Sesso, gender ed etnia: la razzializzazione della società postmoderna ovvero come cancellare le donne: un saggio

Sesso, gender ed etnia: la razzializzazione della società postmoderna ovvero come cancellare le donne: un saggio

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Il capitalismo delle piattaforme adotta a modo suo strumenti usati alla fine del secolo scorso da persone senza potere per far sentire la loro voce critica tramite forme di boicottaggio e proposte culturali alternative e trasforma in questioni etniche anche le tematiche di genere. Non solo distrugge la solidarietà di classe (tipica del capitalismo manifatturiero) trasformando le persone in utenti social dove uno vale uno e la ‘merce’ importante che producono sono dati personali, ma crea comunità essenzializzate come gruppo etnico: vedi per esempio la comunità queer e i transgender, che non sono più individui con una preferenza sessuale, ma un diventano un gruppo che pretende diritti e protezioni superiori e diversi a quelli degli altri. Ci proponiamo qui di dimostrare come il processo di etnicizzazione nei paesi anglosassoni e in particolare in USA, Canada e Gran Bretagna si sia diffuso anche nel resto dei paesi avanzati con la cultura del politicamente corretto e li abbia trasformati etnicizzandoli tramite la cultura della cancellazione che nell’area Lgbt+ si è estesa fino a giungere a un’occupazione legale e linguistica di territorio che tende alla cancellazione delle donne non solo dalla sfera pubblica ma, in prospettiva, anche fisicamente.

(Nota introduttiva: Il termine “razza”, che viene qui usato, si riferisce a categorie dei censimenti negli USA e in Canada e come categoria sociologica piuttosto vaga del parlare comune. In alcuni casi, come nell’afrocentrismo, il termine ha il valore biologico-politico tipico delle fonti del 19° e 20° secolo di quel movimento).

Introduzione

I concetti di etnia e razza non hanno lo stesso valore ovunque: grazie alle sue radici giacobine e al dogma dello stato nazione, la Francia ha sempre negato la diversità della propria popolazione e le stesse nozioni di etnia o gruppo etnico risultano sospette di razzismo, anche se la Francia ha assistito alla rinascita di etnie interne e movimenti regionalisti (bretoni, baschi, occitani e corsi), oltre all’insediamento di una robusta popolazione di origine immigrata che sta reclamando a gran voce, soprattutto i musulmani, il riconoscimento della propria identità (cfr. il dibattito sul velo). Sempre a ruota dei francesi, anche in Italia, con molto ritardo, stiamo prendendo in considerazione queste tematiche, ma con mal di pancia anche peggiori. Le società anglosassoni invece accordano volentieri uno statuto ufficiale alla differenza etnica e razziale: negli Stati Uniti, la cui popolazione è il risultato di massiccia immigrazione, i problemi pratici e scientifici posti dalle relazioni interetniche e interculturali sono oggetto di continuo studio e dibattito da tempo. Ancora diversa la situazione, per esempio, di Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda, dove il dibattito sul razzismo non deve scontare il peccato originale della schiavitù afroamericana e che, d’altra parte, hanno delle robuste e assai militanti minoranze etniche.

Melting pot, razza, etnicità e multiculturalismo

La nozione di etnia risale all’uso che gli antichi greci facevano del termine ethnos, che corrispondeva a una categoria politica fluida e, in qualche modo, peggiorativa contrapposta alla connotazione individuante e positiva di polis. Ethnos designava sia i greci che non erano organizzati in villaggi (per esempio i pastori), sia i “barbari”, coloro che non parlavano la lingua greca. Ethnos e ethnikos, nel greco cristiano significava “pagano”. Ethnicity appare nella lingua inglese nel 1972, ma l’aggettivo “ethnic” dalla metà del 19° secolo comincia ad assumere caratteristiche “razziali”. Dopo il 1945 diventa un modo educato per riferirsi a italiani, irlandesi, ebrei e altri “bianchi” di origine non anglosassone, considerati socialmente inferiori rispetto alla classe dominante identificata con l’acronimo WASP (White Anglo-Saxon Protestant) che appare negli anni 1970 contemporaneamente alla nuova politica linguistica del movimento nero più militante (per esempio l’uso del termine black al posto dei precendenti negro o nigger che diventano parole proibite, oggi identificate con l’eufemismo N-word = parola con la N).

Alla fine degli anni Settanta era diventato di moda, tra l’intellighenzia di Manhattan essere “ethnic”: è il trionfo dell’hyphenated American, l’americano con il trattino, come italo-americano, afro-americano, ecc. contro il melting pot, il crogiolo assimilazionista e omogeneizzante che era stato propagandato come meta agli immigrati di più o meno recente immigrazione e alle associazioni per la gente di colore. Ancora nel 1968 i ministri del culto neri rifiutavano il concetto di razza sostenendo che Dio aveva creato una sola razza, la razza umana, ma già nel 1973 si usava il termine “gruppi etnici” per descrivere i neri e gli altri. Durante gli anni Sessanta l’esistenza del movimento politico nero, da quello per i diritti civili alle Pantere Nere, provocò il passaggio dei neri da “razza” a “etnia” e ciò, di converso, causò l’etnicizzazione dei bianchi, degli asiatici e dei nativi americani.

Secondo molti antropologi, la parola “razza”, come termine biologico, non si applica alle popolazioni umane e gli scienziati sociali trattano le razze come categorie sociali o culturali. Secondo la mentalità popolare dei bianchi del Sud degli USA, la “razza nera” era considerata non un gruppo, ma solo una collezione di individui, che erano tutti presunti biologicamente simili. La sostituzione del termine “razza” con “gruppo etnico”, o etnia, trasforma un aggregato di individui in una comunità morale con interessi condivisi. Tuttavia gli immigrati europei dell’Ottocento e del primo Novecento vennero classificati con un vocabolario razziale da quelli che già vi risiedevano e i concetti di razza ed etnicità si sono intrecciati all’interno sia delle concezioni popolari che di quelle dei sociologi. Mentre l’etnicità diventava più di moda nei circoli accademici americani e nell’opinione pubblica generale e un numero maggiore di persone la vedeva come un aspetto positivo della propria personalità, dopo la Seconda Guerra Mondiale il concetto e il termine “razza” diventavano sempre meno accettabili socialmente. Si assisteva così al fenomeno di de-biologizzazione della “razza”, dove gli aspetti fenotipici (“razziali”) di un gruppo etnico venivano sottolineati come mai prima, ma ancorandoli e facendo soprattutto appello agli aspetti “culturali” della “razza”/etnia (chi non ricorda il taglio afro dei capelli di Angela Davis o il vestirsi con i costumi tribali) anche attraverso la critica e l’uso di lessico specifico (l’aggettivo black per esempio) che gettò le basi per il successivo linguaggio politicaly correct.

Il concetto di melting pot, come modello di interazione tra le minoranze etniche e la società statunitense, fu messo a dura prova già dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, quando gli americani di origine tedesca numericamente maggioritari nella popolazione USA, furono costretti dalla ferocia della propaganda antigermanica a denazionalizzarsi e a sommergere la loro identità a tal punto che ancora oggi sono probabilmente l’unico gruppo che non è hyphenated. Il concetto di melting pot resistette fino agli anni Sessanta quando il multiculturalismo lo sostituì quale paradigma più consono alle dinamiche degli Stati Uniti della fine del 20°sec.

Identità etnica à la carte

Negli Stati Uniti e in Canada (in misura sempre maggiore) l’identità etnica può, per certi versi, essere opzionale: se una persona vuole stare all’interno di una identità etnica, ovviamente deve avere degli antenati di quella identità, ma se gli antenati appartengono a identità diverse, può legittimamente assumere quella che preferisce. Naturalmente la scelta sarà influenzata da fattori esterni, come la stima sociale che ha una certa etnia e le circostanze individuali. Qualcuno può anche insistere sul possesso di più di un’identità etnica. Secondo l’opinione popolare ci sono però delle limitazioni alla scelta dell’etnia: infatti, una persona non può cambiare totalmente la sua identità etnica, può solo optare all’interno di una scelta limitata, perciò il solo modo per cambiare identità assumendone una a cui non si ha titolo è di “passare” (to pass), compiere una “transizione”, cioè fingere di essere chi non si è. Questo è il solo modo per cambiare il proprio status razziale, una realtà per la quale non c’è rimedio. Vale la pena di notare che il termine per “passare” di status razziale (to pass) è lo stesso che si usa per “passare” (cambiare) di sesso.

Al termine degli anni 1970 comparvero conflitti e rivendicazioni qualificati come “etnici” sia nelle società industriali che nel cosiddetto Terzo Mondo, conflitti che, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e del blocco socialista negli anni 1980, diventano di particolare visibilità. Mentre nel periodo precedente il gruppo etnico era percepito in concorrenza con la nazione, dagli anni ‘80 si impone sempre più l’idea che il gruppo etnico sia in concorrenza con la classe. L’esplosione di conflitti etnici (Ruanda, ex-Yugoslavia, Kossovo, Ex Repubbliche Sovietiche, Timor Est, Uiguri, Kurdistan, conflitti tra Sunniti e Sciiti, Etiopia/Eritrea, ecc) crea l’impressione che l’etnicità sia un fenomeno essenzialmente contemporaneo, legata alla globalizzazione favorita dal sistema internazionale di comunicazione; in realtà dopo la caduta del muro di Berlino l’etnicizzazione mediatica delle guerre locali e a bassa intensità ha imposto una chiave di lettura dei conflitti in base a categorie sociologiche etniche invece che economiche come avveniva in precedenza da più di un secolo. Con la caduta dell’URSS e la disgregazione dei partiti comunisti occidentali il termine marxista leninista “classe” viene considerato obsoleto e di fatto abbandonato dal dibattito politico mainstream anche perché, col nuovo modo di produzione e il capitalismo delle piattaforme, diventava sempre più difficile definire cosa fosse il proletariato e i confini della classe operaia.

Paradossalmente in Italia uno dei primi promotori di questa sostituzione fu il segretario del PCI Enrico Berliguer. Nel suo famoso discorso del 1981 egli sostituì il concetto di lotta di classe con quello (cattolico) di questione morale, cancellando così le categorie economico sociali marxiste e sostituendole con quelle etiche. Il proletariato definito da Marx e Lenin venne scalzato da categorie sociologicamente fumose come “gli umili”, “gli ultimi” prese direttamente dall’interclassismo della chiesa cattolica, la lotta di classe si trasformò in una lotta alla corruzione e al crimine e il partito comunista, l’avanguardia organizzata della classe operaia secondo la teoria marxista leninista, venne “etnicizzato” tramite il concetto della “differenza antropologica”, che definiva i politici comunisti come geneticamente immuni alla corruzione.

Si noti bene che il concetto di “differenza antropologica” di Berlinguer si basa sull’antropologia fisica: in sostanza l’etnia “Comunisti” si rifà a categorie etiche che diventano “fisiche”, ovvero fenotipiche, e che, pertanto, diventano significanti razziali, il che è messo in luce dalla frase incriminante “essere/avere nel proprio DNA [una qualche caratteristica morale o politica]”, espressione ripetuta dalla sinistra come un mantra a proposito e a sproposito. Tuttavia se una qualche qualità “etica” ha la caratteristica di “essere nel DNA” di un certo gruppo umano, in questo caso dei membri del partito (PCI à PD), essa permette di separare “fenotipicamente” quel gruppo dal resto dell’umanità ovvero è una caratteristica che, nella categorizzazione pre-1945, avrebbe definito una “razza” (e infatti nella letteratura nazista gli ebrei, gli zingari e in generale gli untermenschen erano definiti non solo attraverso caratteristiche “razziali” fisiche, ma anche “morali” e lo stesso valeva per gli “ariani”).[1]

Il partito diventa un’etnia che si organizza avendo come fulcro non più le tradizionali categorie sociali ed economiche marxiste leniniste, ma i concetti etici interclassisti che basano la giustificazione per la presa e la gestione del potere sull’“essere diversi” dei comunisti, sui buoni sentimenti morali che “sono nel DNA” del PCI (dei PdS, dei DS e infine del PD). Sia ben chiaro che l’etnicizzazione di un partito o un movimento politico non è in contrasto con il multiculturalismo, anzi, ne è corollario essenziale: in una società multiculturale ogni gruppo etnico mantiene la sua connotazione e difende la sua zolla di potere cercando in tutti i modi di ampliarla a spese degli altri in una continua “turf war” che può anche diventare armata, oltre che legale, accademica e mediatica.

L’esponente del capitalismo delle piattaforme ‘de’ noialtri’e teorico del grillismo, Gianroberto Casaleggio, proprietario della piattaforma Rousseau, esplicitamente dichiarava come ispirazione il discorso di Berlinguer del 1981.

