“Volevo solo dare un nome alle cose”: l’autocoscienza di una ragazza immigrata in cerca della propria libertà
Illustrazione di Terra Monstrua

“Volevo solo dare un nome alle cose”: l’autocoscienza di una ragazza immigrata in cerca della propria libertà

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Un testo molto intenso. E’ la messa in comune per iscritto del lavoro di autocoscienza che A., ragazza ventenne nativa peruviana e immigrata in Italia, sta facendo su di sé per elaborare la fatica e il dolore di essere cresciuta nel contesto fortemente patriarcale della sua famiglia di origine.

L’intento di A. è liberarsi dell’autosessismo, riconoscendo nella madre una “sorella” vittima delle stesse violenze che lei ha subito, perdonandola per la sua apparente “complicità” e per la sua silenziosa accettazione del machismo del marito. Per arrivare fino alla compassione nei confronti del padre, passaggio necessario per la definitiva guarigione delle proprie ferite.

Il femminismo, dice, è quello che la sta aiutando in questo percorso.

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Il progetto iniziale era quello di scrivere su mio padre, ma man mano che buttavo giù qualcosa l’idea di mia madre si faceva sempre più forte. Così queste righe sono diventate un intrinseco bisogno di scrivere su mia madre, o meglio ancora, un cercare di elaborare il dolore che mi è stato trasmesso da lei, analizzandone il contesto culturale.

Premetto che per me è difficile ammettere che ci sono stati momenti in cui ho veramente detestato mia madre, e quando non detestavo lei detestavo me. Dopo molti libri letti sul femminismo ogni cosa ha più senso adesso, e dopo aver capito il sistema che mi circonda comprendo quanto sia stato facile incolpare altre donne o incolpare me stessa.

Sento di aver scritto per trovare un compromesso, per trovare la serenità che non mi stata data da bambina, per rivendicare la tranquillità e il supporto che ho continuato a cercare inutilmente negli altri. E per tutto quel trascinarsi di misoginia interiorizzata che vorrei finisse con me come ultima oppressa.

Ho scritto per capire la possibile origine della mia storia, che come tutte le altre storie parte prima ancora della nostra nascita e di quella dei nostri genitori. Penso che ci sia molta ignoranza, molta disinformazione e molti mandati culturali che vengono trasmessi tra generazioni, con un mantello di ignoranza intorno. L’origine del problema ha a che fare con questo intorno.

El camino de el feminismo es llamar las cosas por su nombre

Quando penso a mia madre ogni tanto lo faccio con amarezza. So che in me c’è ancora un filo di rancore nei suoi confronti, qualcosa che non ho ancora del tutto digerito e non so fino a quando perdurerà.  
Il tempo mi ha insegnato a capire che quel dolore che ci lega come madre e figlia è più ampio, più acuto, più profondo.
E’ un dolore trasmesso da generazioni e generazioni, come se fosse parte del sangue che ci scorre nelle vene. Lo stesso dolore che ha portato mia nonna nelle ossa e nell’anima, allo stesso modo in cui lo ha portato la mia bisnonna e via dicendo.
Ci siamo passate l’una con l’altra il peso della subordinazione a una cultura. Io lo chiamo dolore, lo identifico come una croce innata nella coscienza e nella carne per essere nate femmine.
Questi ultimi 3 anni sono stati un’impresa per me, comprendere che tutto è stato come una catena di situazioni concatenate è stato il punto fermo da cui poter cominciare a fare introspezione, sia per poter perdonare mia madre, sia per poter capire la mia storia e quella di altre donne.
Ho capito che tutto ha una connotazione più profonda di quello che avrei mai immaginato. Ed è stato cosi per le donne nei secoli della storia. Ho capito che questo dolore ha un nome e che fa parte di un sistema chiamato sistema patriarcale.

