Il ddl Zan e l'"identità di genere" fanno male alla salute. Soprattutto a quella delle donne

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Il movimento delle donne del secolo scorso ha posto con l’emancipazione la questione dei diritti delle donne e della parità uomo- donna, trascurando l'importante questione della differenza sessuale.

Solo negli anni Settanta il femminismo comincia a considerare quella differenza sessuale che l’aspirazione alla parità non può annullare né cancellare. La differenza sessuale pone al centro la maternità e l’essere madre come dato irriducibile della realtà da cui partire. Se la parità faceva riferimento a un mondo indifferenziato uomo-donna, in cui l’aspirazione femminile era raggiungere la posizione maschile nella società annullando le disparità, la differenza sessuale metteva in scacco questa aspirazione e la rendeva insussistente.

La differenza sessuale poneva un’altra sfida. Il mondo doveva essere due in tutti i suoi aspetti. Il maschile, regola e misura universale, doveva lasciare posto alla differenza, alla divisione dell’uno in due, alla compresenza del maschile e del femminile.

La differenza sessuale che si radica nei corpi differenti (chi non ricorda il libro che ha segnato questo cambio di passo, Noi ed il nostro corpo?) guida la formazione di un pensiero sul mondo differente e divergente rispetto a quello maschile. Il corpo femminile si impone nella sua complessità come pensiero del mondo, sostenuto dalla mente/corpo, e riscrive la storia a partire dalla vita quotidiana femminile e dalle attività di cura. Entra così nella storia con prepotenza anche la vita quotidiana, e dentro la vita quotidiana legata alla differenza sessuale si scopre il mondo nascosto e negato fino a quel momento della violenza maschile, delle relazioni oppressive uomo-donna in famiglia, al lavoro e nel sociale, segnato dalla logica del possesso e del dominio. Si scoprono anche i pregiudizi e le discriminazioni verso la donna in quanto corpo di donna.

L’individuazione della violenza sessuata come punto ultimo e critico nella contestualità dei rapporti donna uomo diventa cruciale nella formazione della soggettività politica femminile. Tanto cruciale che spinge il gruppo di “Quotidiano Donna” (nato nel 1978) a rinunciare di essere veicolato da giornali autorevoli per divenire autofinanziato e focalizzare la propria attenzione politica sui temi della violenza sessuata. Nasce anche il separatismo per proteggere la formazione di un pensiero autonomo delle donne e la relazione tra donne come fonte del cambiamento dei rapporti di potere.

Ma non basta al femminismo della differenza sessuale osservare  e dividere l’uno in due e scoprire una realtà femminile negata e assoggettata la potere maschile, occorre guardare, riconoscere e cambiare il paradigma del potere. Occorre riscrivere, dal punto di vista del corpo/mente femminile, la Storia e la storia della vita quotidiana  per scoprire e modificare lo squilibrio di potere uomo-donna e la sovrastruttura rappresentata dai  pregiudizi che imbrigliano la vita delle donne ( ma anche, per converso, in  minima parte quella degli uomini) in schemi e gabbie di comportamento sociale prefissato, rispondente a  logiche che non seguono né il desiderio, né i diritti delle persone. Ecco allora che alleata della differenza sessuale compare la differenza di genere, quel punto di vista che a partire dalla differenza dei corpi radicata nella sessualità vede e guarda a tutte le altre differenze che abitano non solo nei corpi sessuati (segnati dall’appartenenza ad un sesso)  ma anche nelle interazioni di quei corpi con il mondo esterno e con gli altri, gli uomini. E cosi il punto di vista della differenza guarda al mondo riconoscendo il segno della presenza femminile, fino a quel momento negato,  nell’arte, nella scienza, nel linguaggio, nei processi produttivi e nell’economia oltre che nei processi riproduttivi.

Il punto di vista della differenza tiene insieme i corpi sessuati, ovvero le determinanti biologiche della vita di uomini e donne, e il genere, cioè le determinanti psico-sociali ( le relazioni, il lavoro, l’ambiente) imprimendo ad entrambi un cambiamento.

Sesso e genere insieme nel nuovo punto di vista della differenza hanno dominato il cambiamento imponendo una visione diversa del mondo, a partire dalla rottura in tutti i campi dell’unità indifferenziata dei due generi/sessi che nascondeva il predominio degli uomini, del genere maschile ed l'inferiorizzazione delle donne e del genere femminile.

Sesso e genere sono entrati con la rottura dell’unità nella riscrittura dell’economia, del  linguaggio, della storia e della scienza e di ogni altro settore della vita umana. La scienza come parte del dominio culturale patriarcale viene riesaminata e diventa un elemento dinamico e discutibile.

Il pensiero della differenza rintraccia anche nella scienza medica i segni di una violenza ideologica mascherata da pensiero neutrale.

I grandi cambiamenti dovuti alla diffusione del punto di vista della differenza  sesso/genere arrivano alla medicina, negando la neutralità della definizione “Homo sapiens-sapiens”.