La Nazione Nera

Il paradigma dominante delle relazioni razziali tra gli anni 1930 e i primi anni 1960 fu quello della teoria dell’assimilazione che alla fine degli anni 1960 fu sostituito dalla teoria del colonialismo interno, propugnata dai movimenti del Black, Brown e Red Power alla fine degli anni 1960 e 1970, poi rimpiazzata nei decenni 1980-90 dalla teoria della formazione razziale (racial formation). Richiamandosi alle teorie sulla nazionalità di Stalin, nel 1948 Harry Haywood (Haywood 1978) scrisse che i neri americani erano “una nazione dentro una nazione”. La “patria” storica della nazione nera era identificata con aree della Cotton Belt del Sud degli USA, a prescindere da qualsiasi considerazione storica reale. Il PCUSA (Partito Comunista USA) teorizzava la doppia oppressione, di classe e di nazionalità, degli afroamericani nel contesto della storia americana, dove la Ricostruzione post Guerra Civile non riusciva a riconoscere il “diritto all’autodeterminazione” del “popolo” afroamericano. Nel dopoguerra la questione della “nazione nera” non ottenne più la popolarità che aveva prima, ma riemerse negli anni 1960 insieme alle altre “questioni nazionali” degli indiani, degli asiatici e dei chicanos (non dimentichiamo, comunque, che il movimento dei braccianti chicanos in California si chiamava ”La Raza”). A metà degli anni 1970 la prospettiva marxista sulla stratificazione razziale riemerse con gli economisti marxisti Baran e Sweezy (1966) che tuttavia evitavano la questione dell’oppressione nazionale, mentre altri teorici marxisti come Blauner (1972) e Barrera (1979) sviluppavano un paradigma neomarxista sul “colonialismo interno” per spiegare la situazione razziale negli USA. Per molti aspetti il “colonialismo interno” si può considerare una variante della teoria della “nazione oppressa” sviluppata da Franz Fanon e Malcolm X. In ogni caso, con il declino del militantismo armato alla fine degli anni 1970 anche l’analogia coloniale perse forza.

L’opera più influente degli anni 1980-90 sulla costruzione sociale della “razza” è stata Racial Formation in the United States di Omi e Winant (1986, 1994) che affermarono il primato o addirittura l’esclusività della “razza” come unico criterio di unità o di costruzione di coalizioni in reazione ai progetti neoconservatori e neoliberal di eliminazione del concetto di “razza” dai discorsi teorici e politici. Caratterizzando lo Stato come razziale, essi liquidavano la classe, il genere e altre dimensioni dell’egemonia (in senso gramsciano) dello Stato.

Una delle ironie del coinvolgimento positivo del governo federale nei diritti civili nell’ultima parte del 20°secolo è che uno degli strumenti principali per l’applicazione dei diritti civili è stato un sistema di classificazione razziale che ha anche operato a legittimare l’idea che la “razza” sia una categoria che ha senso. Eliminare pertanto, da un momento all’altro, la classificazione razziale federale danneggerebbe il monitoraggio dei diritti civili e disferebbe decenni di sforzi di politiche antidiscriminatorie federali. Analogamente, come vedremo, eliminare la classificazione per sesso in favore di un fluido concetto di genere, danneggia o impedisce il monitoraggio dei diritti civili delle donne (per esempio facendo saltare le serie storiche di una determinata statistica), l’avanzamento delle pari opportunità e le politiche di women’s empowerment in generale e falsa le statistiche riguardo i femminicidi e le violenze sessuali e domestiche contro le donne e i bambini. Un tragico esempio di ciò si è avuto nel programma Women Who Abuse mandato in onda dalla BBC Radio 4 il 24 gennaio 2021. Il programma denunciava un aumento dell’84% dei crimini femminili di abuso contro i bambini tra il 2015 e il 2019. Fair Play for Women, un sito di Fact Checking dimostrava come questo aumento fosse una notizia “falsa” (fake) infatti l’aumento dei crimini contro bambini perpetrati da “donne” era solo tra l’1,5 e il 3%; tuttavia lo stesso sito faceva notare che i dati disaggregati per “sex” forniti dalla polizia non tenevano conto del fatto che oggi la polizia registra i crimini in base al genere autodichiarato e non in base al sesso biologico. Questo avviene anche quando il crimine è stupro come per i casi di carcerati maschi biologici autodichiaratisi donne (senza alcuna transizione ormonale o chirurgica) che, avendo ottenuto trasferimento in carceri femminili, hanno violentato delle carcerate femmine. Mentre alcune forze di polizia hanno detto di registrare se il criminale si identifica come transgender, queste informazioni non appaiono nelle statistiche criminali del governo, che fornisce solo le categorie maschio o femmina. Lo status di transgender è dichiarato solo se la persona è vittima di un crimine d’odio transgender. Il National Police Chiefs’ Council ha dichiarato che essendo il numero dei trangender bassissimo, nel totale della popolazione, questo criterio di raccolta dati non modifica sostanzialmente le statistiche nazionali. Questo è falso, infatti, poiché il numero delle donne che commettono crimini sessuali è molto basso, anche piccoli errori statistici hanno grande impatto sul risultato finale. Per chi fosse interessato nelle prigioni britanniche il 38% delle “donne” detenute come sex offenders (criminali sessuali) sono trangender ovvero maschi biologici (FPFW, 2021; e anche ripx4nutmeg 2021).

Afrocentrismo

L’afrocentrismo, termine coniato nel 1976 dal suo maggiore teorico, Molefi Asante (1988, 2007), si costruisce sul nazionalismo nero degli anni ’60 e sui teorici degli anni ’70 e ’80 ed è una scuola di pensiero che sostiene che l’identità afroamericana debba essere radicata nell’origine africana dei neri. I suoi teorici sostengono che le radici afroamericane sono da rintracciare non tanto negli schiavi trasportati in America dopo il 16° secolo, ma tra i faraoni dell’antico Egitto e della Nubia che, secondo loro, erano “negri” (intendendo con questo le popolazioni bantu e in particolare quelle dell’Africa centro-occidentale/Golfo di Guinea da cui provenivano i loro antenati), facendo appello alla pseudostoria del Vecchio Testamento sui “figli di Cam”, uno dei figli di Noè, (che era servita ai razzisti bianchi per dimostrare l’inferiorità dei neri e aveva trovato fortuna antropologica con l’invenzione di una “razza camita”) e sostenendo che le analisi del DNA che mostrano come i faraoni non sono “neri”, siano frutto di un complotto bianco-arabo. Tuttavia, fu solo alla fine degli anni ’80 che l’idea diventò popolare con l’esplosione della musica hip hop politicizzata, mentre i riformatori scolastici premevano per una revisione dei programmi basandosi sulle premesse pseudostoriche di cui sopra. Lo scopo principale dell’afrocentrismo è quello di incoraggiare l’orgoglio etnico come arma psicologica contro il razzismo, tuttavia spesso cadendo in un razzismo nero.

Uno dei testi afrocentristi più importanti è Stolen Legacy (L’eredità rubata) del 1954, scritto da G. G. M. James, che prese molte idee da Marcus Garvey, un afrocaraibico promotore del movimento Back To Africa (Ritorno all’Africa). Le frange estremiste afrocentriche promuovono l’antisemitismo virulento della Nazione dell’Islam di Louis Farrakhan, sostengono falsamente che gli ebrei dominarono la tratta degli schiavi, che i bianchi (il popolo del ghiaccio) sono inferiori ai neri (il popolo del sole) perché hanno poca melanina, che darebbe ai neri anche poteri extrasensoriali. Come metodo, ogni confutazione diventa un attacco razzista e ogni verità è soggettiva e creata da un’agenda politica, per cui non esiste una verità scientifica oggettiva. C’è da notare come gli africani recentemente immigrati negli USA in generale si dimostrano alquanto disinteressati a questi sforzi e sembrano disturbati dall’ossessione per la “razza” che hanno gli afro-americani che si identificano come i discendenti degli schiavi e che escludono dall’uso del termine afro-americano i nuovi immigrati neri dall’Africa che vengono identificati come africano-americani e sono oggetto di discriminazione nella comunità nera nel suo insieme.

Il turismo della diaspora comprende molti afroamericani che visitano il castello di Elmina (Castelo de São Jorge da Mina) in Ghana, uno dei circa trenta “castelli degli schiavi” o grandi fortezze commerciali costruite dai portoghesi sulla Costa d’Oro dell’Africa occidentale (oggi Ghana), lungo il Golfo di Guinea, sulla rotta Atlantica degli schiavi. L’attuale Ghana faceva parte di uno dei grandi regni africani che, dal medioevo in poi, fiorì con il commercio degli schiavi da vendere ai paesi arabi del Nordafrica e del Medio Oriente tramite mercanti arabi, cui in seguito si unirono commercianti europei. L’ironia della situazione vuole che i discendenti dei ghanesi che vendevano ad arabi ed europei gli antenati dei turisti afroamericani odierni facciano le guide al castello di Elmina. I turisti afroamericani pensano che i “castelli” “siano terreni sacri da non profanare”, e anche che “i castelli appartengano a loro” (Bruner 1996: 291,295) perché i loro antenati schiavi sarebbero stati imprigionati lì. Allo stesso modo, gli anglo-caraibici vanno nelle loro “terre ancestrali” nei Caraibi (non in Africa!), alla ricerca delle loro radici culturali in quello che sembra un pellegrinaggio secolare. Questo punto di vista, tuttavia, è quello degli “ospiti”: infatti, i ghanesi nativi chiamano i turisti afroamericani obruni (uomo bianco), termine che “etichetta gli afroamericani sia come bianchi che come stranieri” e i caraibici chiamano i loro ospiti “turisti neri”, “inglesi” o “stranieri” (in Busatta 2018:12).

Negli anni ’90 i curricula afrocentrici sono diventati operanti in molte scuole urbane da New York City a Portland, diffusi soprattutto nei distretti a maggioranza afro-americana. Per non alienarsi l’elettorato nero, però, alcuni membri del Consiglio delle Università dello Stato di New York, accettano la storia separatista afrocentrica (o nativa americana) definendola eufemisticamente basata su “conoscenze e tecniche non canoniche” e su “fonti di conoscenza non autorevoli” e molti musei applicano gli stessi criteri (ad esempio dando parità scientifica alle teorie dell’evoluzione e al creativismo).

A 40 anni dalla storica sentenza della Corte Suprema Brown v. Board of Education, molti afrocentristi predicano il ritorno alla segregazione razziale, sulla scia di Malcolm X, che promosse al Madison Square Garden una manifestazione insieme al Partito nazista americano a favore dell’apartheid negli USA. Negli anni 1980, con l’aumentare del peso dei Consigli dei genitori nella gestione della scuola, comincia a delinearsi una forma di culture war, un conflitto per il predominio dei propri valori culturali che possiamo considerare come l’inizio dei fenomeni attuali di cancel culture (call-out culture, doxing, haunting, hacktivism, internet vigilantism e woke). Ci possiamo mettere dentro anche il blackwashing, dato che il militantismo afro-americano ha influenzato lo stile militante di altre minoranze rumorose, sia etniche (latinos, amerindiani) che di genere (soprattutto lgbt+ e certe frange femministe), che però non godono di un trattamento ‘privilegiato’ nel discorso pubblico come l’opposizione bianco/nero a parte la recentissima opposizione donne/queer.

Da un lato, infatti, si cominciò a condannare come ‘razzisti’ autori come Mark Twain, dichiaratamente antirazzista e anticolonialista, perché usava una variante della parola ‘negro’ (dal latino niger, colore nero), tipica dei dialetti sudisti, parola che gli afroamericani usano tra loro e oggi in particolare i rapper, perché anche la lingua è stata razzializzata. Certe parole, infatti, possono essere usate solo da quelli di una “razza”/etnia (per esempio ‘rez’, abbreviazione usata dagli amerindiani per reservation), ma sono proibite agli altri, in particolare ai bianchi. Nato come tentativo politically correct per evitare il racial slur (parole razziste offensive di cui qui c’è una vasta lista https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_ethnic_slurs) nel linguaggio quotidiano e colto, il nuovo e pericoloso passo in avanti nella razzializzazione della lingua in contesto diverso dall’iniziale si manifestò quando Sherman Alexie (2000), allora celebrato scrittore nativo americano, polemizzò con Ian Frazier, una nota firma del The New Yorker, che aveva osato intitolare un suo libro sulla riserva Oglala Sioux di Pine Ridge, SD, “On the Rez”.

Dalla stessa linea identitaria deriva e sta sempre più imponendosi anche la tendenza per cui uno scrittore/trice bianco/a non possono più descrivere personaggi che non siano della loro “razza”/etnia. Invece lo possono ancora fare scrittori appartenenti a minoranze di colore, che possono descrivere i bianchi a prescindere, anche in modo estremamente offensivo e negativo,ecc. E’ cronaca che la poetessa olandese Marieke Lucas Rijneveld non potrà essere la traduttrice olandese della raccolta della poetessa afro-americana Amanda Gorman, resa nota dalla cerimonia di insediamento del presidente Biden, perché è “troppo bianca”, una decisione pudicamente giustificata affermando che sarebbe “troppo lontana dall’esperienza dell’autrice originale”.