Luchar contra mi misoginia interna antes que todo


Il più delle volte finivo sempre per incolpare me o altre donne, togliendo ogni responsabilità agli uomini che hanno percorso la mia vita. Se non avessi mai letto niente sul femminismo oggi non avrei capito che questo senso di disprezzo e colpevolizzazione nei riguardi delle donne non è altro che il frutto della mia misogina interiorizzata.
Mia madre in parte è solo un’altra vittima, ci sono giorni in cui più lo ripeto e più lo rinnego, altri in cui sento il bruciore delle sue ferite che fa male sotto la mia stessa pelle.
Perché non riesco a perdonare le sue carenze verso i miei confronti, nonostante ora abbia tutti gli strumenti per farlo? Pensare che lei non è stata in grado di dare ciò che a lei non è stato mai dato a volte diventa una scusante, altre volte un incentivo.
Chissà perché non mi ha mai parlato della vita e del mondo visto dai suoi occhi. Perché ha lasciato che io precipitassi nelle grinfie di uomini sbagliati, in situazioni orribili. Perché mi costringeva a parlare con mio padre nonostante lui non la rispettasse? Nonostante lui mi picchiasse? Perché non mi ha mai fatto un discorso sul rispetto e sull’amor proprio?  Mi avrebbe risparmiato tanto dolore, se solo mi avesse parlato. È proprio quando cerco le risposte a queste domande, ecco che le risposte saltano fuori una dopo l’altra.

L’amore nel nome dei figli

L’esempio di donne che subiscono in silenzio l’ho avuto più volte nella vita, dalla maggior parte da donne dell’età di mia madre ed oltre. Durante la mia infanzia ho ascoltato storie di autocommiserazione raccontate con senso di orgoglio, e spesso mi chiedevo se non era proprio quella la distorsione più selvaggia dell’amore. L’idea per la quale si debbano fare sacrifici per portare avanti una relazione romantica; magari lasciare il lavoro, la carriera o quello “stupido” sogno nel cassetto. Tutte quelle donne che in nome di un amore hanno dovuto chiamare la loro infelicità resilienza. Tutte quelle che hanno dovuto fare rinunce scambiandole per finte vittorie. Quelle che il silenzio e la fatica hanno alienato completamente.
Le storie che ascoltavo da piccola da mia nonna o dalle amiche di mia madre hanno prodotto in me un forte senso di rifiuto e ribellione riguardo al matrimonio e alle relazioni. Credo che le donne ispaniche abbiano la tendenza molto potente ad associare l’amore con la sofferenza per dimostrare che si ama nella misura in cui sopporta o si tollera.
Per me in quelle storie non c’era affatto felicità. Eppure crescendo sono capitata in una situazione molto simile a quelle che ripudiavo da bambina, in un contesto diverso, ma alla fine il discorso era lo stesso. Fortunatamente sono riuscita a mollare la presa prima ancora che il passare degli anni mi vedesse rassegnarmi a quella situazione. Nel mio caso però io non amavo ma disprezzavo, vedevo in quella persona un rifugio che odiavo, per me era solo il male peggiore che potesse capitarmi.
Ma le storie di altre donne sono comunque rimaste intatte nella mia memoria. La distorta visione dell’amore nel nome dell’onore, nel nome della non-libertà, del non-scegliere. Rimanere con qualcuno per dare ai figli una idea sbagliata di famiglia. In poche parole essere il secondo sesso, quello che viene dopo ed ha meno importanza.
Ho sempre avuto chiaro che quell’idea di amore romantico era ciò che non avrei mai voluto.

L’amore è stato l’oppio delle donne,
come la religione quello delle masse.

Mentre noi amavamo,
gli uomini governavano.


Non è che l’amore in sé sia dannoso,
è l’uso che ne è stato fatto
per ingannare le donne e renderle dipendenti,
in tutti i sensi.

Tra spiriti liberi è un’altra cosa.

