La Convenzione di Istanbul è delle donne! La destra non ostacoli la ratifica dell'Europa

Astenendosi dal voto di ieri, preliminare all’adesione europea al più importante trattato contro la violenza sulle donne, gli europarlamentari di Lega e Fratelli d’Italia cedono alle pressioni dei Pro Vita che leggono quel documento come anti-famiglia e pro-gender (le stesse preoccupazioni espresse dal premier turco Erdogan). Ma l’Italia ha già aderito alla Convenzione e a quanto pare l’orientamento del governo non sarebbe questo. E le rivendicazioni Lgbtq non c’entrano nulla. Le donne tra due fuochi misogini: l’estremismo religioso e le strumentalizzazioni queer
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Ieri in Europa è stata approvata una risoluzione chiede all’Ue di aderire alla Convenzione di Istanbul (2011), il più importante trattato internazionale -giuridicamente vincolante- contro la violenza sulle donne e la violenza domestica. L'Italia ha già ratificato la Convenzione nel 2013, mentre 6 paesi europei (Bulgaria, Cechia, Ungheria, Lettonia, Lituania e Slovacchia) non l'hanno ancora fatto. Il voto di ieri è preliminare all'adesione dell'intera UE alla Convenzione.

Incredibilmente gli eurodeputati di Fratelli d'Italia e della Lega si sono astenuti dal voto. Alessandra Basso e Susanna Ceccardi della Lega hanno addirittura votato contro.  

A quanto pare l'orientamento del governo italiano sarebbe stato il voto favorevole, in coerenza con la ratifica del 2013, ma il timore di scontentare l'estremismo cattolico -segnatamente i Pro Vita- ha indotto gli europarlamentari della destra al compromesso dell'astensione, scontentando tra l'altro anche gli stessi Pro Vita che avrebbero preteso dalla destra un voto contrario unanime e compatto.

Una scelta disastrosa e inaccettabile, argomentata in modo altrettanto inaccettabile: secondo il capodelegazione di Fratelli d’Italia-Ecr al Parlamento europeo Carlo Fidanza "con la nostra astensione abbiamo voluto ribadire la nostra preoccupazione sulle tematiche legate al gender... Vogliamo ancora una volta denunciare la costante strumentalizzazione della Convenzione da parte delle sinistre arcobaleno, che vorrebbero farne l’ennesimo cavallo di Troia per imporre l’agenda Lgbt".

Motivazioni molto simili -e dovrebbe bastare questo a imbarazzare gli europarlamentari della destra- a quelle con cui il premier turco Erdogan ha spiegato la sua uscita dalla Convenzione con un decreto-golpe nel marzo 2021. Per il partito al governo in Turchia (Akp) la Convenzione danneggerebbe infatti l'unità familiare e incoraggerebbe il divorzio, oltre a includere riferimenti che possono essere strumentalizzati dalla comunità Lgbtq. Secondo la nota di Associated Press chi attacca la Convenzione sostiene che "il trattato promuove l'omosessualità tramite l'uso di categorie come "genere", "orientamento sessuale" e "identità di genere" che costituiscono una minaccia per le famiglie turche".

la Convenzione di Istanbul non ha nulla a che vedere con il concetto di identità di genere così come è inteso oggi nelle rivendicazioni Lgbtq, ovvero "libera scelta del genere indifferentemente dal sesso di nascita" (self-id). Anche nella discussione italiana sulla legge Zan si è fatto riferimento alla Convenzione per difendere il concetto di "identità di genere": ma questa interpretazione è assolutamente forzata.

All'art. 4 della Convenzione si dice che "L’attuazione delle disposizioni (...) deve essere garantita senza alcuna discriminazione fondata sul sesso, sul genere (...) sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere". Ma nel 2011, quando fu esteso il testo del trattato, con "identità di genere" ci si riferiva alla libertà delle donne dagli stereotipi di genere, ovvero al non-obbligo a conformare i propri comportamenti ai ruoli assegnati alla femminilità tradizionale, e non a rivendicazioni queer.

Il senso della Convenzione di Istanbul dunque non può essere in alcun modo equivocato. In ogni passaggio del testo "genere" è inteso come "genere femminile" ed è sempre associato alle donne, fuori da ogni dubbio. Fin dal preambolo si sostiene che "il raggiungimento dell’uguaglianza di genere de jure e de facto è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne"; si parla della "natura strutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere". All'art. 3 comma d è scritto "l'’espressione “violenza contro le donne basata sul genere” designa qualsiasi violenza diretta contro una donna in quanto tale". E via dicendo (tutto il testo lo trovate qui).

L'identità di genere com'è intesa oggi (self-id) non ha perciò nulla a che vedere con la Convenzione di Istanbul, che non può essere strumento delle gender politics e base per rivendicazioni Lgbtq e forzare la Convenzione in questo senso danneggia le donne che si trovano letteralmente tra due fuochi misogini, l'estremismo cattolico -e quello musulmano- e le strumentalizzazioni queer.

Ai danni delle donne, la Convenzione di Istanbul è stata regolarmente cannibalizzata dagli Lgbtq per imporre le proprie istanze, segnatamente l'identità di genere. Non vi è circostanza nella quale non si sia fatto inopinatamente riferimento alla Convenzione per imporre contenuti che con la Convenzione non c'entrano nulla e si devono porre dei presidi contro questa misinterpretazione. Ma lo strumento va salvato in ogni modo.

L’eurodeputato PD Giuliano Pisapia ha sensatamente chiesto al governo di ripensare a questa posizione prima del voto in plenaria: “L’auspicio è che il governo italiano non esprima un voto contrario o si astenga quando, speriamo in tempi brevissimi, vi sarà il voto finale degli Stati membri che dovranno ratificare l’adesione dell’intera Unione europea. L’Italia deve assumersi la responsabilità di finalizzare il processo di adesione avviato anni fa".

C'è ancora tempo, dunque, per correggere il tiro.

Marina Terragni


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