Violenze sessuali di Capodanno a Milano: sbagliato tacere sulle origini degli aggressori

Sorvolare sul fatto che si trattava di giovani nordafricani impedisce una chiara lettura dell'accaduto. Ed esercita la correctness dell'accoglienza sulla pelle delle donne. Il parallelo con i fatti di Colonia nel 2016 e l'opinione della femminista tedesca Alice Schwartzer
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Qualche giorno fa 5 ragazze sul treno di ritorno da Gardaland sono state aggredite sessualmente e verbalmente da un branco di almeno una trentina di giovani di origine nordafricana (la vicenda qui). Una dinamica molto simile a quella dei fatti di Capodanno 2021 a Milano (e del Capodanno 2016 a Colonia). Le cose da dire sono sempre le stesse, e ve le riproponiamo. Non è più possibile, per correctness, fare finta che il problema non esista. Le donne non sono prede.


La violenza, funzione del dominio maschile, non ha nazionalità.

Ma tacere o sorvolare sulle origini dei componenti del branco che ha aggredito alcune ragazze -almeno 9- a Milano la notte di Capodanno (tutti giovani nordafricani o italiani di origine nordafricana, qui uno dei video) è sbagliato per almeno due ragioni: la prima è che toglie elementi necessari a una chiara lettura di quello che è accaduto; la seconda, che la correctness dell'accoglienza non può essere esercitata sulla pelle delle donne.

Il fenomeno della molestia collettiva su una donna (taḥarrush jamāʿī) sarebbe diffuso nel mondo arabo.

Anni fa la polizia svedese aveva ammesso di aver taciuto sulle origini di molti autori di stupri e molestie per non offrire argomenti alla destra, salvo poi rendersi conto che questi omissis fanno effettivamente il gioco degli xenofobi. Degli 842 uomini condannati per stupro o per tentato stupro negli ultimi cinque anni, come rilevato da un servizio trasmesso dall’emittente televisiva pubblica Svt Nyheter, il 58 per cento era di origine straniera –Medio Oriente e Nord Africa, Africa meridionale e altri Paesi extraeuropei. 

I fatti di Milano ricordano in modo impressionante il Capodanno 2016 a Colonia e in altre città tedesche. Vale quindi la pena di riproporre alcune riflessioni pubblicate in quella occasione che valgono anche per il Capodanno milanese.

A seguire, un'intervista ad Alice Schwartzer, femminista tedesca fondatrice del periodico Emma.


CAPODANNO A COLONIA: PIAZZA TAHIR NEL CUORE DELL'EUROPA

Violenze sessuali di Capodanno a Milano: sbagliato tacere sulle origini degli aggressori

Il più grande pericolo che corriamo dopo i fatti di Colonia -un migliaio di “arabi e nordafricani” che la notte di Capodanno si sono avventati contro tutte le donne che incontravano libere per strada, 90 denunce per molestie, 2 stupri-  è la sottovalutazione (episodi analoghi anche ad Amburgo, Francoforte, Düsseldorf e Stoccarda).

Si è trattato di un atto di guerriglia organizzato, eccitato dall’alcol e dai botti, in cui le donne hanno avuto la parte delle prede, come sempre in circostanze di guerra. Anzi, è stato molto di più. I predoni hanno rubato e hanno molestato: tra le cose e le donne non c’è stata alcuna differenza. Se degli attentati di Parigi si è parlato come di un atto di jihad nel cuore dell’Europa, dei fatti di Colonia si dovrebbe parlare come di una piazza Tahir esportata in Germania: non la piazza Tahir della primavera araba, quella dove le donne partecipavano da pari ai moti “rivoluzionari”, ma la piazza Tahir subito-dopo, quella in cui le donne venivano molestate, insultate, umiliate e palpeggiate per ricondurle brutalmente al loro stato di illibertà.

