Judith Butler e Adriana Cavarero: amicizie pericolose
La filosofa della differenza e la teorica del gender si sono affrontate in un match agguerrito su che cosa è una donna all'Università di Verona

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Adriana Cavarero

«Ti chiedo Adriana di cosa hai paura. Perché sei arrabbiata? Lo rispetto e non voglio che tu abbia paura». Da un po’ di tempo Judith Butler è ossessionata dalla paura, dalle fobie. Ci ha scritto anche l’ultimo libro, Chi ha paura del gender, e non stupisce che le proietti sulle persone che ha intorno. In questo caso la domanda era rivolta alla sua vecchia collega e amica, la filosofa della differenza Adriana Cavarero, durante una conversazione  all’Università di Verona su Ethics of Vulnerability, etica della vulnerabilità. Un dialogo interessante che aveva lo scopo di di creare ponti e una cultura della cura per i soggetti vulnerabili, dalle donne ai migranti agli LGBT+. Ma perché attribuire a una filosofa un sentimento di paura? Voleva deligittimarne il ragionamento?

Cavarero aveva appena finito il suo intervento in inglese in cui aveva affermato, tra le altre cose, di non credere che le domande del nostro tempo su sesso e gender possano ricevere qualsiasi tipo di illuminazione dalle lotte incentrate sull’ostilità tra femminismo e l’attivismo LGBT+, né dalla competizione tra chi è il soggetto più vulnerabile o oppresso. «Ogni soggettività deve parlare all’altra e capire le posizioni altrui». Una posizione di grande apertura condivisa anche da Butler che aveva ribadito la necessità di costruire alleanze il più possibile forti per combattere l’autoritarismo.

Ma a un certo punto l’autrice di Orrorismo e Donne che allattano cuccioli di lupo ha pronunciato quella che è una verità della vita e per i seguaci di Butler presenti in sala è un’eresia. Pur rispettando le persone che transizionano ha sottolineato che «il lavoro sul corpo ha dei limiti che sono materialmente biologici. Chi transiziona da maschio a femmina può diventare donna – mia amica, persino mia sorella diversa – ma non potrà mai mestruare o partorire o non potrà mai coincidere con una donna biologica». È stata interrotta da un boato di “Nooooooooo” nella Aula magna. La filosofa era incredula. Si è guardata intorno. «Non posso parlare?».

Per affermare una verità incontrovertibile in una lingua che non è la propria davanti a una platea di 450 persone in gran parte ostile ci vuole coraggio piuttosto che paura. E infatti Cavarero ha precisato: «Non sono molto emotiva e raramente ho paura». Certo, la reazione del pubblico l’ha sorpresa, voleva capire.  Dire che le donne trans non possono partorire «non ha un valore negativo», ha spiegato. «Questa è passione per i paradigmi normativi, per essere nella stessa coalizione magmatica e indifferenziata per esempio contro Trump. Certo che sono contro Trump, ma qual è il problema nell’essere solidali in virtù delle nostre differenze? Non c’è nulla di negativo nel sottolineare che i corpi femminili sono diversi dai corpi in transizione. Non organizzo le differenze per gerarchizzarle. Non dico per esempio che le donne sono migliori e le donne trans non tanto. È politicamente folle. Ma perché questa reazione rispetto alla “realtà del dato”? Le donne partoriscono, le donne trans no. È discriminatorio? È uno scandalo? Sono trumpiana?».

Per la seconda volta Cavarero è stata interrotta da urla incomprensibili tra cui: «E allora i non binary?». E l’immancabile: «Le persone trans stanno morendo!». Applausi. E di contro: «Anche le donne muoiono!». Sembrava di essere in curva allo stadio divisi tra opposte tifoserie.

Da lì in poi quella che poteva essere una conversazione fruttuosa è degenerata in una querelle surreale, le colleghe e amiche da oltre un trentennio diventano avversarie. E, partendo da premesse inconciliabili, non può che essere così.

«La materialità del dato è un punto di partenza legittimo», ha concesso Butler, «ma poi dobbiamo discutere di che cosa consista questa materialità. E ci sarà una diversa comprensione su ciò che è dato e ciò che è creato, cosa è storico e cosa è determinato. Tu dici che siamo tutti nate da donne o forse potremmo dire “madri” ma alcuni di noi sono nati da donne che non sono nostre madri. Siamo stati adottati no? Siamo allevati da altre persone che chiamiamo madri o padri».