Sesso , genere e identità di genere

Sesso, sex

L’etimologia della parola sesso viene attribuita da alcuni studiosi al greco τεκοs (tèkos) = generato, procreato, a sua volta dal verbo τίκτω (tikto) = generare, procreare, produrre, (da cui deriva anche la parola ostetrica) dalla radice PIE tak- (con la mutazione della t in s). Questa interpretazione etimologica valorizza l’aspetto procreativo del sesso. Altri attribuiscono l’origine della parola sesso al greco ἕξις (exis) = qualità, stato, condizione, poi trasformatosi in sexis o alla radice latina sec- del verbo secare = tagliare, separare, in senso più lato, distinguere (il maschio dalla femmina), entrambi questi etimi insistono sulla differenziazione di genere e la polarizzazione femmina-maschio. L’enciclopedia Treccani, tra le varie definizioni, afferma che sèsso è il complesso dei caratteri anatomici, morfologici, fisiologici (e negli organismi umani anche psicologici) che determinano e distinguono tra gli individui di una stessa specie, animale o vegetale, i maschi dalle femmine e viceversa. Sotto l’aspetto biologico, la distinzione del sesso si ha soltanto negli organismi a riproduzione sessuale o gamica (la quale consiste, tipicamente, nella unione di un gamete maschile con uno femminile): il sesso maschile è caratterizzato dalla produzione di gameti piccoli e mobili (spermatozoi), quello femminile dalla produzione di gameti di dimensioni maggiori per l’accumulo di sostanze di riserva (uova negli animali); gli organi in cui i gameti subiscono le fasi di maturazione si chiamano gonadi negli animali (testicoli nei maschi, ovarî nelle femmine) e gametangi nelle piante. In genetica, il sesso omogametico è quello che ha cromosomi sessuali omologhi (XX), e produce quindi gameti tutti uguali con una sola X; sesso eterogametico, quello che ha cromosomi sessuali eteromorfici (XY), e produce quindi due diversi tipi di gameti X e Y. Un altro significato di sesso è quello di apparato sessuale, cioè gli organi della riproduzione, e più in particolare l’organo genitale esterno, maschile o femminile. La parola sesso indica anche fatti e i fenomeni legati agli organi della riproduzione, soprattutto per ciò che riguarda i rapporti sessuali e più genericamente la vita sessuale, la sessualità. (https://www.treccani.it/vocabolario/sesso/). Analogamente l’inglese sex, che entra nella lingua nel tardo 14° sec., dal latino sexus, indica collettivamente lo stato di essere maschi o femmine, cioè il genere maschile o femminile. Il significato di “qualità di essere maschile o femminile” si registra dagli anni 1520; il senso di rapporto sessuale è attestato, nella lingua inglese, dal 1906, l’espressione sex appeal dal 1904 e quello di genitali dal 1938 (https://www.etymonline.com/word/sex).

Gender

gènere s. m. [dal lat. genusnĕris, affine a gignĕre = generare e alle voci gr. γένος (genos) = genere, stirpe, γένεσις (genesis) = origine, γίγνομαι (gignomai) = nascere. Nel Dizionario Etimologico Online si mette in risalto la parentela di genere con le parole greche γυνή (giné) = donna e γεννάω (gennao, lat. geno) = genero, partorisco (https://www.etimo.it/?term=genere). Tra i vari significati la Treccani indica “genere” come la categoria grammaticale esistente nelle lingue indoeuropee, semitiche e in molte altre famiglie linguistiche, alcune delle quali distinguono tre generi, maschile, femminile e neutro (per es., il latino, il greco, il tedesco, l’inglese), altre, come l’italiano e il francese tra le lingue moderne, soltanto due, maschile e femminile; la distinzione del genere, che solo in un ristretto gruppo di sostantivi è connesso con il genere naturale, si manifesta nella declinazione dei sostantivi, dei pronomi e degli aggettivi, e nell’accordo tra essi. Per estensione, con riferimento alla specie umana, la parola genere esprime il carattere maschile o femminile dell’individuo, anche in senso biografico, sociale, professionale, come nell’espressione identità di genere, con cui s’intende la costellazione di caratteri anatomo-funzionali, psichici, comportamentali che definiscono il genere in sé stesso e in quanto posseduto, accettato e vissuto dall’individuo nella storia familiare da cui proviene e nella società in cui vive. (cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/genere/). In questo senso il termine genere identifica il ruolo sociale accettato per un determinato sesso. Il termine gender (neutro) entra nella lingua inglese intorno al 1300, col senso di “genere, specie, classe di persone o cose che condividono certi tratti” dal francese antico gendre, genre = genere, specie, carattere (dal latino genus, generis = razza, famiglia, genere, rango, ordine, specie e anche sesso maschile e femminile, a sua volta dalla radice protoindoeuropea *gene- = far nascere, dar vita, con termini derivati che si riferiscono alla procreazione e ai gruppi familiari e tribali). Il senso di gender come “sesso maschile o femminile” è attestato in inglese dal’inizio del 15° secolo e, quando la parola sex ha assunto qualità erotiche nel 20° secolo, il termine gender è diventato il termine usuale per significare “sesso di un essere umano”, all’inizio solo in senso colloquiale o umoristico. In seguito, dal 1963 in poi, nella letteratura femminista, gender è usato in riferimento sia agli attributi sociali che alle qualità biologiche. In particolare il termine inglese gender (pl. genders) = genere, entrato nella lingua italiana e usato al maschile, indica la distinzione di genere, in termini di appartenenza all’uno o all’altro sesso, non in quanto basata sulle differenze di natura biologica o fisica, ma su componenti di natura sociale, culturale, comportamentale. Mentre le scienze sociali hanno un approccio al genere come un costrutto sociale, le scienze naturali indagano se, quanto e come alcune differenze biologiche nei maschi e nelle femmine possono influenzare lo sviluppo del genere negli esseri umani. Nella letteratura inglese, si è analizzata una tripartizione tra sesso biologico, identità di genere e ruolo sociale di genere.

Nel suo fondamentale articolo Transsexualism and Women: A Critical Perspective (1978) la filosofa femminista Marcia Yudkin riprendeva la domanda “Che cos’è una donna?” posta da Simone de Beauvoir ne “Il secondo sesso” (1949). Lo spunto per questo quesito veniva dalla richiesta di essere dichiarato “donna” da parte di un maschio biologico, che si era sottoposto a trattamento chirurgico e ormonale. La filosofa femminista Alison Jagger (1975:464) dava la seguente risposta: “Per me essere una donna è né più né meno che essere una femmina umana. Tutte e soltanto le femmine umane sono donne. Essere femmina ed essere umana sono le condizioni necessarie e sufficienti per essere una donna.” Per Yudkin la domanda a questo punto era: “Dopo la castrazione i maschi biologici sono da considerarsi femmine?” Ella dà risposta negativa dato che essi continuano ad avere il tratto primario maschile ovvero il cromosoma Y e non hanno le ovaie e solo alcuni tratti secondari appaiono femminili (seni ed eventualmente vagina costruiti con la chirurgia plastica e non funzionali e maggiore massa grassa, ma conservano voci più profonde e non hanno le mestruazioni). Considerando che essi pensano a se stessi come donne la Yudkin individua tre livelli di identità: il livello biologico (sesso), quello psicologico (gender) e quello sociale (ruolo sessuale). Dal punto di vista biologico il problema non sussiste: essi non sono femmine e pertanto non sono donne. Dal punto di vista sociale a ogni sesso è associato un certo comportamento che identifica il genere maschile o femminile e degli indicatori che lo rendono manifesto al resto della società (abiti, pettinature, tono di voce e gestualità, tipo di linguaggio usato, ecc.). Gli indicatori sono costruiti storicamente e socialmente e variano nel tempo e nelle società e pertanto “l’identità di genere di una persona è indissolubilmente legata all’atteggiamento verso le idee prevalenti sulla femminilità o mascolinità” (Yudkin 1978:100). Poiché le persone transessuali sentono che la loro identità di genere contrasta con la loro identità biologica, “dobbiamo definire la loro identità di genere come identificazione con il ruolo sessuale (e le norme di comportamento appropriato, i sentimenti, le preferenze ecc) che è in contrasto con il loro sesso biologico” (ibidem). In sostanza dopo aver esaminato molte biografie di transessuali M2F (M2F = male to female = maschio àfemmina = transgender women) dove venivano continuamente ribaditi sentimenti come ‘mi piacevano i bei vestiti da ragazzina, le scarpe e la biancheria intima, i gioielli, i cosmetici, ridacchiare di stupidaggini, ecc.,’ la Yudkin constata che i transessuali M2F si identificano con gli stereotipi del ruolo sessuale femminile (cfr. anche Raymond, 1977) dimostrando così la potenza degli stereotipi di genere. Straordiariamente, fa notare la Yudkin, le donne e lei stessa non si sono mai identificate come “donne in un corpo da donna” (Yudkin 1978:103), come si dovrebbe fare secondo la versione transessuale della identità di genere come realtà interiore (self ID), ma semplicemente come persone. Dal punto di vista degli stereotipi di genere i transessuali M2F sono molto più “donne” delle donne stesse, constata la Yudkin, perché si identificano con forza con lo stereotipato ruolo sessuale femminile storicamente e socialmente determinato dal patriarcato. Un esempio lampante dell’adesione agli stereotipi di genere si ha nel diverso trattamento dei gay e dei trans nella Repubblica Islamica dell’Iran: i gay (che non rientrano negli stereotipi di genere) vengono impiccati ai ganci delle gru in piazza, ai trans (che aderiscono allo stereotipo femminile e/o degli eunuchi, una tradizione onorata nel tempo nei paesi islamici) viene offerta la transizione di genere completa negli ospedali.

Se la rivoluzione femminista riuscisse a distruggere i ruoli sessuali storicamente determinati, non ci sarebbe più il problema del transgenderismo. E’ straordinario come l’articolo della Yudkin sia tanto preveggente e significativo dopo tanti decenni; tuttavia quando ella scriveva le transgender F2M (F2M = female to male = femminaàmaschio = transgender man) erano pochissime e prive di voce all’interno del movimento trans. Notiamo oggi invece una doppia contraddizione: da una parte vi è invece una pressione estremamente forte da parte dei rappresentanti istituzionali (servizi sociali, scuole, ONG, media e social media, partiti politici, medici, psicologi e big pharma) per trasformare in F2M le bambine che, prendendo coscienza della differenza di potere tra i ruoli sessuali, si sentono a disagio con la loro mancanza di potere e pertanto con il ruolo donnesco, cercando di cancellare di fatto il movimento lesbico, dall’altra favorendo i trans M2F, gli stessi organismi di potere spingono per una cancellazione dei diritti e degli spazi fisici, politici e legali femminili conquistati in due secoli di lotte. Generazioni di ragazze hanno letto e si sono identificate nei personaggi di Piccole Donne di Louise May Alcott, abolizionista e suffragetta americana, in particolare con la protagonista Jo March a cui lo stereotipo femminile stava più che stretto. Oggi, in base al totem dell’identità di genere, la povera Jo rischiava di venire inviata dalle istituzioni a subire un trattamento di bloccanti ormonali in vista del passaggio chirurgico per trasformarla in “uomo” e anche il buon Theodore “Laurie” Laurence, il ragazzo della porta accanto, avrebbe corso il pericolo di ricevere attenzioni “chirurgo-ormonali” analoghe per la sua preferenza a stare con le ragazze March invece di darsi ad attività “maschili” con i suoi coetanei.

Cancel culture e Woke

La cultura della cancellazione cominciò con il call-out, il “richiamo” di certe persone per condotte o opinioni giudicate offensive e/o razziste o violente ( per es. #MeeToo nacque da una donna nera vittima di aggressione sessuale), ma con la nascita di Black Twitter tra il 2007 e il 2010 si è evoluto nel boicottaggio mediatico contro amministratori, celebrità o aziende, fino a diventare un vero linciaggio mediatico di persone vive o morte, dove l’accusa equivale alla condanna, l’umiliazione tramite scuse è obbligatoria se la persona è vivente, ma non salva dalla condanna e sono ignorate le circostanze della ‘colpa’ (per esempio la società di vari secoli fa in cui la vittima di cancel culture viveva). Un esempio evidente è la dichiarazione di colpa che Elena Marchesini fa per aver usato il termine disforia invece che “varianza di genere” nel suo libro Quando un bocciolo si sente gemma – Una favola per raccontare la disforia di genere: “Mi dispiace, non volevo creare alcun dolore. Non è stato fatto volontariamente. Quando l’ho scritto non ero a conoscenza di questo cambiamento e me pento” (Ugolini 2021).

Woke è un termine che appare per la prima volta durante le elezioni presidenziali del 1860 a sostegno di Abraham Lincoln quando il Partito Repubblicano promosse il movimento Wide Awakes per opporsi alla schiavitù. Riutilizzato negli anni 1940, il termine è riemerso e deriva dall’espressione afroamericana “stay woke” = sii consapevole [di temi riguardanti la giustizia sociale e razziale]. Alla fine degli anni 2010, woke era stato adottato come un termine gergale più generico associato alla politica di sinistra, a cause progressiste o socialmente liberali come l’antirazzismo, i diritti LGBT+, il femminismo e l’ambientalismo. Il suo utilizzo diffuso dal 2014 è il risultato del movimento Black Lives Matter e dell’estrema sinistra dentro e fuori il Partito Democratico come gli Antifa. Ad esempio in Gran Bretagna, commentando sul Daily Express il crollo dei bastioni elettorali laburisti (il Red Wall) a favore di Johnson, Joel Day alla fine del 2020 titolava: “Il Labour preme per allontanarsi dalla ‘spazzatura woke’ mentre la classe operaia perde fede” [nel partito], contestando l’autoritarismo di questa ideologia e in particolare gli attivisti di partito. I militanti laburisti arruolati da Corbyn, laureati e liberals della classe media, scrive Day, guardano con imbarazzo ai valori della classe operaia e si sentono molto più a loro agio a occuparsi di diritti LGBT+, cambiamento climatico, i diritti dei migranti, identità di genere e Palestina.

