Trapianto di utero per trans MtF (nati maschi)

Non solo "uomini incinti" (trans FtM, nate donne) come da cover dell'Espresso: recentemente riletti i criteri bioetici per il trapianto di utero. Che potrà essere ricevuto anche da trans MtF, cioè biologicamente maschi. Per una transizione completa
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La copertina dell’ultimo numero de l’Espresso probabilmente appare ai più come una provocazione. Chi segue certa letteratura scientifica, però, sa bene che quanto disegnato è già realtà, e da un pezzo. Gravidanze in donne che si identificano come uomini - FtM, l’acronimo (Female to Male) - come quella disegnata sulla copertina del settimanale- non sono certo una novità: è sufficiente cercare nelle banche dati di settore (Scopus o WOS o Pubmed, per intendersi, riconosciute per le pubblicazioni scientifiche valutate per i concorsi universitari) e consultare la vasta letteratura che emerge.

A puro titolo di esempio, nel 2014 la rivista Obstetric & Gynecology  (dell’ American College of Obstetricians and Gynecologists) pubblicava un articolo titolato Transgender Men Who Experienced Pregnancy After Female-to-Male Gender Transition, relativo a uno studio approvato dalla University of California, San Francisco Committee on Human Research. Venticinque FtM hanno usato testosterone prima della gravidanza e solo per sei di loro non era stata pianificata; la maggior parte ha avuto il figlio dal partner, cinque hanno fatto ricorso a donatori anonimi o da banche del seme, tre da donatori noti, 21 con propri ovociti. Ed è recente la pubblicazione di alcuni studiosi della Rutger Robert Wood Johnson Medical School, New Brunswick, negli USA, sui trattamenti in ambito ostetrico per “transgender men with advanced paternal age”, cioè di FtM con più di 35 anni di età, la cui l’età avanzata viene definita "paterna" ma al tempo stesso si parla di travaglio, parto etc. Non sappiamo quanti siano finora i nati da FtM, ma secondo gli esperti si tratta di numeri in aumento.

D’altra parte da tempo nella letteratura scientifica c’è ampio spazio per la “transgender health” la salute delle persone transgender, che include i trattamenti di preservazione della fertilità, cioè la possibilità di conservare ovociti per FtM e spermatozoi per MtF (Male to Female), raccogliendo i gameti prima della transizione, e la finalità è evidente: poter essere, in futuro, madri genetiche (e anche gestazionali, se non ci si sottoporrà a isterectomia) e padri biologici essendo, rispettivamente, padri e madri sociali e spesso anche anagrafiche. Va ricordato che la possibilità di questi trattamenti è offerta anche agli adolescenti, compresi coloro a cui vengono somministrati i bloccanti della pubertà, a patto ovviamente che si sia raggiunta una sufficiente maturità sessuale: resta un mistero su come un tredicenne possa essere consapevole di tutto ciò, quando esprime il proprio consenso informato a riguardo, come pure restano fortissimi i dubbi sulla reale libertà del consenso dei genitori, chiamati a dare avallo legale a questi percorsi.

E’ ancora a livello di discussione accademica, invece, la possibilità di trapianto di utero a “individui transgender”: la rivista Bioethics ha recentemente pubblicato un articolo il cui autore principale è Jacques Balayla, ginecologo della McGill University, a Montreal, in Canada. Si tratta di uno dei tre firmatari dei "Criteri di Montreal", cioè i criteri etici di riferimento a livello internazionale, per i trapianti di utero. Va detto che il testo è stato aggiornato dai medesimi autori nel 2013, dopo un anno dalla pubblicazione, con alcune aperture di tipo etico al trapianto di utero in uomini o trans, ma confermandone l’esclusione dal punto di vista clinico. Nell’articolo pubblicato quest’anno si riprende il ragionamento etico rileggendo il primo dei Criteri richiesti - Il ricevente è una femmina genetica in età riproduttiva senza controindicazioni mediche al trapianto – perché “la condizione che il paziente sia una femmina genetica intrinsecamente squalifica i transgender, alcune donne non-binarie, gender diverse e cis-gender che hanno un cariotipo non-XX ( “transgender UTx”)”, dove UTx sta per “trapianto di utero”.  

Gli autori dichiarano che finora non sono ci sono stati trapianti di utero su “transgender UTx”, ma nell’articolo sviluppano una serie di argomentazioni per mostrarne l’accettabilità etica, in riferimento ai noti principi bioetici di autonomia, non-maleficenza, beneficenza e giustizia. La Carta di Montreal viene quindi riletta con commenti del tipo “se una persona cis-gender che si identifica come femmina ma che manca di utero può eticamente averne uno, allora il principio di giustizia indica che questa opportunità dovrebbe essere offerta a tutte queste persone, a prescindere dalle circostanze della loro nascita”.  E se la finalità del trapianto di utero secondo la Carta di Montreal è procurare una gravidanza, invocando il principio di beneficenza si può pensare di “rendere disponibile il trapianto di utero a coloro che soffrono di disforia di genere”, purché siano rispettati i criteri di sicurezza clinica. L’UTx potrebbe diventare “parte della chirurgia di riassegnazione di genere”, quindi, come sostenuto anche in precedenti lavori da un team di chirurghi inglesi, citati nell’articolo.

Per finire, alcune considerazioni sulla costruzione dell’eventuale accesso vaginale alla cavità uterina: gli autori hanno comunque sentito la necessità di specificare, a scanso di equivoci, che si tratta di un trattamento applicabile solo a trans-femmine e non per i cis-maschi, questi ultimi chiamati in causa se ipoteticamente fossero interessati a portare avanti una gravidanza senza effettuare la transizione di genere. In poche parole e senza particolare enfasi, ecco nero su bianco dove si vuole andare a parare.

(per gli increduli, nel testo originale: As we mentioned previously, though UTx may well be transitory to void the need for lifelong immune-suppression, the gender re-assignment surgery and orchiectomy needed to ensure the success of UTx are permanent – a consideration that would not appliy to cis-males who would seek to carry pregnancy without transitioning. Indeed the ready convenience of access to the uterine cavity both for embryo transfer and biopsy via the cervix prefers that a transgender patient seeking to become pregnant through UTx should have previously undergone surgical construction of a neo-vagina that may be connected to the transplanted canal and cervix. Such a reality would only apply to trans-females and not cis-males).

Assuntina Morresi


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