Ossa di volpe. Un racconto

Ossa di volpe. Un racconto

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Danielle Sassoon

Arrivarono all’ora di pranzo, ad aspettarli c’era Anna, la proprietaria di sempre, una donna bassa coi capelli rossi, il rossetto acceso sulle labbra sottili, la carnagione bianca irrorata da filamenti di vene azzurre sotto le tempie. Li accolse con la solita disponibilità, si trattava di clienti abituali. Quella era forse la sesta stagione che avrebbero passato alla pensione Pettirosso, se non addirittura la settima, non ricordava bene.

La pensione, rilevata dai genitori di Anna alla fine degli anni cinquanta dopo essere stata chiusa per diverso tempo, aveva in origine un altro nome, ma quando i nuovi acquirenti vi si stabilirono, in una delle camere al primo piano trovarono una gabbia malandata, alta e stretta, con dentro un pettirosso morto, probabilmente abbandonato dall’ultimo, lontano, avventore della stanza. Lo gettarono in un sacco di plastica dove stavano raccogliendo gli oggetti dimenticati in giro, finirono per riempirne parecchi, sembrava che la pensione si fosse svuotata in seguito a un allarme, a un pericolo, magari annunciato con delle grida dal pianterreno, e che gli alberganti non avessero fatto in tempo a portare con loro tutti gli effetti personali.

La sera stessa, mentre il marito era concentrato a visionare un catalogo fotografico per la fornitura di lenzuola e asciugamani in vista della riapertura imminente, la donna ritirò fuori la storia del pettirosso – che al tatto si era rivelato essere una piccola matassa di paglia, tanto era secco e svuotato –, si proponeva di andare a cercarlo nella spazzatura per seppellirlo nel prato davanti alla pensione. La passione di quel cadaverino esigeva, a suo dire, una resurrezione simbolica, non le piaceva l’idea di inaugurare la stagione ignorando quel richiamo alla pietà e al raccoglimento. L’uomo la assecondò senza distogliere l’attenzione dal catalogo, salvo doversi precipitare sul retro poco dopo, richiamato dalla voce sconvolta della donna che aveva rovesciato tutti i sacchi in terra e stava rovistando con una torcia in cerca della bestiola, che non si trovava più.

La moglie non sapeva ancora di essere incinta di Anna – sarebbe stata una sorpresa per entrambi qualche settimana dopo – : negli ultimi tempi aveva sviluppato una sorta di isteria mista ad atteggiamenti regressivi, per una ragione o per l’altra era spesso in lacrime. Il marito la consolò con fare paterno, lei ora mugolava frasi sconnesse tirando su col naso, e con voce infantile gli estorse la promessa di cambiare il nome alla pensione per ribattezzarla Pettirosso. Il papà di Anna inizialmente oppose una ragionevole resistenza, gli sembrava una follia spendere altri soldi per assecondare un afflato a dir poco beghino e campato per aria, come se non avessero già tante preoccupazioni per la testa. Ricordò poi alla donna che nella vallata, racchiusa tra monti scuri e vertiginosi, tutti conoscevano la pensione col nome attuale, e che dopo la recente parentesi di inattività gli ospiti sarebbero stati felici di ritrovare un luogo e abitudini familiari, senza contare che la fama del precedente esercizio avrebbe fatto da esca anche ai viaggiatori occasionali.

Commissionarono la nuova insegna a un artigiano della zona, la lasciavano accesa fino alle dieci di sera, con una lucetta rossa che tremolava nel petto dell’uccellino, disegnato nello stile degli alfabeti illustrati, con a fianco la scritta pettirosso in grandi caratteri allungati. I proprietari occuparono una delle stanze della pensione, dove in seguito avrebbero aggiunto un letto a castello per le due figlie: la minore, di solo quattro anni, si sarebbe persa una domenica pomeriggio d’estate subito dopo pranzo, la cliente svizzera che la vide per ultima giurò di averla scorta dalla sua finestra vicino all’altalena, non ci aveva fatto troppo caso mentre accostava le persiane, tranne chiedersi in modo impercettibile come la piccola potesse resistere all’aperto sotto quel sole rovente.