Benché sia Obama che Trump abbiano condannato cancel culture e woke, solo Trump ha subito il deplatforming, con la cancellazione dei suoi account da Twitter e Facebook e due piccole piattaforme di social network e microblogging, Parler e Gab, frequentate da utenti per lo più conservatori sono state chiuse in un solo giorno da Google, Apple e Amazon che avevano deciso di rimuovere dai loro server l’app alternativa a Twitter (Santucci 2021). Il differenziale di potere tra il Presidente americano e le Grandi Piattaforme non poteva essere più evidente e ha cominciato a preoccupare anche parecchi giornali liberal e il Parlamento europeo, mentre cominciano ad accumularsi studi sulla censura delle opinioni conservatrici e anche semplicemente moderate in ambito accademico nelle università (cfr. Sciuto 2021) con conseguente appiattimento della ricerca. A tutti gli effetti le ultime elezioni americane sono state vinte, anche se di stretta misura e in modo opaco, da Sylicon Valley, dal capitalismo delle piattaforme (Uber addirittura esprime la vicepresidente Harris) contro il capitalismo manifatturiero rappresentato da Trump.

Capitalismo delle piattaforme e politica identitaria

Il capitalismo delle piattaforme adotta a modo suo strumenti usati alla fine del secolo scorso da persone senza potere per far sentire la loro voce critica tramite forme di boicottaggio e proposte culturali alternative e trasforma in questioni etniche anche le tematiche di genere. Non solo distrugge la solidarietà di classe (tipica del capitalismo manifatturiero) trasformando le persone in utenti social dove uno vale uno e producendo la ‘merce’ dati personali, ma anche crea comunità essenzializzate come gruppo etnico: per esempio la comunità queer e i transgender non è più un insieme eterogeneo di individui con preferenze sessuali, ma si metamorfizza in un gruppo che pretende diritti e protezioni superiori e diversi a quelli degli altri, comportandosi come un gruppo etnico secondo quella che nel 1992 il filosofo canadese Charles Taylor chiamava la Politics of Recognition (Politica del Riconoscimento) riferendosi al multiculturalismo e i gruppi etnici in Canada. Il nazionalismo queer (o nazionalismo gay), per esempio, è un movimento di emancipazione gay – lesbo basato sull’idea che gli omosessuali siano una “nazione” con cultura specifica, le proprie norme e tradizioni. In epoca relativamente recente ha trovato espressione negli anni 1990 nel gruppo radicale Queer Nation (cfr. The Queer Nation Manifesto 1990; Slagle 1995; Warner 1993; Stryker 2008), ma ha continuato a espandersi nei vari tentativi di creare uno stato-nazione per gli omosessuali, come nel 2004 quando un gruppo di attivisti gay australiani rivendicarono l’isoletta di Cato, creando il Regno Gay e Lesbo delle Isole del Mar dei Coralli (cfr Wikipedia) e la Gay Parallel Republic canadese (Deja News, The Discussion Network 1998).

I Gay Villages all’interno di molte metropoli occidentali presentano aspetti molto simili alla formazione dei quartieri etnici, con l’importante differenza che, mentre il quartiere etnico crolla di status e diventa di solito un ghetto o una banlieu, i quartieri gay mostrano un evidente processo di gentrificazione e diventano spesso un quartiere alla moda abitato prevalentemente dalla medio-alta borghesia LGBT+, per es. West Hollywood a Los Angeles, il Greenwich Village a New York, Soho a Londra o Le Marais a Parigi. Vale anche la pena di ricordare che, mentre i movimenti femministi hanno come caratteristica l’universalismo, i movimenti LGBT+ hanno come caratteristica il separatismo.

Il termine ‘politica identitaria’ si fa risalire, nel discorso politico, almeno agli anni 1970, quando nel 1977 apparve in un documento del Combahee River Collective, un gruppo femminista e lesbico afroamericano. I movimenti identitari promossi da ogni genere di minoranza, etnica, religiosa o di genere, di ‘destra’ e di ‘sinistra’, divennero importanti durante gli anni 1980, tuttavia il termine si rifà evidentemente all’identità etnica e nazionale studiata da scienziati politici e antropologi. Negli anni 1960 l’influente antropologo norvegese di scuola britannica Fredrik Barth (1964) aveva sostituito a una concezione statica dell’identità etnica una concezione dinamica, dimostrando come questa identità, come qualsiasi altra identità collettiva (e quella personale), si costruisce e si trasforma tramite processi di inclusione ed esclusione nell’interazione dei gruppi sociali, stabilendo dei confini (boundaries). I tratti di cui si tiene conto non costituiscono la somma delle differenze “oggettive”, ma soltanto quelli che gli attori stessi ritengono significativi. L’etnicità non rappresenta, quindi, un insieme atemporale e immutabile di “tratti culturali” trasmessi attraverso le generazioni. Questo concetto di auto-identificazione (self-ID) viene assunto in modo distorto dai burocrati estensori dei censimenti, in particolare negli USA, e si travasa nell’ideologia transattivista.

Il Censimento degli Stati Uniti riconosce sei categorie etniche: americani bianchi, afroamericani, nativi americani, americani asiatici, nativi hawaiiani, americani di due o più etnie. Secondo la Corte Suprema i latinos possono appartenere a qualsiasi “razza” purché ispanofoni e sono il gruppo etnico minoritario bianco più numeroso (13%) dopo i ‘bianchi’ non ispanofoni, che sono coloro che hanno origini in qualsiasi luogo dell’Europa, del Medio Oriente e del Nord Africa e nel 2010 costituivano il 79,5% della popolazione statunitense o il 67,4% escludendo i latinos. Dalla seconda metà del secolo scorso la società americana sembra basare gran parte della sua politica sulla dicotomia bianco/nero anche se in realtà gli afroamericani sono solo il 12,3% della popolazione. L’ideologia politicamente corretta e multiculturalista da un lato etnicizza ogni diversità, trasformandola in una comunità ‘etnica’ che pretende un riconoscimento di ‘diritti’ e, dall’altro, grazie alla globalizzazione, scardina le forme di organizzazione sociale del 19° e 20° secolo: lo stato nazione, le classi sociali, le organizzazioni sindacali e professionali, i partiti politici, il movimento femminista, i media tradizionali.

Un esempio patente di questa etnicizzazione o razzializzazione sta nel fatto che le politiche di “genere” vengono di forza inserite nelle politiche contro le discriminazioni razziali, cancellando in un solo istante il fatto che la differenza tra i due sessi passa attraverso ogni “razza” o gruppo etnico e che l’oppressione femminile è interna a qualunque divisione razziale o etnica. Un esempio di queste politiche di “genere” razzializzate si ha nella presentazione on line dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali italiano: “L’Ufficio per la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni fondate sulla razza o origine etnica (UNAR), sin dalla sua istituzione presso il Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, con D.P.C.M. 11 dicembre 2003, rappresenta in Italia un presidio di garanzia per l’attuazione della parità di trattamento e l’efficacia degli strumenti di tutela contro ogni forma di discriminazione fondata sulla razza e origine etnica, appartenenza religiosa, età, disabilità, orientamento sessuale e identità di genere [enfasi nostra], nonché un punto di riferimento per le potenziali vittime di discriminazione, per il mondo dell’associazionismo, per le istituzioni nazionali e locali.” (UNAR 2017) E ancora “Con questa pubblicazione, realizzata nell’ambito delle azioni previste dal PON INCLUSIONE 2014 – 2020, si intende fornire un contributo alla prevenzione e al contrasto delle discriminazioni nei luoghi di lavoro nei confronti delle persone LGBTI, mediante un utile strumento di supporto alle aziende messo a disposizione dall’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, al fine di veicolare l’inclusione e una positiva cultura della valorizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici LGBTI e la garanzia del rispetto dei loro diritti.” (ibidem). Facciamo notare che qualità chiaramente interrazziali e interetniche come l’età e la disabilità vengono anch’esse definite come entità etnico-razziali insieme al sesso e al “genere” (la catalogazione dell’appartenenza religiosa risente chiaramente delle leggi razziali anti-semite).

Nella politica identitaria ogni diversità viene puntigliosamente catalogata, per esempio ogni singola preferenza sessuale viene ‘riconosciuta’ nella sigla LGBT (LGBTQI+ fino a raggiungere oggi 53 identità di genere diverse) e, come nel censimento USA un individuo può auto-identificarsi e scegliere l’etnia, così nelle politiche di genere implementate dallo Stato una persona può identificarsi come crede. Traendo spunto dalla dicotomia bianco/nero, la dicotomia di genere si sta tuttavia spostando sempre più dalla dicotomia uomo/donna del movimento femminista della seconda metà del 20° sec. alla dicotomia tra donne biologiche/’donne’ autodefinite, cioè maschi trans che pretendono, con buon successo, di essere riconosciuti legalmente come donne.

In questo modo scivola nel buio l’analisi dello sfruttamento del lavoro riproduttivo della donna che il femminismo aveva rivelato come modello originario di ogni altro sfruttamento. Per lavoro riproduttivo si intende sia l’atto procreativo che il lavoro di cura o domestico che permette alla forza lavoro di tornare a vendersi sul mercato del lavoro. Di conseguenza, mentre da un lato si pretende che la biologia non conti, dall’altro si riduce la donna a un pezzo di carne da macellaio, a una persona con mestruazioni, con utero, con cervice oppure, come vedremo in seguito, a una non persona (non-man). Da un lato, è un ritorno alle teorie dell’isterismo in veste nuova, in quanto la donna è identificata dal suo utero (yster in greco) e dall’altro le donne biologiche (con doppio cromosoma X ovvero XX), pur essendo più della metà del genere umano, diventano una sottocategoria di una categoria ‘donna’ che comprende maschi biologici (con un solo cromosoma X e un cromosoma Y ovvero XY) che si auto-definiscono “donne” e hanno abbastanza potere sociale in confronto alle donne biologiche da far implementare coercitivamente questo riconoscimento tramite la legge.

Queer Nation e conquista del Lebensraum (spazio vitale) biologico, sociale e linguistico

In effetti, come l’etnonazionalismo e il nazionalismo in generale rivendicano l’allargamento del proprio spazio fisico avanzando pretese su territori in virtù di confini geografici come fiumi o montagne, o di avvenimenti storici, gruppi di persone parlanti la stessa lingua o praticanti la stessa religione ecc., così la minoranza afroamericana cerca di allargare la propria influenza tramite il blackwashing, l’uso di attori che impersonano personaggi storici o letterari europei come Lancillotto e Merlino della tradizione gallese, la tedeschissima regina Carlotta d’Inghilterra o l’inglesissima Anna Bolena (ma un attore non nero mai potrebbe interpretare Shaka Zulu, Mandela o Martin Luther King). E’ un’occupazione di spazio storico e letterario che riguarda solo i neri, ma non gli asiatici (dai cinesi agli indù passando per i coreani, i giapponesi, vietnamiti, filippini,ecc), che infatti criticano con vigore l’ipocrisia ‘color blind’ di Netflix e di Hollywood, dove gli attori strapagati sono solo bianchi o neri e dove la presenza asiatica non “conta” come quota etnica di “colore”. Le aspirazioni di frange di borghesia nera nazionalista/razzista e rancorosa vengono blandite trasformando in un certo senso gli afro-americani e afro-britannici in una minoranza vetrina (pet-minority, il concetto deriva dall’idea di Cuba, vetrina del comunismo, che nascondeva la realtà del sistema sovietico), a scapito delle altre minoranze, mentre non viene minimamente intaccata la condizione dei ghetti urbani stravolti dalla droga e dalle gang, né interessa ad alcuno la situazione degli africani in un continente massacrato dalle proxy wars, dalla continua e indisturbata esistenza della schiavitù e dal neocolonialismo cinese.

A sua volta, il nazionalismo “etnico” queer cerca di occupare spazi fisici occupando corpi biologici e spazi politico-sociali femminili e fa appello alla politica favorevole alla fluidità di genere per far approvare leggi coercitive che riducano lo spazio delle donne biologiche e dei movimenti femministi, e quindi il loro potere e i loro diritti, mentre ampliano gli spazi e il potere soprattutto dei maschi biologici che si auto identificano come ‘donne’ (le donne biologiche che si identificano come “uomini” di certo non scalfiscono minimamente il potere maschile). In un certo senso, si torna più indietro ancora delle concezioni cristiane di Maria come ‘vaso mistico’ e di concetti primitivi come quello di gruppi aborigeni australiani della donna come contenitore di spiriti bambini, per giungere, grazie alla tecnologia, alla donna come contenitore biologico di ovuli e sperma altrui, un contenitore a perdere che potrebbe in futuro essere sostituito da grembi artificiali (cfr. Kleeman 2021), o da trapianti di utero in maschi biologici queer (Jones et al. 2019). Non è dato sapere da chi vengano prelevati questi uteri, ma non è difficile immaginarlo, visto il contrabbando di organi e le fattorie per l’utero in affitto in molti paesi. Passiamo così dalla donna definita dalla sua funzione biologica di madre nel patriarcato tradizionale alla donna privata della sua capacità procreativa come elemento della propria identità psicologica ed emotiva, per diventare semplice organo, un utero da affittare o vendere a gente ricca.