Tutte noi siamo state molestate almeno una volta nella vita. E ci è chiaro è il messaggio: sei solo una cosa a mia disposizione, specie se giri sola per strada, mostrando di non appartenere ad alcun uomo; nessuna libertà ti è consentita, se non quella di consegnarti a un padrone, e se .non lo fai, se pensi di poter essere autonoma, di guadagnarti il pane, di guidare la macchina, di vestirti come ti pare, sei solo una puttana a mia disposizione. E devi avere paura.

“Essere una donna è pericoloso ovunque”, come scrive Mona Eltahawy (“Perché ci odiano”): deve tornare a esserlo anche in Germania, anche in Europa. E’ questo il messaggio che doveva arrivare, ed è arrivato. I balbettii della povera sindaca di Colonia (il consiglio alle sue concittadine di “tenersi alla distanza di un braccio, EineArmlaenge, dagli sconosciuti) sono lì a dimostrarlo. La pericolosità dell’essere nata donna, la paura che deve conseguirne –ovvero il preciso rovesciamento della paura che gli uomini provano per la potenza materna e l’illimitato godimento femminile- è il fondamento ineliminabile del patriarcato, il cuore della questione maschile. Se una sola donna mostra di non avere paura, tutto l’impianto è a rischio di crollo.

Gli uomini di Colonia non erano poveri astinenti sessuali che cercavano occasioni di “sfogo”: lo stupro e la molestia sono atti solo pseudosessuali, quello che si cerca non è il piacere, ma il dominio e l’assassinio simbolico della preda. Gli uomini di Colonia erano uomini che rimettevano le cose a posto, riaffermando un sistema di valori che nella postura del dominio -maschio sopra, femmina sotto- trova il suo fondamento, il suo suggello, la sua garanzia. Gli uomini di Colonia volevano dare una lezione agli uomini di Germania, che si fanno comandare dalle loro donne, che hanno addirittura un premier donna. Qualcosa di simile agli stupri etnici.

Si tratta, dicevo, di non sottovalutare: fare finta che gli uomini di Colonia non siano poi tanto diversi dagli ubriaconi dell’Oktoberfest significa lasciare alla destra xenofoba il compito esclusivo di interpretare la vicenda e di immaginare risposte politiche. E i maschi della destra xenofoba non sono certo paladini della libertà femminile.

Si tratta di saper leggere quello che è capitato la notte di Capodanno senza cercare riparo nella retorica della correctness. O, peggio, imbastendo patetiche e autoconsolatorie dietrologie, tipo: era tutto organizzato, anche il non-intervento della polizia, in modo da poter restringere le politiche di accoglienza, e altre cretinate simili.

Stiamo alle cose certe. E una cosa certa, come diciamo da sempre, è che il corpo della donna è il campo di battaglia definitivo. Quello che capita alle yazide, alle siriane, alle saudite ci riguarda, è molto più vicino di quanto vorremmo credere. E ridurre le nostre pretese di libertà, anche solo della misura di un braccio, significa ridurre anche le loro.

Tenere le donne al centro –a cominciare dalle politiche di accoglienza- è una primissima, ineludibile risposta. Più profughe di loro non c’è nessuno.

Marina Terragni


INTERVISTA AD ALICE SCHWARZER

Violenze sessuali di Capodanno a Milano: sbagliato tacere sulle origini degli aggressori

Alice Schwarzer, storica femminista tedesca, pubblica un libro-denuncia. La polizia nascose l’origine dei sospetti. E la legge non punisce le «molestie». Un po’ Emma Bonino, un po’ Oriana Fallaci, Alice Schwarzer è una protagonista indiscussa della storia del femminismo tedesco ed europeo. Militante pro-aborto, anti-pornografia e anti-prostituzione legale, Schwarzer è infaticabile: ha fondato la rivista Emma, ha scritto 16 libri, alcuni dei quali tradotti in numerose lingue... Adesso è tornata alla carica con un nuovo libro: a scatenarla sono state le molestie di gruppo della notte di Capodanno nella sua Colonia da parte di migliaia di nordafricani su centinaia di donne scese in piazza a festeggiare l’anno nuovo.