La polizia arrivò solo l’indomani, ampiamente preceduta dalle dicerie del luogo, i paesani rispolverarono vecchi timori e la leggenda di un forestiero alla guida di un’auto bianca su cui faceva salire i figli altrui. Nessuno aveva dimenticato la vicenda di cronaca di qualche anno prima, quando un bambino che abitava in un borgo limitrofo, uscito di casa per raggiungere l’abitazione dei nonni, era stato ingoiato nel nulla. Fu allora che cominciò a circolare la voce dell’auto bianca, c’era chi giurava di aver visto l’uomo alla guida, con occhiali dalla spessa montatura nera, a cui ormai si attribuiva la responsabilità di ogni disgrazia, anche quelle remote nel tempo – tradimenti, smottamenti del terreno, piccoli furti -, sebbene con queste datazioni retroattive il malfattore adesso avrebbe dovuto avere circa un secolo di età. Gli agenti se ne andarono dopo mezzanotte, a causa del trambusto di quelle ore l’insegna della pensione era rimasta accesa per due giorni consecutivi, richiamando intorno a sé gli insonni, che sotto la luce rossastra del pettirosso fumavano in silenzio o scuotevano la testa guardandosi tra di loro.

L’uccellino gigante pareva la stazione di inizio di una processione sinistra, con le sue fattezze giganti e infantili che restituivano un senso della realtà disarmonico, sproporzionato. Nei giorni successivi quasi tutti i clienti anticiparono la partenza, mentre i pochi rimasti non osavano reclamare un po’ più di burro a tavola la mattina, né una nuova saponetta in bagno: ma passato il primo momento di vicinanza e contrizione verso i titolari, i turisti in realtà conferivano tra di loro a bassa voce, lamentando incuria e disservizio.

Anna, appena settenne, divenne così il bastone della vecchiaia dei giovani genitori, rinunciando anzitempo a sogni e ambizioni personali, ma evitandosi almeno il dispiacere di vederli andare tutti in frantumi, come spesso avviene. Le piaceva continuare a credere che la sorellina un giorno sarebbe tornata, per quali vie del destino non è dato sapere. Pregava spesso per lei rivolgendosi al rapitore, che la trattasse bene, l’amasse, un domani la spingesse a tornare a casa. In men che non si dica Anna cominciò a pregare anche per l’anima dei suoi genitori: prima la madre, portata via da una malattia del sangue, e pochi anni dopo il padre, ormai anziano. La pensione Pettirosso intanto si era conquistata una buona nomea, Anna dava lavoro ad altre tre famiglie della zona, aveva imparato qualche parola di tedesco per i clienti, perlopiù svizzeri e austriaci.

L’insegna della pensione era stata modernizzata, a detta del rappresentante che si era presentato senza preavviso ad Anna una mattina, lo stile di comunicazione oggi era cambiato, serviva un approccio più moderno: innanzitutto sostituire l’immagine realistica del pettirosso con una forma più stilizzata, magari da riprendere sugli oggetti di arredo, lui poteva metterla in contatto anche con un produttore di portaceneri e ombrelloni. Anna occupava stabilmente la camera dove avevano rinvenuto l’uccello morto in passato: fu lei a volerci andare quando i genitori la spinsero a dormire da sola, stava diventando una signorina. Regalarono il letto a castello a una giovane coppia del luogo che si trasferiva in città, il mobile era ancora in ottimo stato e la struttura di legno necessitava solo di una mano di colore. Anna quel giorno pianse, le portavano di nuovo via la sorellina.

