Siamo noi la tua famiglia!
Michela Mariotto, la ricercatrice di Roma Tre che ha organizzato il "laboratorio per bambin* trans e gender creative dai 5 ai 14 anni” è un'esponente di GenderLens, associazione che intende accompagnare le famiglie di bambine-i con comportamenti non conformi al sesso di nascita (cioè non conformi ai più ritriti stereotipi di genere) a convincersi di avere un figlio gender variant. E se non si convincono, la famiglia sono loro. I bambini al centro delle politiche queer

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GenderLens si definisce “associazione di genitori di bambinə gender creative, giovani persone trans e loro alleat*“. E ancora: “GenderLens è un progetto nato in Italia con l’obiettivo di fornire supporto e fare informazione sulla varianza di genere nell’infanzia, e si rivolge innanzitutto ai genitori e agli educatori delle scuole”.

Michela Mariotto, la ricercatrice responsabile del “Laboratorio per bambin* trans e gender creative – storie di bambin* e ragazz* trans dai 5 ai 14 anni” organizzato dall’Università Roma Tre e approvato dal suo comitato etico (che si difende dalle molte critiche parlando di “caccia alle streghe” e di “polemica strumentale e disinformata”) è un’esponente di GenderLens.

GenderLens intende accompagnare le famiglie di bambine-i che manifestano comportamenti non conformi al sesso di nascita (cioè che non si conformino fin dalla più tenera infanzia ai più ritriti stereotipi di genere) a realizzare di avere un figlio gender variant. E se invece le famiglie resistono e si rifiutano di etichettare il proprio figlio-a e lo lasciano piuttosto libero di esplorare –Sigmund Freud definì naturalmente perversa-polimorfa la sessualità infantile– allora GenderLens a quanto pare può sempre sostituirsi alle famiglie: è il messaggio dell’immagine in apertura, “la famiglia GenderLens è la tua famiglia, noi ci siamo”. 

Sostituirsi alla famiglia -pur con tutti i suoi difetti-  come agenzia educativa primaria è il progetto queer per eccellenza: insieme alle donne, i bambini sono nell’obiettivo. Si tratta in alcuni casi di un vero e proprio grooming, un’operazione di adescamento che si avvale dei social.

Dice Lisa Marchiano, psicanalista e americana membro di Geta (Gender Exploratory Therapy Association, associazione di terapeuti critici della cosiddetta “terapia affermativa” ha affermato in un’intervista che «i genitori con un figlio coinvolto in questo vasto fenomeno culturale si trovano spesso soli. Se non si precipitano immediatamente ad affermare la propria figlia, medici, terapisti, amministratori scolastici e altri possono accusarli di essere “transfobici”. Possono vedere la loro preziosa figlia avviarsi verso la medicalizzazione a vita, mentre gli amici fanno il tifo per lei».

Sono spesso le madri a cedere per prime, in molti casi vittime di una particolare forma di sindrome di Munchausen per procura. Ma ci sono anche madri e padri che non cedono, che si rifiutano di delegare il proprio compito a insegnanti e “specialisti”.

Come scrivono Logan Lancing e James Lindsay in “The Queering of the American Child: How a New School Religious Cult Poisons the Minds and Bodies of Normal Kids”: “I bambini oggi apprendono che gli è stato ‘assegnato un sesso alla nascita’ e possono cambiare sesso o ‘genere’ a piacimento. I bambini non stanno più imparando a leggere, scrivere o fare matematica, ma stanno imparando a essere attivisti del ‘genere radicale’. Nel frattempo, i distretti scolastici tengono i genitori all’oscuro, nascondendo loro informazioni critiche sulla salute e il benessere dei loro figli”.

Marina Terragni

 


 


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