Anche se il termine queen nel senso di omosessuale maschio effeminato o che si traveste esagerando le caratteristiche e gli stereotipi femminili si registra alcune volte tra il 1924 e il 1935, la parola appare con il rock degli anni 1970, ma è solo con gli anni 1990 che esso viene usato comunemente al di fuori della comunità gay. Il termine viene da queano quene, inglese medio per donna, donna di bassa estrazione sociale, dall’antico inglese cwene, donna, serva o prostituta, dal proto-indoeuropeo *gwen-che produce anche il greco ginè (γυνή), donna. Il senso del termine proto-germanico *kwoeniz (cf. Antico Sassone: quanwife”) sembra essere moglie, che si specializza in inglese come moglie di re (cfr. Etymonline).

Così cominciamo a vedere l’inizio di un progetto, per un lungo periodo ristretto nel mondo delle drag queen tra ambiente dello spettacolo e Gay Pride, ma che in seguito si allarga e si attrezza a conquistare fette di territorio linguistico e sociale. “Il mainstream oggi è assecondare il target (L)gbtq+. E’ l’indicazione alle aziende di Accenture che è una grande società di consulenza e marketing, e di molte altre società di quel tipo. Così Procter & Gamble ha deciso di eliminare dalle confezioni di assorbenti igienici il simbolo di Venere (♀), convenzionalmente usato per indicare il sesso femminile, perché discriminatorio nei confronti delle donne che si identificano come uomini e consumano quel prodotto. C’è stato un mailbombing transattivista in seguito al quale l’azienda ha deciso di adottare il nuovo packaging: «Ci rendiamo conto che non tutti quelli che hanno il ciclo e hanno bisogno di usare un assorbente, si identificano come femmina»” (Contri, in Terragni 2021), cioè sono donne biologiche che non hanno compiuto la transizione, ma che (non sempre consapevolmente) erodono lo spazio sociale e linguistico femminile.

Grazie all’autoidentificazione (self-ID) e, talvolta, alla transizione, i trans M2F occupano bagni, camerini di prova nei grandi magazzini, spogliatoi, palestre, ma anche rifugi per senza tetto, prigioni femminili, reparti ospedalieri, ecc., riservati alle sole donne. Nel 2021, con i Democratici americani, l’ideologia gender diventa in qualche misura la politica ufficiale del governo federale: poche ore dopo aver prestato giuramento, il presidente Joe Biden firmava un ordine esecutivo che concedeva ampi “diritti” che vanno a ledere conquiste secolari delle donne; infatti il 46imo presidente sta di fatto annullando lo sport femminile poiché l’ordine intende consentire agli uomini che si identificano come donne di competere negli sport femminili (qualsiasi istituzione educativa che riceve finanziamenti federali deve permettere l’accesso di atleti biologicamente maschi alle squadre femminili, borse di studio per donne, ecc). Le conseguenze richiederanno tempo per essere accertate, ma in alcune aree sono già evidenti, per esempio il diritto allo studio femminile legato alle borse di studio sportive femminili, le “quote rosa”, ecc. “Mi è chiaro da un po’ che il nuovo attivismo trans sta avendo (o probabilmente avrà, se tutte le sue richieste verranno soddisfatte) un impatto significativo su molte delle cause che sostengo, perché sta spingendo per erodere la definizione legale di sesso e sostituirlo con il genere.” (Rowling 2020).

In Canada la dittatura dell’identità di genere ha raggiunto un potere schiacciante ed è in grado di scavalcare i diritti fondamentali dei genitori e la libertà di parola. Il Canada ha adottato con entusiasmo il curriculum SOGI (Sexual Orientation & Gender Identity) e ai bambini di tutte le età viene insegnato che hanno un’“identità di genere” che è più significativa del sesso biologico. Molte di queste attività didattiche sono portate avanti all’insaputa dei genitori e senza il loro consenso. (Alessandrini 2021).

Nel mondo anglosassone e nei paesi nordici, sempre all’insaputa dei genitori, bambini/e e adolescenti sono indirizzati sempre più spesso al cambio di genere con ogni sorta di subdola pressione psicologica in un’età particolarmente critica dato che non solo non si è ancora formata una personalità matura psicologicamente, ma neppure si è ancora biologicamente sviluppata del tutto la maturazione cerebrale, cioè lo sviluppo del cervello umano nelle diverse fasce di età. Il cervello è un organo immaturo alla nascita e va incontro a intensi cambiamenti nella sua organizzazione e nelle sue strutture durante l’infanzia e l’adolescenza. La corteccia frontale e prefrontale, aree deputate alla razionalità, alla cognizione, alle funzioni sociali e al linguaggio, maturano intorno ai 25 anni. Queste regioni sono importanti in quanto bloccano le decisioni prese d’impulso sotto la spinta delle emozioni. L’ultima parte del cervello a cui lo sfoltimento sinaptico conferisce forma e dimensioni adulte, è la corteccia prefrontale, sede delle cosiddette “funzioni esecutive”: pianificazione, definizione delle priorità, organizzazione dei pensieri, controllo degli impulsi, valutazione delle conseguenze delle proprie azioni. In altre parole, l’ultima parte del cervello a maturare è quella coinvolta nella capacità di prendere decisioni ponderate e responsabili. (cfr. La maturazione cerebrale 2021). In sostanza, le istituzioni manipolano persone non ancora del tutto formate biologicamente e intellettualmente per imporre la transizione sessuale dall’alto, punendo i genitori che si oppongono (cfr Alessandrini 2021, il caso del padre canadese) e favorendo una generazione di persone con scarse capacità decisionali in modo più moderno e subdolo di quanto si fece con la lobotomizzazione dei bambini troppo attivi o “difficili” negli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso. Gli adolescenti e i bambini in cerca di aiuto in quanto vittime di depressione, ansia o disturbo di deficit dell’attenzione o autismo, di abusi sessuali, abbandoni genitoriali, omofobia da parte della famiglia o dei compagni di scuola. un tempo rischiavano di essere lobotomizzati, oggi queste gravi patologie, che possono includere anche la disforia tra i loro sintomi, sono spesso ignorate e non curate e la transizione viene considerata e proposta come panacea in grado di curare tutti i pazienti (Bell 2021).

Una generazione di servi incapaci di pensiero critico e decisioni autonome sta prendendo forma; questi soggetti cerebralmente e spesso anche fisicamente mutilati, sono soprattutto femminili visto che sono le bambine quelle che subiscono di più il fascino di una transizione, come scorciatoia individuale ospedalizzata dai dubbi risultati, che dovrebbe dare loro il potere maschile che non avranno mai.

A questo proposito è fondamentale la testimonianza di Keira Bell, una ragazza con un’infanzia travagliata che, all’età di 16 anni, fu convinta a cambiare sesso come panacea di tutti i suoi problemi e che in seguito ha iniziato una detransizione. Ella racconta: “In realtà ero una ragazza con un brutto rapporto con il proprio corpo, vittima di abbandono da parte dei genitori, isolata dagli altri, ansiosa, depressa, incapace di accettare il proprio orientamento sessuale. A 16 anni, dopo una serie di conversazioni molto superficiali con degli assistenti sociali, mi hanno somministrato dei bloccanti della pubertà. Un anno dopo, ho iniziato con le iniezioni di testosterone. A 20 anni, mi sono sottoposta a una mastectomia bilaterale. Arrivata a quel punto, avevo una struttura fisica più mascolina, la barba, e una voce e un nome da uomo […] Più andavo avanti nel mio percorso di transizione, però, più mi rendevo conto che non ero un uomo e che non sarei mai potuta diventare un maschio. […] A cinque anni dall’inizio del mio percorso di transizione per diventare uomo, ho iniziato un processo di detransizione. Le conseguenze di quello che mi è successo sono state gravi: probabile infertilità, amputazione del seno, impossibilità di allattare, genitali atrofizzati, cambio della voce, peluria sul viso”. In conseguenza di ciò Keira Bell ha fatto una causa che ha vinto contro la clinica Tavistock che avrebbe dovuto considerare tutte le sue comorbidità invece di assecondarla nella “ingenua convinzione che per farmi sentire meglio sarebbero bastati gli ormoni e la chirurgia”. Nella sentenza i giudici hanno riscontrato un’assenza di giustificazioni per la prescrizione di farmaci per il blocco della pubertà a bambini di persino 10 anni di età, una terapia che viene quasi sempre seguita da ormoni sintetici del sesso opposto, che vanno somministrati a vita per proseguire con la transizione. Erano preoccupati anche dall’assenza di dati di follow-up, vista “la natura sperimentale della cura e il suo profondo impatto sul paziente”.

I giudici britannici hanno raccomandato ai medici di richiedere l’approvazione da parte di un tribunale prima di iniziare questi trattamenti su soggetti dai 16 ai 17 anni d’età, hanno dichiarato di essere “molto scettici” sulla capacità di pazienti di 14 o 15 anni di capire le conseguenze delle terapie e di riuscire a dare un consenso informato, e hanno definito “molto improbabile” che sia possibile ottenerlo da un soggetto di età inferiore ai 13 anni. Come hanno scritto i giudici, “è impossibile spiegare a bambini di questa età cosa comporterà, per il futuro di molti di loro, la perdita della fertilità o delle funzioni sessuali.” Alla fine della sua lunga intervista Keira Bell conclude “Ero una ragazza infelice che aveva bisogno di aiuto e mi hanno trattata come una cavia.” (Bell 2021).

In una ricerca pubblicata da The Times le autorità sanitarie britanniche avvertono i medici che deliberatamente confondono sesso e genere, che stanno mettendo a rischio la salute e la cura di alcuni pazienti. Poiché il sesso e il genere non coincidono, il personale medico che non fa la distinzione potrebbe rendere inefficaci o inappropriate le cure per i gruppi come i pazienti transgender sottoposti a transizione. I problemi possono sorgere nel trattamento appropriato di pazienti transgender che possono essere in terapia ormonale a lungo termine con estrogeni o testosterone per cambiare il loro sesso biologico. Entrambi gli ormoni cambiano l’aspetto del paziente in modo tale per cui i medici dovrebbero riconoscere che anche le loro esigenze mediche possono modificarsi. Anche i requisiti chirurgici o i trattamenti specifici per il cancro possono essere influenzati. “L’assistenza medica richiede la comprensione della differenza tra sesso e categorie di genere; districarli è fondamentale per un’assistenza sanitaria sicura, dignitosa ed efficace di tutti”. (Watson 2021)

Alla fine è sempre una questione di soldi

Recentemente la dirigenza delle piattaforme social, i grandi Media mainstream e il mondo della moda si sono scatenati a favore del transgenderismo intesi soprattutto come self-ID, sia pubblicando articoli o dibattiti favorevoli sulla questione, sia cancellando e condannando come “omofoba”, TERF, non inclusiva e alla fine “nazista” ogni voce critica riguardo a queste tematiche.

Nel suo eccellente articolo Jennifer Bilek (2021) analizza i legami tra il mondo dei media, in particolare la CNN, e il Complesso Medicale Industriale (Medical-Industrial Complex = MIC) un acronimo che ammicca al famoso “Complesso Militare Industriale” (Military–Industrial Complex = MIC) denunciato nel 1961come pericolo per la democrazia americana dal presidente repubblicano Eisenhower. Il Complesso Militare Industriale era l’accordo segreto tra potere politico, industria bellica e militare che così veniva denunciato dal presidente “…L’influenza totale nell’economia, nella politica e anche nella spiritualità è sentita in ogni città, in ogni organismo statale, in ogni ufficio del governo federale. Riconosciamo il bisogno imperativo di questo sviluppo. Tuttavia non dobbiamo mancare di comprenderne le gravi implicazioni. La nostra filosofia ed etica, le nostre risorse ed il nostro stile di vita sono coinvolti e la struttura portante della nostra società. […] Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione di poteri metta in pericolo le nostre libertà o i processi democratici. Non dobbiamo presumere che nessun diritto sia dato per garantito. Soltanto un popolo di cittadini all’erta e consapevole può esercitare un adeguato compromesso tra l’enorme macchina industriale e militare di difesa ed i nostri metodi pacifici ed obiettivi a lungo termine in modo che sia la sicurezza che la libertà possano prosperare assieme.” (Eisenhower, Discorso di addio alla nazione del presidente, 17 gennaio 1961, da Wikipedia). Questo allarme suona particolarmente attuale anche riguardo all’erosione dei diritti fondamentali oggi in serio pericolo a causa del progetto di trasformazione umana (transumanismo) che viene implementato in modo coercitivo e ha il fine ultimo di reimporre i ruoli sociali tradizionali femminili e maschili a una platea formata da persone in teoria di sesso fluido, ma in pratica socialmente create e costrette da leggi repressive e punitive (vedi ddl Zan e analoghi interventi legislativi in altri stati).