Perché un nuovo libro?
«Nelle settimane successive alla notte di San Silvestro i giornalisti di mezzo mondo sono venuti in redazione da Emma, 15 minuti a piedi dalla stazione di Colonia. Ci hanno rivolto molte domande diverse, ma una l’hanno posta tutti. “Perché in Germania nessuno vuole capacitarsi della dimensione politica della notte dell’orrore?”. E me lo chiedo anch’io. Non era mai successo in Germania o in Europa che la piazza principale di una metropoli diventasse un luogo senza legge nel quale migliaia di uomini potessero attaccare centinaia di donne per delle ore. Fino a oggi, nella sola Colonia sono state registrate 625 denunce per molestie sessuali. A ciò aggiungiamo che quella notte sono esplose con virulenza due questioni delle quali mi occupo da quarant’anni: la violenza sessuale e la politicizzazione dell’islam».

Nonostante le molestie a centinaia, quasi nessuno dei responsabili è finito nelle maglie della legge.
«Presumo che nemmeno uno di quei delinquenti sarà condannato; e lo dico per due ragioni. In primo luogo, questi metodi di aggressione rendono molto difficile l’arresto di una singola persona. Sulla piazza quella notte c’erano fra mille e duemila uomini: dal branco si staccavano dei gruppetti di sei, sette, otto individui che circondavano le donne, scacciavano gli eventuali accompagnatori e maltrattavano le loro vittime. Poi, veloci come il fulmine, si rimmergevano nella massa. In questo modo è molto difficile per gli investigatori riconoscere il singolo individuo e dimostrare le sue responsabilità. In secondo luogo, a oggi in Germania la semplice “molestia” sessuale non è un reato penale. Lo stupro - ossia la penetrazione - sì,ma il palpeggiamento no. Di conseguenza, se anche la colpevolezza di uno dei responsabili fosse dimostrata, questi avrebbe ben poco da temere».

Lei crede alla volontà politica di alcuni che avrebbero tentato di nascondere o sottacere l’origine straniera dei molestatori?
«Sì, e al riguardo esistono molti segnali e indicazioni. Già nel 2008 nel Nord Reno- Westfalia (il Land con Colonia, nda) è stata diffusa una circolare ministeriale in cui si raccomandava di non rendere nota l’origine etnica dei criminali fermati. E sono orami decenni che presso la polizia di Colonia vige il clima della correttezza politica, dettata dal timore di essere altrimenti accusati di razzismo».

Ma l’islam appartiene alla Germania oppure no?
«Cosa significa “islam”? Non esiste una risposta univoca perché esistono centinaia di modi in interpretarlo e di viverlo. L’islam come fede attiene alla sfera privata ed è ovviamente conciliabile con lo stile di vita tedesco. L’islam come strategia politica non è invece compatibile, perché per l’islamismo la sharia è superiore della legge, e la donna inferiore all’uomo.»

Crede che il velo integrale andrebbe vietato? Anche la catenina con la croce?
«Ha voglia di scherzare? Una croce sul collo non è in alcun modo paragonabile al velo integrale che rende disabili ed è inumano. Nei regimi islamici o dove regna il terrore, le donne rischiano la vita se non indossano il burqa. Il processo per rendere le donne invisibili è il livello più basso di vilipendio nei loro confronti. E per quanto riguarda la croce: io sono del tutto a favore del divieto di ogni simbolo religioso nelle scuole: tanto il velo, quanto il crocifisso alla parete. Ma che oggi le responsabili politiche occidentali in visita a Teheran si coprano il capo è patetico; ed è un tradimento nei confronti di milioni di donne che il velo sono invece obbligate a portarlo».

Come crede che governo e società civile dovrebbero affrontare il problema della violenza contro le donne?
«Io appartengo a una generazione di femministe che combatte contro la violenza sessuale da oltre 40 anni: dall’abuso sessuale allo stupro, dalla prostituzione all’omicidio a sfondo sessuale. E naturalmente anche contro la violenza condotta da tedeschi. Non abbiamo ancora ottenuto tutto ma abbiamo fatto molto: di certo non vogliamo andare all’indietro».


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