Kate Millet

Il finto matriarcato delle nonne e la loro misoginia ricadono sul mio presente

Le mani di mia nonna, da piccola le stringevo forte alle mie, erano il mio riparo. Da quando i miei genitori erano partiti per l’Italia affidando me e mia sorella ai nonni paterni, lei era diventata il mio tutto. Le sue piccole mani segnate dalla vecchiaia erano le stesse che davano gli ordini a mio nonno di colpirmi se mi comportavo male. A mia nonna bastava fare un cenno e mio nonno ubbidiva ai suoi ordini.
La ricordo come il capofamiglia, lei decideva cosa si faceva nella giornata e gestiva la pensione di mio nonno e la sua. Per questo motivo spesso mio padre quasi vantandosene diceva di essere cresciuto in una famiglia matriarcale.
Sembra che la generazione dei miei nonni nell’America Latina, in quel Peru andino ed amazzonico, avesse vissuto questa ondata di “organizzazione femminile”. Ma basta analizzare la questione economica e di potere per capire l’inganno di questa farsa che molti vanno ripetendo con orgoglio. Bisogna ricordare che le proprietà venivano comunque intestate a nome dell’uomo, cosi come gli acquisti importanti e le fatture.
Sicuramente le donne avevano assunto un ruolo importante nella vita familiare, ma non si può chiamare matriarcato decidere cosa si mangia per cena, dove vanno i panni sporchi e quando pagare le bollette. Cosi come non si può negare che ci fosse un governo patriarcale silenzioso che ricadeva verticalmente sulla società nel suo insieme.
Il fatto che una famiglia sia guidata da una donna, come nel caso di mia nonna paterna, non significava affatto che fosse libera dal patriarcato, dal momento in cui gli uomini hanno comunque mantenuto i privilegi che le donne non avevano.
Quello che si intendeva per matriarcato era uno stile di vita familiare dove al posto del patriarca la donna era leader, si occupava di portare avanti l’educazione dei figli e la pulizia della casa. In poche parole di fare ciò che le era stato insegnato da sempre, pur portando avanti le stesse regole androcentriche. 
Per questo motivo nonostante mia nonna paterna fosse il capofamiglia la sua misoginia interiorizzata è stata perennemente presente. Il fatto che disprezzasse mia madre ne era la prova, non era mai stato un segreto il suo modo di sminuirla ogni volta che ne aveva l’occasione: la umiliava e della sua ignoranza faceva spettacolo.
Mia madre non era mai stata accettata dalla famiglia di mio padre, e quando rimase incinta di me le cose peggiorarono. Nonostante mia madre mi abbia avuta a 26 anni (comunque un’età superiore rispetto al continuo incremento delle maternità adolescenziali in Peru) la sua gravidanza divenne comunque una tragedia: mio padre dovette rinunciare all’università per poter lavorare, diventando l’unico figlio non laureato della famiglia.
Mia madre fu costretta a trasferirsi a casa dei genitori di mio padre e vivere i suoi anni peggiori. Perché è cosi che funzionavano e tuttora funzionano le cose nella cultura dell’America Latina, si vive tutti insieme, nonni e nipoti, per ragioni sia economiche sia culturali. Questa è la storia in linea di massima. Sono solo alcune delle storie che ho sentito raccontare da mia madre a qualche amica quando ormai risiedevamo a Milano da moltissimi anni. Quando ormai erano solo brutti ricordi per lei che ogni tanto con rabbia uscivano fuori dal suo cuore.
Il punto è che mia madre non ha mai saputo difendersi dalle sgrinfie di mia nonna paterna. Ha sopportato tanto, ha chiamato resilienza la sua infelicità, e la cosa peggiore è che a renderle la vita difficile era un’altra donna. So che mio padre la difendeva, prima ancora che lui diventasse l’uomo che l’ha ferita di più. Ricordo mia madre in quegli anni della mia infanzia, prima di trasferirmi Italia, come quelli in cui ho l’ho vista arrabbiarsi con me e piangere in silenzio senza mai dirmi il perché.

Si dice che i valori di un uomo all’epoca dei miei nonni erano legati alla idea tradizionale di famiglia cristiana. Per questo motivo mio nonno non aveva mai tradito mia nonna. Questo non vuol dire che negli anni dei miei nonni non ci fossero inganni, il tradimento esiste da quando esiste il concetto di matrimonio e tutto si teneva dentro le mura di casa, che la moglie sapesse o meno. Il concetto di famiglia cristiana è stato storicamente una farsa che comunque bisognava tenere in piedi. Ma nella generazione di mio padre la situazione si è ribaltata. La sfacciataggine di mio padre nello stare con diverse donne, che mia madre fosse presente o meno, era risaputa e accettata da tutti. Nella sua generazione, in quegli anni dell’America Latina stava crescendo questa nuova idea dell’uomo Latin Lover, e per questo motivo credo che per mio padre sia stato facile staccarsi dal ruolo morale che era toccato a mio nonno durante il suo fidanzamento.
Mio padre non si è mai posto limiti nel presentare me e a mia sorella le sue nuove fidanzate, una dopo l’altra, vantandosene.
Siamo anche state vittime indirette del sessismo che esercitava su di loro, ero piccola e mi accorgevo che psicologicamente le distruggeva, faceva quello che oggi conosciamo con il nome di Gaslighting, un vero manipolatore che riusciva a ferire con le parole.
Spesso mi diceva che per quanto mi volesse bene non mi avrebbe mai voluto più bene di quanto ne voleva a se stesso, perché prima di chiunque altro c’era lui. Mi diceva che non avrei mai potuto prenderlo in giro perché non ero abbastanza intelligente, e che non ero nessuno in confronto a lui. Se ti azzardavi a rispondere o a provare ad argomentare si alzava e se ne andava sbattendo la porta. Non c’era mai pace.
Ma il modo in cui vedeva e usava le donne, pur avendo due figlie femmine, insieme al suo narcisismo mi impediva qualsiasi tipo di dialogo. Finii per allontanarmi da lui piano piano con il tempo.
Ho voluto chiarire la questione del matriarcato soprattutto a me stessa. Per poter successivamente capire come mio padre essendo cresciuto in una famiglia matriarcale abbia voluto far vivere a noi il suo potere patriarcale.