Bilek (2021) osserva che “l’unico modo per aprire mercati creati dal sesso è quello di decostruire il sesso. Il transessualismo, feticcio della disincarnazione e, fino a poco tempo fa, riconosciuto come disturbo psicologico, era usato per colpire una minuscola parte della popolazione maschile adulta. Ma è stato rinominato come transgenderismo, un termine generico per una miriade di identità basate su come ci si sente riguardo al proprio sesso o alla propria disincarnazione. Il potere d’acquisto globale LGBT si attesta attualmente a 3,6 trilioni di dollari, come riportato da Out Leadership, il braccio globale della rete di business LGBT. La causa LGBT non è più un movimento per i diritti umani, è un grande business, che tutte le altre aziende ignorano a proprio rischio e pericolo. È necessario conformarsi al programma aziendale LGBT o diventare finanziariamente irrilevante. Possiamo vedere il controllo dei media mainstream da parte del complesso industriale medicale quando consideriamo la censura che i media esercitano su chiunque critichi l’industria di genere e quando guardiamo alle intersezioni finanziarie dell’industria di genere, dei conglomerati dei media e del MIC.” Nel caso della CNN, ad esempio, la società proprietaria, AT&T, la più grande azienda di telecomunicazioni del mondo (con una rete che vale $266 miliardi), il secondo maggior provider mondiale di servizi per cellulari e proprietaria di Warner Media, a sua volta la più grande compagnia di intrattenimento e media al mondo, sta investendo massicciamente nel MIC e l’industria di genere. AT&T for Health, sviluppa prodotti wireless, collegati in rete e basati su cloud specificamente per il settore sanitario e vende supporto tecnologico per la ricerca e lo sviluppo farmaceutico. Ci sono un sacco di soldi che collegano AT&T al MIC.

Questa montagna di denaro spiega bene sia l’imbarazzato silenzio dei media circa le problematiche legate alla cancellazione delle conquiste femminili (definite in base al sesso biologico) da parte dei trangender (definiti in base alla propria percezione di sé). Alberto Contri (in Terragni 2021) così risponde alla domanda sul perché gli organi di informazione si mostrano meticolosamente attenti agli interessi della minoranza Lgbtq+? (più precisamente, Gbtq: alle L tocca quello che tocca a tutte le donne). “Perché quella minoranza continua a essere minoranza nel mondo ma non è più così minoranza nelle stanze dei bottoni dei media, così come nei consigli di amministrazione delle grandi aziende e delle multinazionali, negli organismi politici internazionali e ovunque si prendano decisioni significative. […] Il mainstream oggi è assecondare il target (L)gbtq+. […] Con straordinaria abilità è stata imposta l’idea che il vero trend è quello, mentre le donne sono un target ormai ‘vecchio’ che non vale più la pena di perseguire. Di più: se provi a problematizzare e a metterti di traverse, ti viene detto che sei omofobo e il discorso si chiude lì. Questo produce conformismo e paura… […] Esiste la convinzione che ‘si vende’ di più e meglio ciò che è inedito, inesplorato, fuori dai canoni, sorprendente e shocking. E questa convinzione sta influenzando i prodotti, la comunicazione, la società, la politica, le idee, in tutti gli ambiti vitali… Questo non ha nulla a che fare con la difesa dei sacrosanti diritti delle minoranze…”

Inclusivo è ‘essere meno’

Il parallelo tra il nazionalismo etnico black e quello queer si vede anche dalle richieste pressanti da loro poste agli “altri/e”di essere “meno” qualcosa. È recente la polemica contro la Coca Cola che chiedeva ai suoi impiegati di partecipare a un corso per essere “less white” (“meno bianchi”) al fine di combattere il razzismo nel posto di lavoro e favorire l’inclusione. Il corso, tenuto dalla dr. Karlyn Borysenl, aveva come scopo di indirizzare la gente «to be “less white”, help them “understand what it means to be whiteandchallenge what it means to be racist”»(“essere meno bianchi”, aiutarli a “capire cosa significa essere bianchi” e confrontarsi “con cosa significa essere razzisti”). Tra le diapositive mostrate una dichiarava chiaramente: “To be less white is: to be less oppressive, to be less arrogant, to be less trusting, to be less defensive, to be less ignorant, to be more humble, to listen, to believe, break with apathy and break with white solidarity.” (“Essere meno bianchi è: essere meno oppressivi, essere meno arroganti, essere meno fiduciosi, essere meno sulla difensiva, essere meno ignoranti, essere più umili, ascoltare, credere, rompere con l’apatia e rompere con la solidarietà bianca.”). Ovviamente c’è stata una levata di scudi anche perché nelle diapositive c’era una suggestiva sostituzione della parola “razzista” con “bianco” come se fossero sinonimi perfetti. In seguito alle proteste e al boicottaggio la Coca Cola ha rinunciato al corso e così ha fatto anche LinkedIn che aveva in programma lo stesso corso per insegnare a essere “meno bianchi” (Del Rio 2021). Ovviamente oggi nessuno fa corsi per insegnare alle persone ad essere “meno neri”, “meno asiatici”, o “meno indigeni” o “meno queer” o meno “transgender”.

Analogamente le donne e in particolare le femministe vengono costantemente aggredite per non essere includenti. L’adesione di Arcilesbica al manifesto “Declaration on women’s sex-based right”, ha suscitato scandalo, espulsioni, accuse di transfobia e bigottismo e, come al solito in Italia, di “fascismo”. Come per i corsi per essere “meno bianchi”, sul web partono le campagne per essere meno “donne biologiche” con un uso continuo di una neolingua che va dall’asterisco alla schwa (ə) come forma di genere, al negare alle donne biologiche l’uso del termine “donna” in espressioni del tipo “donna che partorisce”, “donna che allatta”, ecc., perché non “includenti” e perciò offensive. Con una fantasia che avrebbe fatto invidia a Goebbles, si impongono alle donne biologiche tragicomiche definizioni come “mestruanti”, “persone con la cervice” o “persone che allattano al petto” (“seno” diventa una parola non includente e proibita alle donne biologiche mutuando la dicotomia tra “chest” che è il petto maschile e “breast”, che è il seno femminile in inglese, quando l’italiano non lo richiede) pur di non definirle come “donne” che farebbe sentire i transgender che non partoriscono, non allattano e non hanno le mestruazioni degli esclusi. L’orwelliana neolingua transgender annulla la realtà a favore di fantasie rivendicate come diritti.

Nel romanzo di Orwell 1984 la neolingua (Newspeak) ha come scopo di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero: infatti, una volta che la neolingua si è radicata nella popolazione e la vecchia lingua (archelingua) completamente dimenticata, ogni pensiero eretico diviene letteralmente impossibile, almeno per quanto attiene a quelle forme speculative che derivano dalle parole dato che il pensiero complesso è impossibile senza un vasto vocabolario linguistico (come stanno scoprendo gli insegnanti di oggi di fronte all’impoverimento del linguaggio dei millennials, della generazione Z e della generazione Alpha).

Nella neolingua politicamente corretta del distopico mondo transattivista, dove le parole significano il contrario di quello che dicono oppure distorcono la realtà e il senso fino a strangolarli (nel romanzo “1984”la propaganda era prodotta nel Ministero della Verità e la polizia segreta torturatrice dipendeva dal Ministero dell’Amore), la parola ‘inclusione’, in realtà, significa esclusione, cioè segregazione di metà del genere umano, le donne biologiche, in sottocategorie che le isolano e nascondono meglio di un burka talebano o un niqab dell’ISIS. Contemporaneamente, i transattivisti (‘donne’ con il pene o come si chiamano in slang inglese con il ‘girldick’ da girl + dick = ragazza + pene) richiedono e pretendono (!) di occupare lo spazio della scelta sessuale lesbica accusando le donne lesbiche di non essere ‘inclusive’ perché si rifiutano di fare sesso con loro anche quando mantengono tutti gli attributi maschili sotto un po’ di rossetto, fard e smalto per unghie (un atteggiamento bullesco analogo a quello dei rancorosi e aggressivi incel eterosessuali).

Nel suo saggio “Politicamente corretto o una nuova barbarie della riflessione” il prof. Gabriele Civello (2021) riprende l’affermazione di George Orwell nel suo saggio Politics and the English Language del 1946, in cui l’autore inglese dichiara che il decadimento del linguaggio è la diretta conseguenza del declino politico, economico e culturale della nostra civiltà. In particolre Orwell mostra come indicatori di questa decadenza l’utilizzo superfluo di parole straniere, la ridondanza di sinonimi e, ancor più, la trasformazione di concetti chiarissimi – ma politicamente “scomodi” – in corrispondenti perifrasi eufemistiche apparentemente più garbate ed eleganti, ma in verità ricche di ipocrisia ed equivocità. Civello sottolinea come il politically correct nei paesi anglosassoni e scandinavi era nato con il dichiarato fine di evitare che i preesistenti “modi di dire” potessero ferire o intimidire determinate classi di soggetti, individuate per il sesso o l’orientamento sessuale, lo status di salute fisica o mentale, l’opinione religiosa o filosofica, la provenienza etnica o geografica, l’appartenenza sociale, economica, sindacale o politica, ma nel tempo questo linguaggio si è trasformato in una nuova forma di conformismo o addirittura in una specie di “religione politica”. Questa transizione è diventata una inedita sopraffazione dei contenuti da parte della forma, ovvero dei significati da parte dei significanti. Dopo una interessante analisi della storia del pensiero filosofico circa il rapporto tra significante e significato, cioè tra nome e realtà nominate, Civello osserva: “Il pensiero moderno e soprattutto quello contemporaneo, a ben vedere, disarticolano progressivamente il nesso ontologico tra segno linguistico e realtà oggettiva, tra significante e significato, portando a estremo compimento i pregiudizi ideologici dell’antica sofistica greca e del nominalismo medievale.” Egli conclude: “Il fenomeno del “politicamente corretto”, a ben vedere, rappresenta l’estremo esito del menzionato percorso ideologico, nel corso del quale l’uomo occidentale ha via via cercato di autonomizzare il significante dal significato, il segno linguistico dalle cose reali indicate dal segno: una volta affermato che la parola dell’uomo è dotata di vita propria, di una propria autonomia ontologica rispetto alle cose reali del mondo, il politicamente corretto diviene una conseguenza pressoché necessaria e inevitabile. Se ciò che conta non sono più gli enti reali, nella loro sostanzialità oggettiva e nei loro rispettivi accidenti di pertinenza, bensì le parole dell’uomo, quasi “parole in libertà”, è inevitabile che l’attenzione si rivolga in misura pressoché esclusiva ai modi di manifestazione del pensiero, piuttosto che agli oggetti reali del pensare: da ciò nasce l’attenzione quasi maniacale verso i toni e gli strumenti di trasmissione delle idee, prima ancora che verso i contenuti delle idee medesime; e la verità del pensiero non si misura più nella corrispondenza o difformità dello stesso rispetto alla realtà, quanto nel grado di approvazione o disapprovazione sociale di una determinata linea ideologica [e con la realtà virtuale dove l’illusione è totale ed è impossibile separare l’oggetto fisico e la realtà concreta dalla realtà immateriale fatta di bit e pixel questo concetto è particolarmente vero, aggiungiamo noi]. Il riduzionismo è, così, dietro l’angolo nel mondo del politicamente corretto, con il conseguente pericolo di perdere ogni contatto con la realtà: non si affrontano più i grandi problemi e le grandi questioni della vita e dell’universo con amore per la verità, ma si dà assoluta prevalenza a ciò che gli altri penseranno di noi e del nostro modo di vedere il mondo, secondo la logica del conformismo-narcisismo tipica dell’era contemporanea.” In sostanza il politicamente corretto, nato per smussare le durezze delle relazioni umane e per combattere l’hate speech (parole d’odio), diventa alla luce della Grammatologia di Derrida e del riduzionismo postmoderno il mezzo migliore per creare odio e divisione politico-sociale incasellando minuziosamente le persone in categorie stereotipate come il progressista, il razzista, il populista, il maschilista, la TERF, il cis, il trans, ecc. Questo fenomeno è favorito dallo sviluppo dei social network e dall’affermazione del capitalismo delle piattaforme.

Capitalismo delle piattaforme, fobie e aggressività transattivista

Il capitalismo delle piattaforme ha spostato l’autorità regolatrice del discorso pubblico, che tende ad essere sempre più fuori dalle università, dai media tradizionali e anche dai parlamenti e sempre più regolato da opachi algoritmi di piattaforme private che si assumono il ruolo di censori delle opinioni non allineate tramite il banning, il deplatforming e il sostegno a leggi punitive contro il peccato di ‘odio’, spesso tradotto curiosamente con ‘paura’, fobia, dal greco phobos, terrore.

