezionate piuttosto che selezionare ogni idea in base a se stessa. L’etica del pacchetto completo non produce solo cieco tribalismo ma anche incoerenza poiché le idee all’interno dei pacchetti tradizionali spesso si contraddicono a vicenda. Mumford incoraggia i lettori a resistere: la nostra migliore possibilità di riuscire, di allineare la nostra azione con il bene, dipende dalla nostra capacità di smantellare le nostre identità politiche e affermare alcuni principi fondamentali trasversali agli schieramenti politici. . . Dobbiamo liberarci delle idee preconfezionate per stabilire le giuste linee di condotta. Per le femministe l’affiliazione con la sinistra può avere una risonanza storica, ma il pacchetto completo è pessimo. Non c’è motivo per non assumere certe idee di sinistra – ad esempio, il sostegno alla tassazione redistributiva e un generoso stato sociale – ma ci sono altre idee che sono intrinsecamente in conflitto con gli interessi delle donne, oppure devono essere mitigate con un’attenta considerazione delle potenziali conseguenze. Il femminismo britannico ha bisogno di smettere di guardare all’America, dove una polarizzazione politica sempre peggiore vede le femministe riluttanti a districarsi da una relazione dolorosa ma familiare con la sinistra, nonostante le ripetute dimostrazioni che i loro interessi non sono mai stati e non saranno mai degni di rispetto. La mia speranza è che il movimento femminista britannico che è stato animato dal conflitto sul GRA riuscirà a fare ciò che le loro sorelle americane non hanno fatto, riconoscendo la necessità di lasciare la sinistra. Né la destra né la sinistra sono abituate a farsi la domanda: “Che ricaduta avrà questo sulle donne?” Finché non lo faranno, le femministe devono rifiutare l’una e l’altra.

Louise Perry, “The Critic” (qui l’articolo originale, traduzione di Monica Ricci Sargentini)

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