Las secuelas que dejan los vínculos violentos.

Se oltre ad avere sangue indigeno sei una donna devi sopportare che gli uomini scarichino su di te i loro risentimenti, approfittando della loro condizione e lasciando a te la maggior parte dei compiti domestici. In Sudamerica per la maggior parte delle volte va cosi. Diversamente dalla norma, il maschilismo di mio padre non mi aveva mai impedito di fare qualcosa. Non ha mai preteso che mia madre pulisse in casa, primo perché lui stesso era ossessionato con la pulizia, secondo perché non ha mai vissuto con noi.
Il suo maschilismo si trasmetteva nel modo in cui trattava le sue fidanzate e nella sua aggressività come padre, la stessa che aveva subito da suo padre. Mia madre mi disse che quando mio padre era piccolo mio nonno in certe occasioni lo legava alla sedia per non farlo giocare fuori a pallone. Non ebbe una infanzia facile come d’altronde quasi nessuno della sua età in quegli anni.
La sua generazione era stata cresciuta da madri e padri cresciuti a loro volta da una generazione che aveva totalmente interiorizzato la violenza come metodo di educazione. Non solo schiaffi o sculacciate erano sinonimo di disciplina, in molte case c’erano anche i castighi abituali.
Mio padre inoltre proiettava le proprie frustrazioni e desideri di successo personale attraverso me che ero la primogenita, diceva che avrei dovuto laurearmi e mi picchiava e derideva con insulti se prendevo brutti voti in matematica.
A differenza di suo fratello che era diventato un medico e che di certo non avrebbe mai avuto la minima intenzione di emigrare, mio padre non era riuscito a finire l’università e questa cosa con il passare degli anni iniziava a pesargli molto.
Ma la violenza non educa, la violenza genera violenza e danneggia l’autostima. E per quanto certe cose sembrava le facesse per il mio bene, il suo atteggiamento non faceva altro che distruggere e impaurire il mio io in crescita. Con il passare degli anni quella paura rimane con te, tutto ciò che accade nella ti vita ti lascia un segno. Non sono traumatizzata, l’ho superato, ma quello che ho vissuto l’ho vissuto e non posso farci niente.

En la calle son el Che en la casa Pinochet

Il numero di gruppi di uomini che bevono birra nelle strade e nei bar del Sud America è sorprendente. Dove sono le donne delle classi popolari? A lavorare, come sempre, sotto la doppia oppressione del capitalismo e del patriarcato. Questa base culturale era intrinseca in mio padre e riaffiorò fortemente in lui molti anni dopo.
Il maschio sudamericano non ammette mai di aver sbagliato. Non solo ha ragione, ma crede di avere il diritto di avere ragione.
Mio padre diventava sempre più sessista, eppure una volta lo vedevo come il mio eroe. Perché lui aveva tutte quelle caratteristiche che io reputavo belle, con i miei occhi da bambina vedevo in lui quel punto di riferimento che non vedevo in mia madre. Con lui potevo parlare di storia, di musica e libri, fare lunghe conversazioni sulla vita tra padre e figlia. Lo vedevo come un leader e apprezzavo la sua curiosità nel voler sempre imparare. Era lui che prendeva le decisioni, mia madre non lo faceva mai.
Lui era stato cresciuto in un mondo in cui l’unico modo per farsi valere era combattere, mentre per mia madre il silenzio era l’unico riparo.
A lui non era mai stato chiesto di sorridere nelle brutte giornate in cui manderesti tutti a quel paese, nessuno lo aveva toccato in modo inappropriato facendogli odiare il suo modo di apparire nel mondo. Il patriarcato gli aveva offerto la possibilità di lottare, mentre a mia madre era stato offerta come unica salvezza quella di essere resiliente.
Per questo per anni ho visto solo il silenzio di mia madre come un sinonimo di indifferenza. La sua non partecipazione, il suo scarso interesse. Forse è anche una questione di carattere, mi dicevo, non sapevo che in tutto ciò c’erano i fili sottili, quasi invisibili, che guidano le gerarchie del sistema sociale.

