Riforma del Reddito di Cittadinanza: si tenga conto della differenza sessuale
La situazione occupazionale e i livelli retributivi delle donne -con forte variabilità regionale- sono molto diversi tra donne e uomini. Così è stato anche per il reddito, che ha avuto effetti positivi anche sulla natalità. Ecco perché il cambiamento dell'istituto richiede un'attenta valutazione del cosiddetto "impatto di genere": una riforma "uguale" potrebbe avere effetti diseguali in base al sesso

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Ormai a 360°, sia pure con impostazioni e soluzioni diverse, si riconosce la necessità di una riforma del reddito di cittadinanza. Il governo Meloni ha presentato il suo piano in progress. Ma la considerazione di quello che viene definito “impatto di genere” -cioè la valutazione degli effetti della riforma sulle donne- appare ancora insufficiente, generalmente sottovalutato dalle analisi.

In una situazione sociale e in un mercato del lavoro come quello italiano che vede le donne fortemente svantaggiate tanto nei livelli di occupazione -con notevoli differenze tra Nord e Sud e anche tra le singole regioni- quanto nelle retribuzioni che restano notevolmente “dispari” (gender pay gap che tende ad aumentare) si deve prestare molta attenzione agli effetti che una riforma “uguale” avrebbe su una popolazione differente in ragione del sesso.

Giusto qualche dato: tolta l’evidenza che per le donne è generalmente più difficile trovare un’occupazione, secondo una ricerca dell’Istituto Iref-Acli sulla disparità di genere e salariale, più della metà delle donne under 35 non raggiunge i 15 mila euro di reddito complessivo annuo, contro il 32,5% dei coetanei maschi; tra i 30 e 39 anni il 14,5% delle lavoratrici è in uno stato in povertà assoluta rispetto al 6,8% degli uomini; percentuale che sale al 22% se consideriamo anche chi si trova in povertà relativa e al 38,5% per i redditi complessivi fino a 15 mila euro. Il differenziale retributivo di genere grezzo, cioè quello calcolato solo rispetto al sesso, supera i 30 punti percentuali a svantaggio delle donne.

L’impatto della crisi pandemica è stato più duro per le donne: nel 2021 le pratiche per il reddito di cittadinanza sono state aperte per il 57,5% dalle donne e 54% hanno fatto richiesto il «reddito di emergenza» poi abolito. Anche la Naspi, indennità mensile di disoccupazione, è stata richiesta dal 61,3% delle donne nel 2021.

Secondo un recente rapporto Caritas sulla lotta alla povertà i beneficiari di RdC indirizzati ai centri per l’impiego sono in maggioranza donne (52%). Tra le coppie con figli minori che hanno avuto accesso al reddito, il tasso maggiore riguarda i nuclei monogenitoriali (nella quasi totalità donne con uno o più bambini).

Anche nei percorsi di avviamento dal RDC al lavoro vi sono notevoli differenze tra donne e uomini a cui va prestata attenzione.

Infine un dato molto significativo per il nostro Paese alle prese con un’eccezionale denatalità: sia pure in linea di tendenza (un punto percentuale in più) secondo uno studio Inps il RdC ha un impatto positivo sulle nascite. La probabilità delle donne beneficiarie del reddito di concepire un figlio nel periodo successivo all’accettazione della domanda è più alta di quello delle donne la cui domanda è stata rifiutata. La chiave è una maggiore fiducia nel futuro che non deriva “tanto dall’integrazione di reddito” quanto piuttosto “dalla presenza di un sostegno di ultima istanza da parte dello Stato rivolto a fasce di popolazione plausibilmente a rischio di marginalità ed esclusione sociale”.

Questi solo alcuni indizi che suggeriscono quanto meno un supplemento di riflessione sugli effetti che l’annunciata riforma del RdC avrebbe sulla popolazione femminile, suggerendo soluzioni differenti in base al sesso.

Raramente il diritto e le leggi riescono a rappresentare la differenza sessuale, ma provarci è importante.

Marina Terragni (informativa di Maria Esposito)


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