Cominciò a lavorare coi genitori molto presto. A dire il vero aveva frequentato per pochi mesi una scuola di parrucchiera nel capoluogo proprio al di là dei monti, doveva prendere l’autobus ogni mattina e il lungo tragitto avveniva quasi tutto sotto una galleria, che rendeva ancor più lunghe le sue notti. La giovane non mostrava particolare talento né per il suo corso di studi né per la vita cittadina, ma aveva imparato a tingersi i capelli, e dall’età di diciassette anni decise di farsi rossa. Anna accompagnò i clienti a tavola, portò lei stessa i bagagli in camera e aprì i vetri: era la finestra da cui la cliente svizzera aveva visto in passato sua sorella pochi attimi prima che scomparisse, ma al posto dell’altalena adesso c’era il piccolo parcheggio della pensione. Anna ormai entrava e usciva da quella stanza sovrappensiero, magari per dolersi qualche ora dopo della sua indifferenza, e solo allora le tornava in mente la piccola, una macchia sfocata con addosso una magliettina a righe azzurre, era tutto quello che ricordava di lei.

Dopo pranzo, mentre molti clienti si erano ritirati in camera a riposare, Anna trascinò una sedia all’ombra sotto la pensilina per rilassarsi un po’, l’afa in quei mesi dell’anno era davvero insostenibile, nemmeno il piccolo lago artificiale che si vedeva da lontano portava frescura, campeggiava solitario nella conca, immobile come una pozza d’acqua stagnante coi contorni sfocati dal caldo. Il commissario di polizia – un vecchio conoscente di Anna per via delle ricerche senza speranza della bambina, che stavano dando lavoro alla terza generazione di poliziotti altrimenti costretti all’inedia – la trovò assopita, la testa rossa dai capelli radi contro il muro, la bocca tinta e leggermente dischiusa. Le scosse dolcemente il braccio per ridestarla, si scusò di non essersi annunciato, ma si trattava di un’urgenza, declinò anche l’offerta di un caffè, non accettò nemmeno un ghiacciolo. Doveva informarla che in un bosco vicino erano stati trovati frammenti di ossa, a prima vista umane, e tutto lasciava supporre che si potesse trattare dei resti della sorellina. Avrebbero mandato i poveri brandelli in un laboratorio attrezzato con strumenti all’avanguardia, le avrebbe fatto sapere qualcosa al più presto.

Nei giorni seguenti Anna provò uno stato d’animo confuso, l’attesa di tutta una vita stava giungendo a termine, ma poneva fine anche alla struttura stessa della sua esistenza, che dentro quel vuoto si era insediata ed era cresciuta. Ogni tanto si sentiva sopraffatta dalla rabbia, non se ne capacitava, come un vento gelido la sfiorava il dubbio che la sorella le avesse sottratto qualcosa di irrecuperabile, volatile come la polvere di quelle misere spoglie. Andò al cimitero per comunicare la notizia ai genitori, disse che dopo tanto tribolare finalmente avrebbero potuto riposare in pace, peccato che madre e padre fossero distanti nel colombario, Anna dovette ripetere il discorso due volte.

Intanto la pensione Pettirosso cominciava a svuotarsi, il commissario l’aveva chiamata a fine luglio dicendo che il laboratorio sarebbe stato chiuso per tutto il mese di agosto, meglio così, aggiunse, troppe emozioni nel pieno della stagione non le avrebbero fatto bene, col primo fresco e la testa sgombra poteva affrontare le antipatiche incombenze burocratiche del caso, ancor prima che quelle emotive. Tutti le sarebbero stati vicini. Anna vide arrivare il commissario accompagnato da uno sconosciuto, un uomo basso di statura, grassoccio, che le fu presentato come il medico legale.

Le giornate cominciavano ad accorciarsi visibilmente e la donna aveva appena acceso l’insegna della pensione. Si sedettero in sala da pranzo, apparecchiata per la cena, ma ancora vuota. Anna aveva già intuito. Ossa di volpe, le dissero, o di qualche altro animale selvatico della zona. Le spiegarono in imbarazzo come era potuto accadere un simile equivoco, la donna annuiva timida come una scolaretta, il dottore le incuteva soggezione, poi notò che aveva il colletto della camicia liso e si sentì improvvisamente esausta. Il commissario prima di andarsene la abbracciò, non si sarebbe arreso, aggiunse.

Anna quella sera mangiò un pesce di lago, era un venerdì. Le mancavano ancora otto anni, sei mesi e un giorno di vita.

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