Ho iniziato la mia preadolescenza in una Milano multiculturale in cui nessuno dei miei compagni delle elementari veniva picchiato o deriso dai propri genitori.
Ero piccola e sapevo bene che non potevo condividere con nessuno le mie tragedie. Quando vedevo come si risolvevano i problemi in altre case, sentendo le punizioni dei miei compagni, ho iniziato a capire che vivevo in una realtà diversa.
Le punizioni corporali sono state normalizzate là dove i miei genitori sono cresciuti, e se non avessi avuto compagni di classe con cui confrontarmi anch’io avrei probabilmente normalizzato la violenza. Per come la vedo ora se un genitore picchia suo figlio, quando nessuno degli altri genitori lo fa con i propri, il bambino lo vedrà come un segno di abuso. Se un genitore picchia suo figlio e in tutta la sua vita conosce solo una famiglia che non pratica punizioni corporali, sarà più raro che il bambino si consideri abusato.
Sono state solo quattro le volte in cui decisamente mio padre ha perso il controllo, in mancanza di un termine migliore. Una di quelle quattro volte appena se ne andò di casa chiamai mia zia in un disperato bisogno di aiuto, e lei mi venne a prendere in macchina. Rimasi qualche giorno da lei, ogni sera insieme all’altra mia zia mi mettevano una pomata sulla schiena, la cintura con cui mio padre mi aveva picchiata me l’aveva lacerata. Supplicai di trasferirmi da loro a Sesto e dopo tre giorni di pianti e consolazioni, quando mio padre si presento in casa loro per riprendermi, le mie zie mi costrinsero a chiedergli scusa. Nonostante tutto si era creato uno scenario in cui la colpa era mia, ma io sapevo che non lo era affatto.

Il problema dell’essere picchiata era che la paura era peggiore dei colpi stessi.
Sembra assurdo ed eccessivo che la frusta sia state la risposta date a una bambina, non ero neanche così ribelle. Sento che la mia ribellione, se la si può chiamare cosi, è nata nell’adolescenza come una risposta a tutto questo. Sento che è anche diventato un incentivo a uscire di casa appena maggiorenne.
Dal punto di vista di mio padre picchiarmi come metodo di correzione nella preadolescenza avrebbe forse evitato che diventassi quell’incontrollabile adolescente femmina che lui tanto temeva.
Per lui se mi comportavo male sfidavo l’autorità dei miei genitori, e i padri patriarcali difendono la loro autorità con la ferocia di un monarca. L’incubo di ogni padre autoritario è diventare un genitore morbido e impotente di fronte alle sfide del proprio figlio.
Eppure lui si vantava sempre di essersi integrato meglio di mia madre visto aveva comunque amici italiani con cui faceva cene e si era reiscritto all’Università Statale di Milano, nonostante la sua età. Ma dentro le mura di casa trascinava quel regime di maltrattamento fisico e psicologico della sua infanzia.