Il capitalismo delle piattaforme digitali preposte a una serie di attività produttive e società che organizzano le infrastrutture della logistica è un modello che, dagli anni 1990 in poi, e soprattutto dopo la crisi del 2008, si sta affermando su scala globale e ha nella finanza non solo un polmone , ma un dispositivo di governance dei flussi di informazioni, dati e merci. In questo modello la massima precarietà convive con la massima proliferazione delle forme contrattuali (gig economy), coniuga l’intelligenza artificiale con forme inedite di lavoro servile, una comunicazione senza vincoli con forme estremamente sofisticate e violente di controllo sociale (Srnicek 2016, Vecchi 2017). Il modello di società non è quello della democrazia manifatturiera, ma quello del capitalismo cinese senza democrazia e del controllo capillare individuale tramite il web e le AI (Intelligenze Artificiali).

In questo quadro diventa più comprensibile il continuo attacco alla tradizione europea da un lato e alle donne biologiche dall’altro. La tradizione europea, che si incardina nell’incontro tra la cultura greco-romana, mediata dal cristianesimo, e quella germanica, fin dal medioevo ha generato i concetti di parlamento e della divisione tra stato e chiesa. Grazie a una lunga serie di rivoluzioni e movimenti riformatori, in Europa sono nati l’idea di cittadinanza e dei diritti che comporta, la fine violenta della schiavitù e l’emancipazione delle classi subalterne e del sesso subalterno, quello femminile, idee e diritti che si sono diffusi nel resto dell’Occidente e, in parte, nel resto del mondo.

I media mainstream e parte della politica propaganda come ‘inclusione’ il blackwashing e l’occupazione trans di spazi tradizionalmente femminili, ma ci vuole poco a vedere sotto la superficie. Infatti, contemporaneamente si proteggono tradizioni di popolazioni immigrate che fanno a pugni con ogni concezione di parità legale dei sessi (non parliamo neppure di quella fattuale) e di accettazione dell’omosessualità e si accusa di ‘razzismo’ chiunque faccia notare la contraddizione. Lo scopo quindi non è né l’assimilazione né l’inclusione, ma il tenere occupate le masse che potrebbero protestare e organizzarsi contro il continuo erodere di diritti che, ingenuamente, si pensavano acquisiti, in una continua e logorante serie di ‘turf wars’ (guerre per il territorio). In particolare per quel che riguarda le donne, che sono il modello originale e più antico dello sfruttamento e del controllo sociale tramite il controllo sessuale e procreativo, esse sono strette tra la violenza dei loro maschi confusi e rancorosi per un maggiore potere sociale femminile in Occidente (esattamente come lo sono i trash whites nei confronti dell’emancipazione dei neri nel Sud degli Stati Uniti), la violenza delle culture immigrate ancorate a modelli più arcaici di controllo femminile, e l’aggressività transattivista di stampo transumanista, che rappresenta la punta di diamante e la più pericolosa dell’aggressione al conquistato potere femminile.

Emma Bayne (2011) si chiede se la cosiddetta couvade rappresenti una forma di “invidia del grembo materno: la causa della misoginia e persino del successo maschile” Il termine couvade è preso in prestito dal verbo francese couver (covare) e designa l’abitudine da parte del marito della partoriente di stendersi nella capanna o in qualche luogo tranquillo come se fosse in preda alle doglie, ma assistito da tutto il gruppo tribale, mentre la donna che effettivamente partorisce è lasciata sola o al massimo con una aiutante. La forma più tipica di couvade si ha presso alcune popolazioni dell’America meridionale, Papua Nuova Guinea, Thailandia, Russia, Cina, India, ma è riportata anche in epoca preromana presso egiziani, greci, cantabri e altri popoli del Mediterraneo ed è citata da Strabone e Diodoro Siculo.

Con l’appoggio di importanti fette dell’elite globalista un piccolo, violento e politicamente potente settore dell’universo queer sta conducendo l’aggressione al potere femminile. In Occidente, oltre a sovrapporsi a usanze diffuse pressoché ovunque, come la citata couvade, tale gruppo di interesse ha una linea ideologica diretta con una caratteristica del pensiero greco, in particolare ateniese, che forma le basi della filosofia occidentale. Si tratta dell’ideologia autoctona, che costituisce l’ideale ateniese, cioè la riproduzione senza la donna, rappresentata da Atena, che nasce dalla testa di Zeus e da Eretteo, dio serpente figlio di Atena ed Efesto, che nasce dalla terra senza coito e senza parto.

Ideologia autoctona ateniese e negazione della donna

Mentre nell’ideologia migratoria dorica (per es. a Sparta e Corinto) la madre è parte essenziale della teoria della sovranità, perché trasmette per linea materna la legittimità, nell’ideologia autoctona ateniese la madre scompare, la nascita è senza donne e le donne ateniesi si trovano ad essere non solo cittadine senza diritti civili, ma straniere in casa propria.

Messe in scena durante le Dionisiache, le tragedie esprimevano le idee delle classi dirigenti dell’Atene classica. Nella trilogia dell’Orestiade di Eschilo l’argomento sono le vicende della Casa d’Atreo che culminano nel processo di Oreste che viene assolto dal matricidio di Clitemnestra. Come scrive il critico marxista Tomson (1949) Eschilo dimostrò che non si trattava più di risolvere semplicemente se il matricida dovesse essere assolto, ma se il genere umano fosse destinato a vincere la sua lotta per un nuovo ordine sociale, quello ateniese. Le Erinni, che perseguitano Oreste per il matricidio di Clitemnestra, rappresentano l’ordine tribale della società matrilineare, mentre l’Apollo ateniese, venerato come ‘paterno’, sostiene la santità del matrimonio e la superiorità dell’uomo. Nell’Antistrofe quarta/quarto episodio, così Apollo risponde al coro delle Erinni (nella traduzione di P.P. Pasolini, 1985, vv. 640-673): “Ancora una risposta: e sia chiara e suprema./Quello che si dice figlio, a concepirlo/non è una madre: lei è solo nutrice d’un seme./Lo concepisce il maschio: e lei, indifferente,/ne custodisce il germe, se un Dio non lo stermina./Che si possa generare senza madre, ecco/qui un rifulgente esempio, ecco/la figlia di Dio, Atena! Essa ci è testimone/di non conoscere il buio del ventre materno./Eppure quale madre avrebbe potuto mai generare/più rigoglioso germoglio? Ah, non ho ragione?/Del resto, per quanto sta in me, o Atena,/farò grande il tuo popolo e la tua città:/quest’uomo, […] lui e i suoi figli, e i figli dei suoi figli.” La risoluzione del contrasto che sorge col passaggio alla patrilinearità segnerà l’inizio di un nuovo ordine destinato a culminare nella democrazia ateniese. La trilogia traccia la transizione dalla società ‘arcaica’ permeata da un senso di religiosità oscura e violenta (le Erinni) ad una società ‘moderna’ dove le Eumenidi (le Erinni placate) garantiscono la Giustizia esercitata dal tribunale dell’Areopago (Sarcinelli, nd).

Euripide nella Medea, che rappresenta la legge della madre, arcaica e primitiva, oscura e minacciosa della pace del focolare, fa esprimere a Giasone un concetto condiviso da molti spettatori ateniesi: “Bisognerebbe che i mortali generassero figli da qualche altra parte e che non esistesse la razza delle donne; così per gli esseri umani non esisterebbe alcun male.” (vv.574-575). Tutta la letteratura misogina greca a partire da Esiodo (Theog. 570-616; Op. 695-705) considera la donna un male creato per l’uomo dagli dèi e insiste sui danni e i rischi derivanti dal matrimonio, che è una dura necessità per la sopravvivenza del genos (essenzialmente in modo non diverso il cristianesimo vede nel sacramento del matrimonio un remedium peccati = rimedio al peccato [originale]). Giasone si serve di stereotipi misogini frequenti e ripetuti da Euripide nell’Ippolito (vv. 616-624) e nell’Andromaca (272 e fr. 1059 TrGF) e afferma l’ideale autoctono dichiarando che i figli appartengono al padre non solo legalmente, ma anche geneticamente (v. 550 paisì … emoisin) (Busatta 2016:15).

La proprietà paterna dei figli non è certo prerogativa solo del mondo occidentale, al contrario, molte culture immigrate hanno riportato in Occidente queste idee legali e religiose, erodendo la parità tra genitori che da noi è una conquista recente. Tuttavia, tra il desiderio espresso da Giasone che non esista la razza delle donne e l’idea della sostituzione delle donne e della loro capacità procreativa che traspare dal transattivismo, il passo è più breve di quanto sembri, visto l’avanzare delle scienze, in particolare la clonazione animale. Da quando venne clonata la pecora Dolly nel 1997 sono stati fatti passi da gigante e vengono clonate oltre venti specie di mammiferi le cui cellule replicate maturano (per il momento, cfr Kleeman 2021) in una madre surrogata: oltre a pecore, capre, bovini, bufali, maiali, cavalli e cammelli, sono stati clonati animali da laboratorio (topi, ratti, conigli), da compagnia (cani e gatti) e animali selvatici a rischio estinzione (gaur, banteg, muflone, furetto) e, nel 2018, in Cina sono state clonate anche le prime scimmie (Galli 2019). Ufficialmente non si ha ancora la clonazione umana in madre surrogata, ma illegalmente, chi può dire non sia già avvenuta?

Se uniamo tutti i puntini tra un certo tipo di elite globaliste finanziarie, il capitalismo delle piattaforme, l’erosione dei diritti fondamentali e l’ideologia transattivista transumanista otteniamo uno schema che può portare a un nuovo genere di genocidio: il donnicidio (ci auguriamo di no, ma il 20° secolo ci ha insegnato che non si sa mai). Infatti:

  1. le donne biologiche aventi doppio cromosoma X (indicate dalla sigla XX) sono trasformate in una varietà, un segmento, una etnia, compresa dentro la categoria ‘donna’ che comprende oltre alle donne XX anche maschi biologici definiti dalla presenza del cromosoma Y al posto di uno dei due cromosomi X (indicati dalla sigla XY) ovvero ‘donne con il cromosoma maschile Y’ che molto spesso non rinunciano al pene e ai testicoli e, anche se vi rinunciano, possono soffrire di prostatite e cancro alla prostata, che non viene rimossa;
  2. troppe ragazze sono spinte da istituzioni sempre più coercitive a ‘transitare’ verso un ibrido sterile che ha sempre il doppio cromosoma femminile XX, ma appare, sembra esternamente un maschio grazie (si fa per dire) all’industria Frankenstein della transizione,
  3. gli aborti selettivi già in molti paesi fanno sparire milioni di donne.

In un futuro che sembra sempre più avvicinarsi alla distopia descritta da Huxley in Brave New World (1932), si può arrivare al genocidio della femmina XX, cioè al donnicidio (genocidio dell’elemento femminile di una società) una volta che la tecnologia produrrà un utero “biomeccanico” funzionante diretto da una AI e gli oociti (ovuli) saranno conservati in criopreservazione. Già ora vi sono molti studi “per determinare se i maschi genetici [diventati donne transgender] possono concepire e mantenere la gravidanza con successo” (“determine whether genetic males [M2F transgender women] can successfully conceive and maintain pregnancy” .cfr. Jones et al. 2019)

La donna: da untermensch a non-man

Se credete che stiamo esagerando qui c’è materiale per riflettere: le società tradizionali ritenevano e ritengono le donne persone inferiori da tutti i punti di vista, spirituale, intellettuale, legale, sociale, da tenere sotto tutela, sottomesse e spesso nascoste dal contesto pubblico tramite la religione, la morale, la legge e il costume. Tuttavia le considerano ancora persone, per quanto di qualità scadente e status inferiore (cfr. la posizione dei paesi islamici alla Conferenza di Pechino del 1995 in cui essi si rifiutarono di firmare la dichiarazione congiunta asserendo che, in base al Corano e agli Hadith, la donna non poteva essere considerate uguale all’uomo anche se apparteneva al genere umano. (Bonta loro!, aggiungiamo noi). Ci sono tuttavia delle culture in Amazzonia e in Australia che non considerano le donne del tutto umane.

