Processi e stupri

Le domande poste in aula alla presunta vittima di violenza sessuale da parte di Ciro Grillo e compagni ricordano molto i toni dei legali della difesa nel famoso “Processo per stupro” del 1979. La formidabile arringa di Tina Lagostena Bassi, avvocata di parte civile in quel procedimento, spiega perché queste modalità di interrogatorio erano -e restano- inaccettabili. Riascoltiamola
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Vale la pena di rileggersi ed eventualmente riascoltare -il pluripremiato film Processo per stupro, 1979*, potete rivederlo qui in versione integrale- la formidabile arringa dell'avvocata Tina Lagostena Bassi, legale di parte civile in difesa di una giovane donna stuprata da 4 uomini che l'avevano attirata in una villa di Nettuno con il pretesto di un'offerta di lavoro. Il processo si concluse con una condanna ma gli imputati beneficiarono della libertà condizionale.

Vale la pena di riascoltare quell'arringa perché nelle parole di Tina Lagostena Bassi troverete tutte le ragioni per le quali l'interrogatorio a cui -nel processo in corso a Tempio Pausania contro Ciro Grillo e altri tre giovani- è stata sottoposta la presunta vittima di violenza, avrebbe registrato toni inaccettabili, che richiamano molto quel processo di ormai quasi 25 anni fa.

«Perché non si è divincolata?»
«Perché non ha urlato?»
«Perché non ha usato i denti?»
«Perché non era lubrificata?»
«Lei ha sollevato il bacino?»
«Come le sono stati tolti gli slip?» 
«Che tipo di pantaloni indossava?»

L'eventuale passività "colpevole" della ragazza sarebbe portata dall'avvocata della difesa Antonella Cuccureddu (foto in apertura) come possibile prova del suo consenso. Dimenticando che in buona parte dei casi di violenza, anche quando perfettamente cosciente nel momento dell'abuso, la donna non reagisce proprio in forza di un noto e istintivo meccanismo di autoconservazione a cui si dà il nome di tanatosi, riflesso studiato anche in altre specie animali, il cui scopo è ridurre il danno e accelerare la fine della violenza. Una donna sa che se reagisse in quel momento la sua vita sarebbe a rischio.

Certo il diritto alla difesa non può mai essere negato, così come la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Ma anche l'esercizio di questo diritto trova dei limiti nel rispetto della donna che ha denunciato, tenendo conto del fatto che chi si risolve a denunciare sa bene che dovrà affrontare un percorso difficile e doloroso, con il rischio di ritrovarsi sul banco degli imputati, in particolare quando qualcuno tra gli accusati è un personaggio pubblico o un suo familiare.

Per denunciare una violenza serve una grande determinazione, e l'andamento di molti processi rischia di scoraggiare le donne a difendersi nelle aule di giustizia, spingendole a subire gli abusi in silenzio.

Continua ad agire in sottofondo l'idea che se una donna viene stuprata in qualche modo se l'è voluta, che non sia stata capace di difendere il suo onore e quello della famiglia, di cui è ritenuta custode, e che debba essere sanzionata per questo, come avviene in molte società patriarcali e com'è capitato anche nel nostro Paese solo fino a pochi decenni fa.

Marina Terragni

* il film, trasmesso dalla Rai e visto da molti milioni di spettatori, ha contribuito all'approvazione della legge n. 66 del 15 febbraio 1996,"Norme contro la violenza sessuale", in cui lo stupro viene finalmente definito crimine contro la persona e non più contro la pubblica moralità.


Processi e stupri

ARRINGA DI TINA LAGOSTENA BASSI, AVVOCATA DI PARTE CIVILE (a seguire quelle -davvero incredibili- dei legali degli imputati)

«Presidente, Giudici, credo che innanzitutto io debba spiegare una cosa: perché noi donne siamo presenti a questo processo. Per donne intendo prima di tutto Fiorella, poi le compagne presenti in aula, ed io, che sono qui prima di tutto come donna e poi come avvocato. Che significa questa nostra presenza? Ecco, noi chiediamo giustizia. Non vi chiediamo una condanna severa, pesante, esemplare, non c'interessa la condanna. Noi vogliamo che in questa aula ci sia resa giustizia, ed è una cosa diversa. [...] Vi assicuro, questo è l'ennesimo processo che io faccio, ed è come al solito la solita difesa che io sento: vi diranno gli imputati, svolgeranno quella difesa che a grandi linee già abbiamo capito. Io mi auguro di avere la forza di sentirli, non sempre ce l'ho, lo confesso, la forza di sentirli, e di non dovermi vergognare, come donna e come avvocato, per la toga che tutti insieme portiamo. Perché la difesa è sacra, ed inviolabile, è vero. Ma nessuno di noi avvocati—e qui parlo come avvocato—si sognerebbe d'impostare una difesa per rapina come s'imposta un processo per violenza carnale. Nessuno degli avvocati direbbe nel caso di quattro rapinatori che con la violenza entrano in una gioielleria e portano via le gioie, i beni patrimoniali da difendere, ebbene nessun avvocato si sognerebbe di cominciare la difesa, che comincia attraverso i primi suggerimenti dati agli imputati, di dire ai rapinatori «Vabbè, dite che però il gioielliere ha un passato poco chiaro, dite che il gioielliere in fondo ha ricettato, ha commesso reati di ricettazione, dite che il gioielliere è un usuraio, che specula, che guadagna, che evade le tasse!»