Negli anni 90 il punto di vista della differenza, che già aveva diviso l’uno in due in tanti settori della conoscenza,  porta negli Stati Uniti a mettere in evidenza due fenomeni: uno legato alla biologia ed uno legato al genere ovvero a quella sovrastruttura carica di pregiudizi che accompagna la realtà della differenza sessuale tra uomo e donna. caricandola di significati di potere dell’uno (l’uomo) e discriminazione dell’altro (la donna).  

Si scopre come primo atto di questa nuova medicina (che divide anch’essa l’uno in due) che il calibro delle arterie femminili non era mai stato misurato in modo autonomo e che la mancanza di questa conoscenza era la causa di  morti più frequenti nelle donne durante gli interventi di disostruzione. E così si scopre che in medicina nulla è a misura di donna ma tutto è misurato e calibrato sulla biologia maschile, con gravi danni alla salute femminile.  E anche che nei percorsi di salute e malattia uomini e donne hanno eziologie diverse, manifestazioni sintomatiche diverse, reazioni diverse  ai farmaci.

Si deve riscrivere tutto in medicina, e ancora lo si sta facendo.  

Si scopre in questo modo che la  differenza sessuale iscritta nei corpi non è solo la differenza legata agli apparati genitali riproduttivi, ma è presente in ogni segmento dei corpi maschili e femminili. Sarebbe gravissimo modificare la metodologia e ritornare a un indifferenziato uomo-donna, sottoscrivendo una identità di genere scorporata dai corpi biologici e sessuati.

E ancora: questa nuova medicina coniugata con la differenza tra  sesso e genere scopre che esistono i pregiudizi di cui sono portatori i due generi ( le rappresentazioni sociali dei due sessi). Questi pregiudizi inquinano le attività  diagnostiche, prognostiche e terapeutiche dei medici, e si scopre che le donne ricevono a parità di disturbi meno cure, più diagnosi sbagliate, più valutazioni eziologiche inappropriate, meno quasi nulla prevenzione. La prevenzione si fa prima che un corpo si ammali, e si fa tenendo conto dell’ambiente esterno in cui quel corpo è inserito. Se per gli uomini l’ambiente sociale è sempre stato  ben conosciuto e presente,  come ad esempio le condizioni di lavoro ( si pensi a Charcot che poneva una differente eziologia, frutto del pregiudizio, per l’isteria maschile e femminile: per gli uomini si parlava di traumatismi da lavoro per le donne solo di cicli ormonali), per la donna invece il pregiudizio che il suo corpo fosse solo legato all’attività riproduttiva non generava una conoscenza appropriata del suo  habitat patogeno, legato sia all’ambiente familiare sia a quello extrafamiliare. Alle donne per anni ad esempio è stato precluso il vantaggio di uno studio sullo stress (che si origina al di fuori  del corpo e riguarda le attività ed il fare di quel corpo nello spazio/ambiente esterno) come causa di molte patologie.

La medicina di genere fondata sulla differenza rivoluziona ogni campo e settore ed introduce anche il tema dello stress del doppio lavoro e della violenza come eziologia di  molte patologie a largo impatto sulla salute delle donne.

La nascita della medicina di genere ha messo fine al monopolio maschile, ed è vero ancora che il percorso è lungo, ma si è affermato che l’osservazione dei corpi deve seguire un andamento binario e che su questi due binari si deve operare con parità di trattamento. Parità nella diversità sessuale e di genere. E la medicina ha scoperto anche che la sessualità dei corpi non è solo legata al sesso genitalizzato e riproduttivo, ma è sessualità diffusa ramificata fino all’ultimo centimetro di pelle. E quindi non ci si libera del sesso biologico solo liberandosi dei genitali maschili o femminili. Tutto è diverso in uomini e donne, dal cuore al fegato alla salute delle ossa. E ancora: le diversità non sono solo biologiche ma sono dovute anche al genere ovvero alle implicazioni sociali di quel corpo, qui e ora, alle interazioni di quel corpo biologico, maschile o femminile, con l’ambiente ed il mondo esterno. I corpi non sono sospesi nel vuoto, i processi di salute e malattia vanno guardati a partire dai corpi ma anche  nelle loro interazioni con il mondo esterno.

In questo quadro storico così delineato, un costrutto, come quello dell’identità di genere scorporata dalla realtà dei corpi come rappresentato nel DDL Zan, che riavvolge il film delle lotte delle donne e del femminismo, è veramente un’opera negazionista del cambiamento impresso dalle donne nella politica, nella filosofia e nella scienza.

Pensare che si ritorni all’indeterminatezza sessuale, negando la differenza tra i sessi e disancorando le differenze di genere dai corpi sessuati, moltiplicandole invece per le innumerevoli percezioni di uomini e donne, si prospetta  oltre che come pericolosa indifferenziazione per la salute, anche come caos in cui non è più riconoscibile alcun fenomeno che abbia senso per definire in modo realistico i processi e i fattori di rischio e di malattia per uomini e donne, a partire dalla violenza maschile contro le donne.

L’identità di genere variabile per autodichiarazione (self-id) e percezione di sé non può essere una strada praticabile  nella ricerca scientifica e nella medicina, senza danni notevoli per la salute di tutti ma in primis per la salute delle donne.

Elvira Reale


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