Come ben sanno coloro che detengono l’egemonia, il potere di definizione è uno degli strumenti più efficaci per gestire e mantenere il predominio e non è un caso che istituzioni come il Parlamento Europeo, organismi statali, aziende, media e associazioni e istituzioni di ogni tipo stiano adottando, sotto pressione della potentissima lobby transattivista, il cosiddetto ‘linguaggio inclusivo’, termine che nasce anch’esso dall’ideologia politicamente corretta che si afferma sempre più a partire dagli anni 1990 nella Anglosfera e nei paesi nordici, ma che si sta travasando anche nell’Europa continentale in concomitanza con i processi di etnicizzazione che abbiamo già visto. Per es. Cancer Research UK, un’organizzazione benefica, pubblicizza l’importanza del pap test per tutti “coloro tra i 25 e i 64 anni che sono dotati di cervice”, eliminando la parola “donne” che, nel contesto, non sarebbe inclusiva dei trans, ma non utilizza un linguaggio analogamente “inclusivo” dei trans F2M (da femmina a maschio) per parlare degli uomini colpiti dal cancro all’apparato genitale. I messaggi della sua campagna sul cancro alla prostata e ai testicoli si rivolgono agli uomini come “uomini” e non come a “tutti coloro dotati di prostata” o “tutti coloro dotati di testicoli” (gendercritical92. 1/1/2020). Sottolineiamo qui che l’imposizione coercitiva del linguaggio “inclusivo” riguarda le persone XY (biologicamente maschi) che si identificano come “donne”, ma viene trascurata nel caso di persone XX (biologicamente femmine) che si percepiscono come uomini. Si sente parlare di “mestruanti”, ma non di “spermanti”. C’è tuttavia chi si oppone a questa deriva del politically correct e all’imposizione di pronomi e desinenze attraverso atti di bullismo e/o per via legale, per esempio “Il Senato australiano ha approvato una mozione che impedisce al governo federale di utilizzare un linguaggio ‘inclusivo di genere’ in qualunque testo.” (Chapman 2021)

La “castrazione” linguistica peggiore, tuttavia, consiste nell’uso sempre più frequente della definizione delle donne come ‘non uomini’ (non-men). Green Party Women, un gruppo elettorale interno del British Green Party, si è riferito alle donne come “non uomini” (non-men) (Beale 2016) e Teen Vogue ha pubblicato un articolo sul sesso anale che definiva le donne come esseri “non-prostate owners” (non possessori di prostata; in Barnes 2017). Questa definizione delle donne come “non uomini” è un’idea che si rifà al filosofo ateniese Aristotele, il quale sosteneva che la donna fosse un “non uomo” piuttosto che un tipo distinto di umano (gendercritical92, 10/10/2019). In un documento ufficiale del Centro per il Controllo e la Prevenzione americano appare la frase: “… alle persone che non si riferiscono a se stesse come maschio viene chiesto se sono incinte al tempo della vaccinazione (Covid 19)” (Gee et al. 2021).

Tuttavia, dobbiamo analizzare la questione considerando l’etimologia delle parole inglesi man e woman per comprendere appieno la questione. Nel 1895-98 Elizabeth Cady Stanton e altre suffragette pubblicarono The Woman’s Bible (La Bibbia della Donna) rileggendo, tra gli altri, il libro della Genesi (Genesis ii, 21-25. ) da una prospettiva femminista e concorsero a diffondere una tipica falsa etimologia popolare che spiega il termine woman con womb (utero) e man (uomo): “Next comes the naming of the mother of the race. ‘She shall be called Woman,’ in the ancient form of the word Womb-man. She was man and more than man because of her maternity.” [Segue il nome della madre della razza. ‘Sarà chiamata Donna (woman)’, nell’antica forma della parola grembo-uomo (womb-man). Ella era uomo e più che uomo a causa della sua maternità].

In realtà, woman (donna) deriva da wif – mann. L’ortografia di woman in inglese è progredita nell’ultimo millennio da wīfmann, a wīmmann a wumman e, infine, la moderna ortografia woman, donna. Nell’inglese antico, wīfmann significava “donna” (letteralmente “donna-persona”), mentre wer significava “uomo adulto”, simile al latino vir. Le consonanti labiali mediali f e m in wīfmann si fusero nella forma moderna “woman“, mentre l’elemento iniziale wīf, che aveva anche significato “donna”, subì un restringimento semantico nel senso di donna sposata, wife (“moglie”), e resta confinato all’antico significato in parole come midwife (ostetrica), housewife (padrona di casa, come il latino domina, da cui l’italiano donna, poi parola decaduta nel senso di ‘casalinga’) e fishwife, pescivendola (da termine di mestiere decade a spregiativo).

Mann/man aveva un significato neutro di “essere umano” come il tedesco mensch e il latino homo, nome che rappresenta una persona maschile o femminile, corrispondente all’inglese moderno person (persona) o someone (qualcuno) e che si conserva nella parola attuale mankind (genere umano); tuttavia, dopo la conquista normanna, man cominciò ad essere usato più in riferimento a “maschio umano”, e alla fine del 13° secolo aveva cominciato a eclissare il più antico wer (che resta per es. in werewolf, licantropo). Man in inglese antico serviva anche come pronome indefinito one, people, they (uno, gente, loro). È usato genericamente come sinonimi per mankind (la razza umana, l’umanità) da circa il 1200.

Per millenni le religioni, le leggi e la scienza hanno definite le donne come inferiori, costola di uomo, più simili alla natura che alla cultura, non degne dell’aldilà (buddismo) se non come serve sessuali (islam). Il sostantivo tedesco di genere neutro das mensch ha lo stesso significato dell’inglese man nel senso di genere umano, persona. Untermensch significa ‘sub-umano’ ed è stato un termine dell’ideologia nazista utilizzato per descrivere i “popoli inferiori”, specialmente gli ebrei, gli zingari, gli slavi e ogni altra persona che non fosse di “razza ariana”. Benché subumani e degni solo di servire da schiavi o di essere eliminati, tuttavia erano ancora appartenenti all’umanità. Nel distopico mondo transattivista, che sta ottenendo sempre maggiore spazio nelle istituzioni occidentali, nella legislazione e nei media, attuando così una tipica rivoluzione dall’alto verso il basso tramite una politica coercitiva delle elite contro la propria popolazione, le donne cominciano sempre più ad essere definite non-men = ‘non uomini’. Sembrerebbe, e sarebbe già grave, che il modello, la ‘norma’, sia l’uomo e la ‘deviazione’ sia il ‘non uomo’ (la donna biologica), ma in realtà è peggio di così dato che, se man significa anche “umanità”, allora le non-men non appartengono all’umanità, non fanno parte del genere umano.

Il potere femminile sta subendo un attacco notevole ovunque nel mondo: nel mondo islamico che reagisce alla modernizzazione (dall’ISIS a Erdogan), con il Covid 19 che ha reso sempre più difficile la situazione delle donne, che pagano sempre più la loro autonomia decisionale con lo stupro e con la vita, e che vengono rimandate nelle case dalla disoccupazione che colpisce soprattutto loro. Oltre a questi attacchi ce n’è uno ancora più subdolo in quanto mascherato da progressismo e libera scelta: un numero sovrabbondante di donne biologiche rispetto ai maschi subisce la follia delle transizioni che distruggono la vita di bambine/i e adolescenti che hanno solo bisogno di affetto e un aiuto psicologico (cfr. Bell 2021).

A nostro avviso la transizione ormonale chirurgica delle/gli adolescenti è una forma di lobotomia per via sessual-ormonale per giovani ‘in crisi’. La lobotomia, o leucotomia prefrontale, era una procedura neurochirurgica sfruttata dagli psichiatri degli anni ’30, ’40 e ’50 del 20° secolo, per curare le persone con malattie mentali, ma veniva applicata liberalmente anche a persone ‘ribelli’ o definite ‘problematiche’. E’ un lato oscuro della medicina, uno strumento meraviglioso, ma che può essere usato per il controllo sociale efficacemente, soprattutto grazie alla pressione mediatica. Vale la pena di notare come la transizione chirurgico-ormonale se da una parte “castra” il cervello della vittima, dall’altra è una truffa in quanto gli organi posticci che vengono applicati hanno scarsa o nulla funzionalità cioè non rendono davvero donna o uomo in tutto e per tutto, danno solo una parvenza di sesso perché il DNA non si può cambiare: infatti queste protesi non danno mestruazioni né mettono in grado di generare, non danno erezioni né eiaculazioni e spesso non sono in grado di penetrare date le dimensioni lillipuzziane.

“Stiamo affrontando il periodo più misogino che abbia mai vissuto. Negli anni ’80, immaginavo che le mie future figlie, se mai ne avessi avute, avrebbero avuto molto meglio di quanto non avessi mai avuto io, ma tra le ripercussioni contro il femminismo e una cultura online satura di pornografia, credo che le cose siano notevolmente peggiorate per le ragazze. Non ho mai visto donne denigrate e disumanizzate nella misura in cui lo sono ora. […] uomini di tutto lo spettro politico sembrano essere d’accordo: le donne sono in cerca di guai. Ovunque, alle donne viene detto di tacere e di sedersi, o altro.” (J. K. Rowling 2020)

“L’idea che tutte le persone abbiano un’innata “identità di genere” di recente è stata sostenuta da molti medici e dalle principali organizzazioni mediche” affermano Malone, Wright e Robertson (2019) che osservano come sia “diventato normale affermare che questo senso di identità può essere articolato in modo affidabile da bambini di appena tre anni”. In base al loro lavoro, tuttavia, se si prendono in considerazione i tratti della personalità, si nota che le due gaussiane maschile e femminile si sovrappongono parzialmente, il che significa che per l’intero genere umano esiste una soluzione di continuità nei tratti della personalità “maschili” e “femminili”. Essi dimostrano come “Ciò significa che la personalità e il comportamento non definiscono il proprio sesso. […] Nella maggior parte dei casi, quello che ora viene chiamato ‘identità di genere’ è probabilmente semplicemente la percezione di un individuo di come la propria personalità, legata al sesso e influenzata dall’ambiente, si paragoni a persone dello stesso sesso e di sesso opposto. In altre parole [l’identità di genere] è un’autovalutazione del proprio grado stereotipato di ‘mascolinità’ o ‘femminilità’ e viene erroneamente confusa con il sesso biologico.” (Malone et al. 2019)

Vogliamo porre in rilievo anche il pericolo che le categorie dei gay e delle lesbiche siano portate alla “estinzione” dal concetto di identità di genere e dalla spinta istituzional-medicale verso una transizione chimico-chirurgica che permettano alle vittime-cavie di adeguarsi a un ruolo di genere stereotipato.

Nel mondo occidentale i transattivisti, assai più sofisticati di qualsiasi fanatico religioso, stanno ponendo in atto un’aggressione radicale: il non uomo (non-man) non è più un subumano, diventa un non umano. L’umanità non si divide più in mensch e untermensch, umani e subumani, il mondo appartiene solo ed esclusivamente agli uomini, facendo coincidere il significato originario di man come umanità con quello più recente di ‘maschio adulto’. Tutto il resto è non-man, non persona, non umano.

Conclusioni

La distopia transattivista quante possibilità ha di realizzarsi pienamente? Come diceva von Moltke “nessun piano sopravvive al contatto con il nemico”, ovvero in guerra anche il miglior piano di battaglia va in malora una volta sul campo. Considerato che molti uomini eterosessuali e omosessuali hanno interessi diversi da quelli degli attivisti trans gender e sono essi stessi minacciati (pensiamo solo, per esempio all’abolizione del ‘padre’ come termine, o al caso del padre canadese citato più sopra), lo spazio per incidere tramite alleanze tattiche di ogni genere esiste e va sfruttato senza remore o lealtà di appartenenza partitica. Sempre citando Moltke che affermò che “la guerra è fatta di espedienti”, notiamo che delle fragili alleanze stanno formandosi: per esempio in 28 stati Usa sta partendo una serie di progetti di legge che difendono gli sport femminili dalla presenza di trans M2F e che richiedono l’assicurazione sanitaria per i trattamenti ormonali su bambini e adolescenti (Catucci 2021). Anche in Italia alcuni progressisti comiciano ad avere dubbi sull’articolato del ddl Zan, in Canada vi sono state manifestazioni a favore del padre che sta lottando contro il trattamento ormonale della figlia, e in Inghilterra la Suprema Corte ha sentenziato a favore di Keira Bell. I media, anche se timidamente, cominciano a riportare le problematiche legate alla presenza di carcerati maschi, che si dichiarano ‘donne’, nelle carceri femminili e i crimini commessi da alcuni di loro contro le detenute.

C’è spazio per un cauto ottimismo: il potere femminile è fragile ed esiste da meno di un secolo, ma sta aumentando fuori dell’Occidente; è vitale ricordare che esso può sopravvivere e avanzare se lo sosteniamo con la consapevolezza che le lotte non finiscono mai e che quello che hai, non te lo ha regalato nessuno, ma te lo sei conquistato. Deboli segnali, ma non era migliore la situazione ai primi del Novecento o nel 1971, per cui la parola d’ordine è sempre la stessa: MAI TACERE E LOTTARE, SEMPRE!

Sandra Busatta e Flavia Busatta

Padova 20 Aprile 2021

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[1] Nel suo eccellente saggio sui Lumbee, Karen I. Blu (1980) indicava quali sono le caratteristiche che i Lumbee, una tribù della North Carolina di discendenza mista (nativi, neri e bianchi), ritengono li identifichino come Indians, aventi Indian Blood (Sangue Indiano) e che li distinguono dai Whites (bianchi) e dai Blacks (neri). Tali caratteristiche sono: l’orgoglio (pride), una sensibilità particolarmente reattiva (meanness) che li spinge a reagire a un insulto, la coesione (cohesiveness), l’essere sinceri (Talking Indian ovvero parlare con lingua dritta), il mantenere la parola data (keeping your word) e il possedere della terra a Robeson County, NC. In base a tali caratteristiche “etniche” la North Carolina li ha riconosciuti come tribù indiana. Come si vede la identificazione etnica (razziale) avviene per caratteristiche non fisiche (DNA, colore fenotipico, forma degli occhi ecc.), ma attraverso caratteri etico-sociali.

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