Ecco, nessuno si sognerebbe di fare una difesa di questo genere, infangando la parte lesa soltanto. [...] Ed allora io mi chiedo, perché se invece che quattro oggetti d'oro, l'oggetto del reato è una donna in carne ed ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza? E questa è una prassi costante: il processo alla donna. La vera imputata è la donna. E scusatemi la franchezza, se si fa così è solidarietà maschilista, perché solo se la donna viene trasformata in un'imputata, solo così si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale. Io non voglio parlare di Fiorella, secondo me è umiliare venire qui a dire «non è una puttana». Una donna ha il diritto di essere quello che vuole, senza bisogno di difensori. Io non sono il difensore della donna Fiorella. Io sono l'accusatore di un certo modo di fare processi per violenza [...]»

«Quello che è successo qua dentro si commenta da solo, ed è il motivo per cui migliaia di donne non fanno le denunce, non si rivolgono alla giustizia. [...] Ho letto sul giornale di un'ulteriore violenza fatta ad una ragazza di 17 anni, che non dirà bugie perché è sordomuta, e che è stata molto, molto malmenata perché forse ha fatto quella resistenza che qui si nega.

Io mi chiedo, quale sarebbe stata la reazione? Sono quattro uomini. Certo, uno può dare un morsico, può rischiare la vita, e l'avrebbe rischiata. Ed ognuna delle donne ricorda quello che è successo a chi ha cercato di ribellarsi, a chi cerca di ribellarsi alla violenzai»

ARRINGA DI GIORGIO ZEPPIERI, AVVOCATO DIFENSORE

«I fatti? Guardateli in concreto. Qui si tratta di una ragazza, senza offesa, perché signori miei, io non ho una cattiva opinione affatto delle prostitute [...] qui si tratta di una ragazza che ha degli amanti a pagamento [...]

Signori miei, una violenza carnale con fellatio può essere interrotta con un morsetto. L'atto è incompatibile con l'ipotesi di una violenza. Tutti e quattro avrebbero incautamente abbandonato nella bocca della loro vittima il membro, parte che per antonomasia viene definita delicata dell'uomo. E su cui, mi si consenta, il coito orale si compie con una funzione che è tecnicamente qualificata, e che esprime una serie di atti voluti. Eh sì mi posso abbandonare, ma io lì non mi abbandono, sono io che posseggo. Lì il possesso è stato esercitato dalla ragazza sui maschi, dalla femmina sui maschi. È lei che prende, è lei che è parte attiva, sono loro passivi, inermi, abbandonati, nelle fauci avide di costei!

Ma la signorina che cosa pratica con il Vallone di cui è, era, l'amante, l'amica amorosa, fu in quell'occasione l'amante, l'amica amorosa? Si fa praticare il cunnilictus dal suo amico amoroso, che s'inginocchia davanti a lei, e la bacia teneramente su quella che il divino Gabriele, suo illustre corregionale Signor Presidente, chiama «la seconda e più trepida bocca», da cui sugge il piacere di lei. Quindi, che cosa è il cunnilictus? È più che l'amore, è l'adorazione sessuale, e tende al piacere della femmina. E chi la pratica, il violentatore? Ecco l'incompatibilità fisiologica, sessuale! È l'amante che può fare questi gesti»

ARRINGA DI ANGELO PALMIERI, AVVOCATO DIFENSORE

«La violenza c'è sempre stata [...] Non la subiamo noi uomini? Non la subiamo noi anche da parte delle nostre mogli? E come non le subiamo? Io oggi per andare fuori ho dovuto portare due testi con me! L'avvocato Mazzucca e l'avvocato Sarandrea, testimoni che andavo a pranzo con loro, sennò non uscivo di casa. Non è una violenza questa? Eppure mia moglie mica mi mena. È vero che siete testimoni? Siete testi? E allora, Signor Presidente, che cosa abbiamo voluto? Che cosa avete voluto? La parità dei diritti. Avete cominciato a scimmiottare l'uomo. Voi portavate la veste, perché avete voluto mettere i pantaloni? Avete cominciato con il dire «Abbiamo parità di diritto, perché io alle 9 di sera debbo stare a casa, mentre mio marito il mio fidanzato mio cugino mio fratello mio nonno mio bisnonno vanno in giro?» Vi siete messe voi in questa situazione. E allora ognuno purtroppo raccoglie i frutti che ha seminato. Se questa ragazza si fosse stata a casa, se l'avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente»


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