Che ginnastica mentale è? Non veniamo, adottati e non, tutti da corpo di donna? Ma la claque butleriana applaude e continua ad applaudire ogni volta che la papessa del gender apre bocca. «Chiediamoci poi chi ha le capacità riproduttive», ha continuato Butler, introducendo il classico strawman argument tutt’altro che filosofico: distorcere un’affermazione per confutarla.  «Alcune di noi che sono donne e forse persino assegnate femmine alla nascita non hanno capacità riproduttiva». Ancora applausi. Cavarero riparte come una leonessa. «Non è importante. La cosa importante è che tutti quelli che sono in questa stanza sono nati da donna. È un fatto». Ma il pubblico la interrompe nuovamente. «Le questioni sono due», riprende Butler. «Una è quella che le donne (solo? ndr) sono nate da donne e l’altra è se la capacità riproduttiva definisca la donna. È così? Ma alcune di noi non hanno capacità riproduttiva, non siamo fertili». A questo punto Cavarero era veramente seccata. «Ma la questione è una questione filosofica. Tutti in questa stanza siamo nati da una donna e la nostra capacità riproduttiva non definisce me come individuo e come donna. Definisce il sesso femminile politicamente e il fatto che avere un corpo femminile è complice di tutte queste forme di vita che chiamiamo naturali. È un approccio diverso ma non è uno scandalo». 

Per chi, come Butler, pensa che il corpo femminile sia il luogo arbitrario del genere non è così. «Le donne che non hanno una capacità riproduttiva per qualsiasi ragione, perché troppo giovani o troppo vecchie o perché non l’hanno mai avuta sono donne vero?». Cavarero perde la pazienza. «Certo che lo sono, ma non è filosoficamente interessante. Quello che è interessante è che siamo nate da donne. La tua domanda potrebbe concentrarsi su un altro punto: i corpi hanno dei limiti. Se nasco femmina o donna non posso sognarmi di avere tutte le potenzialità e il potenziale riproduttivo della donna. Non è questo il punto, non è questa la domanda. E naturalmente da femminista so che molte donne non vogliono partorire, non possono, anche io non posso, ma perché questo accento sul fatto che non possono?».

Butler la interrompe insistendo sull’analogia fuorviante: «Tu dici che le donne trans non possono partorire e io dico che molte donne non possono farlo», come se i due gruppi fossero la stessa cosa sulla base di questa comune incapacità. Puro gaslighting. «Non cambia nulla. Non cambia il fatto che indipendentemente dall’identità sessuale, dal desiderio sessuale, tutti siamo nati da un corpo femminile». Questo insistere sulla realtà è davvero troppo per Butler che dopo aver trafficato nervosamente con la sua borsa si è alzata all’improvviso per dare un bacio alla collega.

La conferenza è terminata bruscamente nell’imbarazzo della platea.

Di cosa ha paura Butler?  Di ammettere di essere stata generata da una donna? Di avere un corpo che genera o che ha potuto generare, in età fertile? Di essere una di noi? Del vento che è cambiato? Bene, Cavarero ha tenuto il punto. Ma se la filosofa della differenza pensa di costituire una nuova alleanza con gli LGBT+ contando su Butler, sbaglia. È evidente che il femminismo queer di Butler ha buttato da tempo le donne sotto un treno. La filosofa di Berkeley non è disposta a mollare di un centimetro sulla necessità di proteggere gli spazi femminili. Dice persino che la sentenza della Corte Suprema britannica è pericolosa per le femministe. E non rivede le sue posizioni sulle transizioni dei minori – se non in privato, mai in una conferenza pubblica – difende la medicina di genere e non si oppone ai bloccanti della pubertà. È venuto il momento di prenderne atto.

Crediamo quindi che Cavarero, con tutta la stima e l’amicizia che la lega a they/them, abbia puntato sul cavallo sbagliato. Si tratta di dialogare con le persone trans, non con i transattivisti, che sono tutt’altra cosa, e Butler è la loro regina; si tratta di prendere atto che che oggi la grande maggioranza delle persone trans sono FtM, ragazze che si pensano uomini, la platea è radicalmente cambiata, ma i transattivisti sono praticamente tutti MtF, uomini che si percepiscono donne e si arrogano il compito della rappresentanza politica; si tratta di rassegnarsi al fatto che il “no-debate” (così come affermato dai Dentons’ Principles) è la quintessenza della politica transattivista, ed è inutile farsi illusioni sulla possibilità di un dialogo. 

Nina Wess


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