L’altro giorno leggevo le testimonianze raccolte da Lydia Cacho incentrate sulle cicatrici emotive che l’educazione patriarcale ha lasciato sugli uomini. 
Leggendo non ho potuto fare a meno di fare un paragone con ciò che è stata la mia infanzia.
Le testimonianze descrivono ciò che il sistema patriarcale porta dentro le mura di casa, dove si vede un padre forte al centro del potere. Molti dei figli accusano le madri per non averli difesi. Le raccontano come madri sottomesse o in alcuni casi complici, è cosi che nasce questo risentimento e rabbia nei loro confronti, è la tecnica della violenza sessista. L’uomo è colui che ha i soldi, può divertirsi, godersi la libertà fuori casa e il figlio vuole essere come lui. La vita della madre, anche se è una donna che ha due o tre lavori, è quello della maternità e della fatica e ai figli non piace quella vita. Pensano che sia una forma di schiavitù, non vogliono dedicarsi alla cura degli altri senza tempo libero; è molto meglio essere un uomo. Ma allo stesso tempo sentono che la madre ha il potere affettivo ed emotivo e quindi che dovrebbe proteggerli in quell’universo, ma non sono in grado di capire che non c’è potere contro la violenza.
So che quando ho vissuto la rabbia di mio padre mi aspettavo che mia madre mi soccorresse e non capivo che lei era un’altra vittima.

Ciò che resta da capire

Più passa il tempo più mi rendo conto che tutte le mie insicurezze nascono dall’abuso verbale e fisico di mio padre, mentre tutte le mie carenze dal non-supporto di mia madre.
Mi stavo aggrappando a scelte e a cose peggiori nella vita, ma ho iniziato a leggere e ho scoperto il femminismo radicale. Se penso che io volevo solo dare un nome alle cose e invece sono finita per interrogarmi nuovamente su tutto.
Nonostante la mia mancanza di coraggio mi abbia impedito di capire, portandomi ad arrendermi e a non cercare il cambiamento, ho comunque affrontato le conseguenze del fatto di essere cresciuta con una madre anaffettiva e un padre a tratti violento.
Combatto contro la mia misoginia interiorizzata che mi porta ad addossare la colpa a mia madre per il fatto di non essere stata in grado di intervenire e di avere permesso che mi accadessero tante cose brutte, a me e a mia sorella come a se stessa. Per il fatto di non essere stata capace di essere quell’esempio di donna leader e madre affettuosa che io avrei voluto tanto, e per tutte le altre carenze affettive che sembrano incolparla e giustificarla allo stesso tempo.
Mia madre che non ha avuto una parola, un’iniziativa, una sola. Che ha subito tanto e fa spesso cose sbagliate, perché ancora una volta si affida alle persone a cui non dovrebbe affidarsi, perché sembra non imparare, perché poi mi accorgo di fare anch’io cosi e mi fa rabbia.
Forse qui è una questione di sentimento più che di rancore, voglio costruire quello che non c’è stato tra di noi nonostante il tempo sia passato e di quelle ferite rimarranno le cicatrici per sempre.

A mio padre dovrei dire che lo perdono e compatisco la sua sofferenza da bambino? Come perdonare le persone senza giustificarle? Come giustificare la cultura e in nome di che cosa? Come non fare confronti o farli in modo costruttivo? Forse questi sono gli enigmi più duri per me.
Il femminismo mi ha aiutato tanto a trovare alcune risposte, ma soprattutto a iniziare a farmi le giuste domande, perché voglio credere che si possa andare oltre.
Non ricordo quando sono diventata femminista, non è scontato dire che in parte lo sono sempre stata, certi comportamenti li ho rifiutati da quando ne ho memoria. Questa è stata la mia lotta per dare un nome alle cose, la vita attraverso il femminismo, il femminismo in generale.
Avrei dovuto scrivere su mio padre vendicando chi come me ha dovuto subire il peso di una cultura maschilista, nel mio caso la cultura peruviana fatta di contraddizioni a partire dal post-colonialismo, fatta di un finto matriarcato e di una finta idea di sinistra.
Molto spesso tendiamo a dimenticarci di cosa abbia creato il maschilismo in noi come donne, sembra solo che lo subiamo ma spesso non ci accorgiamo di come perpetuiamo inconsciamente nel presente le conseguenze della nostra infanzia. Noi donne siamo capaci di un discorso su noi stesse. Gli uomini attraversano la vita senza parlare di se stessi, immersi nel patriarcato. Ciò che apprendiamo durante l’infanzia si proietta nel nostro modo di vivere la politica e la cittadinanza. Spogliarmi da queste cose intrinseche che mi porto dentro, come la religione bigotta, gli insulti di mio padre e questa mia rabbia verso le donne che subiscono, è qualcosa che pesa molto e che mi stanca.
Ma quando la rabbia generata dalla consapevolezza muta in compressione, arriva un dolore liberatorio.











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