Sul sessismo (profondo)della lingua italiana

Sul sessismo (profondo)della lingua italiana

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LA TERRA 

Se qualche settimana fa avesse dovuto sorbirsi Sanremo 2021, la linguista Alma Sabatini si sarebbe rammaricata per molte cose, non ultima l’insistenza con cui una direttrice d’orchestra ha chiesto di essere chiamata direttore. Non credo però che si sarebbe costernata o disperata.

Da fine sociolinguista Sabatini sapeva quanto a fondo si ponga, nella lingua che ci è data, un principio androcentrico che organizza l’universo linguistico attorno a un parlante maschio. Sapeva quanto truccato sia il dimorfismo della lingua trecentesca/ barocca che parliamo, con le sue dissimmetrie grammaticali e semantiche. Conosceva dunque, palmo a palmo, il senso di immanenza e minorità a cui il femminile è destinato nel sistema della lingua, e conosceva le coloriture irridenti e prosaiche che gli agentivi femminili portano spesso in dote – giacché direttrice, ahinoi, fa rima con nutrice e con meretrice – non certo con procuratore. Ma Alma Sabatini sapeva anche che il potere delle pratiche discorsive che ci marginalizzano risiede nel loro passare inosservate, perché questo consente loro di produrre un effetto cumulativo a livello inconscio. E dunque Sabatini avrebbe forse persino ringraziato il direttore Venezi per aver tanto candidamente – e a reti unificate – messo a nudo gli effetti di quei costrutti, e per aver avventatamente risollevato la questione.  Certo, perché bisogna sollevarla la polvere se vogliamo toglierla da sotto al tappeto. Architetta, ingegnera, ministra probabilmente suonano male e fanno ridere. C’è asimmetria semantica, lo sappiamo.

La storia della semantica la conosciamo per forza, l’abbiamo vissuta sulla nostra pelle. E adesso, secondo voi, dopo millenni a incensarvi e a farci piccole dovremmo stare qua ad aspettare il vostro pregiato “riconoscimento semantico” e nel frattempo rispettare lusingate i vostri titoli nobiliari per linea patrilineare? Scordatevelo! Non collaboreremo! Non ci atterremo al vostro beneplacito! Noi vi accendiamo sotto al naso arricciato la miccia della sovversione femminista che no, non sta al suo posto. Storpieremo i vostri adorati agentivi maschili e vi inventeremo sotto al naso parole nuove che sarete costretti a trascrivere con malcelato disprezzo mentre noi ce la ridiamo. Io sarò poeta, e lei sarà architetta, avvocata, e se non vi basta una direttrice io sarò pure direttora. E poi sarò anche muratora e ingegnera e tutto ciò che vi punge lo sentirete all’infinito. E ve le spiattelleremo in faccia queste parole mentre storcete il naso soppesando come riconoscerci e come no. Perché sono agli sgoccioli i secoli in cui ci avete cancellato e ridotte al silenzio dietro al vostro maschile universale. Le desinenze le avete usate per metterci all’angolo: tanto peggio per voi, adesso i suffissi ce li inventiamo, finché sarete costretti a fare i conti con le parole con cui ci avete sommerse di nullismo e affogato di ridicolezze.  

W la poeta! W chiunque scoppi di fastidio! Noi qui rivendichiamo l’uso delle nostre armi sintattiche e il gioco insolente delle parole stonate, storpiate, irriverenti e incuranti del vostro riconoscimento.  Il suono di una discordanza vi sommergerà!  

PPPPRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR  (citando liberamente una meravigliosa Alessandra Pi.) 

IL CIELO 

C’è altro, ovviamente. Non c’è solo la terra, c’è anche il cielo. Non è solo questione di linguaggio inclusivo, come in una cartolina che deve ritrarre per benino tutti/e/*. La lingua rende una visione del mondo, certo, ma non è una riduzione in scala – perché una lingua non funziona semplicemente come una vetrina o una fiera dell’est. Una lingua fa anche un’altra cosa, assai più esoterica: innerva il contatto col sé, in chi parla. La lotta è sui corpi delle donne e ciò significa, precisamente, che essa comincia con alcuni atti di aggressione sulle loro psiche. “Proprio perché in italiano ogni nome deve avere un genere grammaticale, cioè deve essere maschile o femminile, questa caratteristica ha perso la sua funzione semantica o referenziale. Il maschile non marcato non ha alcuna relazione con la categoria extra-linguistica del genere sessuale, essendo una struttura puramente formale” tranquillizzava Giulio Lepschy nel 1988, per sedare il seme gettato da Sabatini – e spiace vedere un professorone che la fa così semplice.  Certo, alla desinenza maschile è conferita una valenza marcatamente neutra e puramente formale e tutta una serie di strutture morfologiche della lingua si mobilitano allo scopo. Ma niente di simile accade per la desinenza al femminile. E non è questione solo di maschile sovra-esteso (tra sostantivi), è qualcosa che accade più in profondità, in zone più protette e decisive della lingua, laddove operano i suoi elementi di maggior peso specifico: accade nella morfologia dei verbi. “Ieri ho lavorata tanto”. “Perché ieri sera non hai cantata?” “Per quante ore hai camminata?” 

Come vi suonano? È’ chiara la valenza puramente grammaticale di queste desinenze al femminile, vero? Ma, nella lingua che ci è data, la desinenza al femminile questa trascendenza se la può sognare, è appannaggio di altri. Per la desinenza al femminile resta, fondamentalmente, la funzione di segnalare il sesso femminile di chi parla. Oltre alla luna, le stelle e le maree, beninteso. E soltanto se non vi sono di mezzo ruoli di prestigio.  Così ridotta ad anomalia nella lingua, la desinenziazione al femminile è perfetta per ottenere una inesorabile estromissione della femminilità dal sé di chi, femmina, parla. E così la lingua registra, e nel contempo agisce, l’interdizione seminale che il dominio maschile ci rivolge, l’interdizione più profonda e nefasta, quella che le femministe della prima ondata, senza tanti discorsi, individuarono subito, con fiuto esatto e tempestivo: l’interdizione al “partire da sé”.  Perché, certo, è possibile, ma è più ardimentoso, partire da sé se la lingua con cui pensi, parli, scrivi e sogni derubrica a particolarità e/o a nota distintiva un tuo aspetto inerente e intrinseco.

Gli effetti di questa estromissione linguistica sono quelli precisamente voluti, psichici e comportamentali, amplificati dal suo accumularsi nell’inconscio (e nel corso delle generazioni.)  Abituate mediante l’uso linguistico a estromettere dal sé la propria sessuatezza le donne perdono la capacità e l’abitudine a disporne e a trascenderla, cioè a combinarla con il resto di sé, vivendola quindi più come un elemento normante, greve di precisi obblighi, piuttosto che come una risorsa e una libertà.  

Non ho mai potuto sopportare il pensiero di essere compresa sotto un concetto. Mi tiro indietro davanti agli atti che ricadono nell’essenza, non mi lascio definire. Io non voglio essere qualcosa, perché sono una donna, e voglio il cielo”.

È un pensiero tratto dai Cahiers notturni di Paul Valery, ma qui mi piace proporlo declinato al femminile, perché riecheggia l’atto alla base della pratica di autocoscienza. 

Elena Urru

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