Che siano benedette Carlotta Vagnoli, Valeria Fonte, Benedetta Sabene e con loro tutte quelle -non sono poche- che avanzano impetuosamente e profittevolmente sulla strada che le loro madri e sorelle maggiori femministe hanno aperto nella giungla a colpi di machete, in genere traendone molti meno profitti e anzi spesso del tutto in perdita -chiedere alle radicali inglesi che a tutt’oggi perdono il lavoro solo per avere detto che una donna è un umano adulto di sesso femminile-.

Un po’ meno benedette per il fatto di praticare fervidamente il no-debate woke -con quella non si parla, quell’altra deve finire male etc- perché vero che il femminismo è un campo di battaglia, come dice Luisa Muraro, ma non un plotone di esecuzione, Dio che orrore quella chat. E del resto queste benedettissime ragazze sono cresciute sui social, devono tutto ai social dove l’odio è moneta corrente e gli shitstorm fanno molto traffico.
Un po’ meno benedette anche per il fatto di avere interpretato un femminismo on demand, e dunque quel femminismo glam che vende, fa audience in tv, piace perfino ai maschi finché gli piace -warning! a un certo punto, specie dai vostri -anta in poi, non gli piacerà più!-.
Però tutta questa sfolgorante mercanzia non si può chiamare femminismo, tanto meno femminismo radicale -qui siamo nell’assoluto mainstream!-, bisogna proprio che le benedette gli trovino un altro nome (glamourismo? carrierismo? opportunismo? predatorismo? cattiveria? invidia?-. Magari leggendo la già menzionata Muraro (e Carla Lonzi, Adriana Cavarero, Luce Irigaray, Julia Kristeva, Simone Weil, Maria Zambrano, per stare solo alle europee) riescono anche a capire perché.
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