Cronaca di una vaccinazione

Cronaca di una vaccinazione

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Un primo giorno di scuola, anzi il primo in assoluto. Stesse emozioni e ansie, un sogno notturno anticipatorio di segno negativo. Ho sognato che la mattina andando a vaccinarmi non avevo la mascherina e lungo il percorso mi saliva l’agitazione perché non sapevo se mi avrebbero fatta entrare in ospedale e quindi permesso di vaccinarmi. Cercavo di coprirmi il volto con una sciarpa, che però continuava a scivolare non rispondendo alla sua mission.

La mattina al risveglio mi sono dedicata con cura alla scelta di un abbigliamento compatibile con il ruolo di vaccinanda che di lì a poco sarei andata a sostenere. Ho scelto come mise di base uno smanicato che mi avrebbe permesso di non offrire, in uno scenario che non sapevo quanto protetto dalla privacy,  uno spettacolo poco decoroso fatto di bretelle e di body. Ne avevo solo uno adatto allo scopo, non lo trovavo, mi sono attardata nella ricerca e come al solito mi sono fatta prendere dall’ansia di arrivare tardi. Ho preso una Mascherina FFP2 nuova per affrontare le insidie di un ospedale in cui il Covid circola ancora e alla grande. Mi sono avviata.

Mancavo dall’ospedale giusto da nove mesi, era il 6 marzo quando avevo fatto il mio ultimo turno in presenza per il centro Dafne (dedicato all’accoglienza e all’ascolto delle donne vittime di violenza e situato presso l’ospedale Cardarelli a Napoli). Poi mi ero ritirata e avevo organizzato l’attività di refertazione psicologica da remoto con un numero di reperibilità regionale. Sapevo che non avrei potuto parcheggiare dentro l’ospedale: nel parcheggio era stata installata una grande tensostruttura per l’accesso dei pazienti al PS. Ma non mi aspettavo lo spettacolo inusuale che mi si è parato davanti. Il parcheggio era completamente deserto e ho provato un senso di smarrimento. Lo ricordavo sempre gremito di macchine. Ora, le ho contate, ce n’erano solo 4. Un vero shock.

Entro in ospedale e mi dirigo alla tensostruttura centrale adibita alle vaccinazioni. Atmosfera inusuale ma molto piacevole. Nessuna fila per entrare. Il senso di trovarsi in un’oasi, di fronte a quella tenda rassicurante. Dentro, uno spazio ampio con tre postazioni vaccinali e tante poltrone blu reclinabili ben distanziate e confortevoli per il relax post-vaccinazione. La tenda piena di tanti giovani medici, ragazzi e ragazze, professionali e ben organizzati. Del centro Dafne eravamo in 3. Dopo la somministrazione abbiamo appuntato sugli abiti le spillette con la scritta  “mi sono vaccinato( non esiste con declinazione al femminile!), come se fosse una medaglia al merito in battaglia, e ci siamo scattate una quantità di foto. Eravamo contente. Ci sentivamo finalmente liberate da un peso che anch’io avevo portato quasi senza rendermene conto per 9 mesi di lockdown nel computer, e anche di splendido isolamento. Beh ci hanno dovuto cortesemente dire -essendo trascorsi i 15 minuti- che potevamo andare. In effetti non avevamo alcuna fretta di allontanarci. Poi di nuovo quel parcheggio vuoto, il tragitto in auto verso casa.

Traffico intenso come al solito, era giorno di zona gialla. Di diverso c’era il mio stato d’animo: il ritrovato desiderio di guardare le vetrine, se i negozi non fossero stati chiusi la pausa pranzo mi sarei fiondata dentro a fare il mio primo shopping in presenza. Ecco: bisogna evitare di fare errori  per troppo entusiasmo. Con la prima dose non si è immuni, non sei ancora corazzata contro il virus. Servono altri 20 giorni per la seconda dose, e poi devono passare altri 10 giorni. Quisquilie! Già la prima dose mi dà un grande senso di benessere. E infatti ecco, a conclusione della giornata memorabile, quel desiderio messo a tacere da tanto: una bella pizza in presenza e senza ansie come solo a Napoli la sanno fare, fumante e  appena sfornata dal classico forno a legna, accompagnata da una popolare Birra Peroni.

Elvira Reale

p.s.: questo testo non va inteso come una campagna pro-vax. Chi si vaccinerà saprà leggendolo a che cosa va incontro. Chi non si vaccinerà, quello che perde

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